In una democrazia matura…

Il linguaggio politico (soprattutto quello televisivo e da cybercomizio) crea periodicamente alcune espressioni di moda che contagiano gli oratori di ogni parte politica. Sono frasi fatte, prive di un reale contenuto, che hanno la funzione primaria di incoraggiare l'oratore, di dare appigli di presunta autorevolezza sui quali costruire discorsi di solito troppo lunghi e troppo monotoni. Sono come delle sottolineature, degli accenti che alludono a un'implicita consapevolezza e superiore conoscenza di chi parla. Per un certo periodo non c'è stato discorso che non contenesse l'espressione "in questo paese…", che dava un senso di oggettività e quasi di terzietà a chi parlava, come se stesse facendo un'analisi sociologica, neutra. Poi è stata la volta della costruzione apparentemente impersonale "spiace che…", con cui si evitava di dare risposte stizzite e di dare l'idea che ci fosse un coinvolgimento emotivo ("non dispiace a me di essere attaccato, etc., spiace oggettivamente che…"). Poi è stata la volta della più fastidiosa delle sottolineature pseudo-autoritative, cioè l'introdurre un frase generica con un "vedete" da massima pitagorica. Per esempio, "Vedete: è da anni che l'Italia è in crisi…"; "Vedete, quando la gente si allontana dalla politica, la situazione diventa pericolosa". Naturalmente il massimo era: "Vedete: in questo paese…". Ora il genere si è arricchito di almeno due nuove espressioni. La prima è "il combinato disposto". L'espressione è di origine giuridica e credo voglia indicare la conseguenza di due articoli di legge che uniti insieme danno necessariamente una terza regola, che è appunto "il combinato disposto" delle prime due (anche se probabilmente mi esprimo in modo impreciso). Questa espressione, in politichese, non vuol dire altro che se mettiamo insieme due cose, anche solo due intenzioni, necessariamente ne abbiamo una terza, che di solito è una cattiva intenzione o azione o conseguenza attribuita all'avversario. Naturalmente con la formula giuridica si dà l'idea di un meccanismo oggettivo che scatta. L'altra espressione è "in una democrazia matura", che sta soppiantando la formula equivalente "nelle grandi democrazie occidentali". Di solito servono per stigmatizzare gli avversari. "In una democrazia matura il premier non fa certe cose", o "nelle grandi democrazie occidentali i giudici se commettono degli errori pagano", etc. Entrambe le formule presuppongono un'implicita classificazione delle democrazie, che chi parla conoscerebbe molto bene. Grandi democrazie occidentali (le piccole quali sono?) contrapposte forse a democrazie orientali e democrazie mature (ma attenzione: in economia un mercato maturo è un mercato che non consente ulteriori profitti) che evidentemente sono al massimo dello sviluppo, quindi implicitamente ci sono stadi di sviluppo democratico dati, guarda caso, dall'argomento dell'oratore ("in una democrazia matura succede questo e non quello, etc..").
Vedete: spiace che in questo paese il combinato disposto di tutte queste espressioni conduca ad una noia nell'ascolto dei politici che non si ravvisa in nessuna della grandi democrazie occidentali (mature).

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3 pensieri su “In una democrazia matura…

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