Smells

Apprendo da Ciwati (ma quante ne sa?!) della battaglia del Kebab su facebook. Una battaglia politica per la salvaguardia (sic) dei centri storici italici. Mi chiedo se chi propone la cosa abbia mai visto centri storici di città come Parigi, Berlino, Monaco, dove anche quello italiano è cibo etnico e se la gioca con kebab e sushi. Ma non importa. Condivido tutto quello che dice Ciwati su questo. Però il cibo è importante. Sta diventando una nuova frontiera di indentità e di sicurezza, ci protegge (dicevo qui) o ci minaccia. Consumare il cibo può diventare un atto di riflessione, addirittura di apertura – come dice Enzo Bianchi nel suo ultimo libro – perchè sulla tavola convergono alimenti di ogni parte del mondo e gli sforzi e le economie di chi ha contribuito al nostro pasto, ma può diventare addirittura un atto politico (qui, per esempio, ma poi è vero che l’ananas brucia i grassi?). Un capitolo di Loretta Napoleoni, Economia canaglia, Il Saggiatore 2008, spiega molto semplicemente anche gli aspetti schiavistici (in senso quasi letterale) legati alla produzione del cibo nel mondo e il legame tra cibo e organizzazioni criminali (come nel caso del pesce illegale che invade i mercati europei proveniente dai mari del Nord, in mano alle mafie russe). Ma colpisce come l’elemento simbolico del cibo investa anche il suo odore. Il 16% delle liti condominiali riguarda gli odori di cibo, di solito orientale. Non posso fare a meno di pensare al forte odore della cucina tedesca, un misto di grassi e minestre presente in gran parte della città dove lavoro, un odore intenso che certo non ti fa sentire a casa, ma che in certo modo rappresenta per me anche un’opzione, una possibilità in più, una accoglienza che in fondo mi è stata concessa. Insomma anche gli odori stanno diventando un punto sensibile, insieme ai cibi? Ci divideremo anche su quello? Veicoleranno sempre di più paure e insicurezze? Arriveremo a dire che il curry è inintegrabile?