Un Ramadan al plurale

Iréne, un’intellettuale francese molto nota e cara amica, mi scrive una lettera molto bella da Parigi a proposito della veglia del Ramadan organizzata dalla città di Parigi da qualche anno, anche come elemento di integrazione, ma soprattutto di festa. Ne riporto qualche stralcio, perché le considerazioni sono molto interessanti:
Un amico di lunga data, londinese, che è anche un importante rocker da tanti anni, batterista e compositore del gruppo “Transglobal underground”, e muscista con Natacha Atlas, di passaggio a Parigi mi ha invitato non solo a due loro concerti, ma anche a una manifestazione organizzata dal comune, a cui lui e Natascha erano stati invitati, per la fine del Ramadan. (…) Per farla breve, mi sono presentata ieri sera al teatro di Châtelet, con l’invito in tasca: una fila molto lunga di gente diversa, molti orientali, ma mi è parso anche molti impiegati del comune, e un pubblico popolare molto eterogeneo, di varia estrazione. C’era anche qualche velo sì, ma pochi. Accolti da un gruppo algerino alla piazzetta dell’Avenue Victoria, con Amazigh Kateb, molto noto da queste parti, per “un leggero iftar consumato insieme” (il piatto notturno del Ramadan), come recita l’invito. Bellissima musica, inframmezzatta da dichiarazioni politiche antixenofobe, e specialmente sui Rom, come l’attualità politica impone. Molti youyous (i canti acuti delle donne maghrebine) e balli, molti sorrisi, dolci, olive e pepe, allegria e conversazioni spontanee. Dentro il teatro la grande sala, sempre impressionante. La direttrice dell’Istituto delle culture dell’Islam è molto sexy e non ha nulla della funzionaria rigida e ingessata, parla con grande spontaneità e evita qualsiasi demagogia, presenta il programma, che si svolge in vari saloni, Héla Fattoumi, la ballerina tunisina, l’Ensemble Nesidu-I-Huda, Fedayi Pacha, molti altri. Il discorso si fa interessante ed è qui uno dei punti chiave: “Per celebrare la fine del Ramadan, abbiamo deciso di nuovo di porre attenzione alle culture d’Islam, al plurale, in particolare quest’anno le culture islamiche europee, in modo che tutti, con tutte le loro varie diversità e sensibilità, possano festeggiare insieme…”. Ho trovato questa sottolineatura molto interessante e dico la verità, dal momento che è la Mairie di Parigi a pagare tutto questo, mi è sembrato che fosse in qualche modo anche un invito a festeggiare il Ramadan come si festeggia il Natale: in fondo non c’è bisogno di essere cristiani o credenti per comprenderne il valore e il significato. Questo laicizza un po’ questa cerimonia, in fondo.  Ci si trova a festeggiare tutti insieme, tanti di noi “concittadini”, concitoyens, al di là delle diversità. Si trova un terreno di incontro, nella festa. Con questi pensieri in testa ho apprezzato ancora di più il superbo concerto di Jean-baptiste Marino , con il suo ensemble di flamenco e un asolo finale di danza spettacolare. Eccola lì la cultura andalusa, che ha dentro di sé, insieme, i Gitani e l’Islam, e che in questo momento ha un valore ancora più evidente e paradigmatico. E subito dopo ecco il rocker Hami, e il suo gruppo di musicisti di varie nazionalità, rock vero, ma anche “fusion”, con quel valore politico che la fusion porta con sé da sempre, per scelta deliberata (…). Era atteso il presidente, ed erano già pronte per lui alcune canzonigypsi, che sarebbero state introdotte, così mi dice il mio amico, dicendo “ecco uno special gift per il presidente”, ma i fatti di questi giorni hanno probabilmente fatto optare per una rinuncia. Insomma un bel modo di festeggiare e di usare i soldi pubblici anche per far capire quanta varietà ci sia nell’Islam, quanta diversità di cultura. Sarebbe bello se anche quelli che stigmatizzano l’Islam perché monolitico, integralista, triste, repressivo (e anche loro con i soldi pubblici), partecipassero anche a queste manifestazioni. In fondo dobbiamo e possiamo essere ottimisti e queste manifestazioni, specialmente quando sono così riuscite, ci insegnano qualcosa e ci mostrano un tono e un orientamento, una direzione.
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