Obama Presidente, ovvero Le parole sono fatti

Ogni leadership, non solo politica, porta con sè e definisce uno specifico senso della realtà. Che tende ad imporsi attraverso simboli, metafore, parole-guida, comportamenti esemplari, azioni. Dà criteri per filtrare ciò che è significativo da ciò che non viene riconosciuto come tale. Si colloca qui il setaccio che separa ciò che è possibile da ciò che non lo è, che fornisce la bussola di ciò che è reale. Il governo degli uomini è ancora, come sempre, governo delle parole.

Per questo Obama ha già trasformato la realtà politica. Perchè ha dato una nuova direzione alla parola pubblica, ha messo al centro della sua campagna l’atto linguistico, lo speech act, il discorso come azione, il fare cose con parole (come diceva il titolo di un vecchio libro molto importante per la cultura anglosassone).

Di colpo il livello di realtà della vecchia leadership è apparso come evanescente. La dottrina Bush ad esempio non è apparsa più come l’unica risposta possibile, neppure a quelli che l’avevano sostenuta. Quanti si appellavano al “realismo” della politica, si trovano ora “senza realtà”, scivolando impercettibimente nel terreno dell’ingenuità e della limitatezza.

Chi ha il monopolio della realtà e del realismo? La campagna di Obama ha mostrato che la realtà è un concetto da negoziare e che tutti ne fanno parte. Certo, questa idea a propria volta imporrà una leadership nuova e ne farà da base e da strumento. Ma ha questo di importante: che ce ne ha fatto vedere il meccanismo e fa di ogni “parlante” il motore di realtà nuove. Obama ha sprigionato nuove energie indirizzandole verso una diversa idea di realtà. Ma si è anche condannato al compito non facile di essere realista, cioè di rimanere sempre all’altezza delle sue proprio parole.