Attorno a un dibattito su economia e scolastica

Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di moderare un dibattito all'Università di Paris 1 Panthéon-Sorbonne sul pensiero economico della Scolastica (semplificando molto, per "scolastica" possiamo intendere il sistema di produzione del sapere, insegnamento e ricerca, nelle università medievali), nell'ambito di un interessante convegno organizzato da Dominique Iogna-Prat su "Ecclésiologie et histoire sociale : le problème de l’'économie' chrétienne dans l’Occident médiéval".
Già parlare di “pensiero economico” della Scolastica pone problemi e impone quasi giustificazioni. La storia del pensiero economico (che ovviamente è diversa dalla storia dell’economia) come disciplina sembra infatti averci convinto che la riflessione sull’economia nasca con Smith nel XVIII secolo, o giù di lì, lasciando ai secoli precedenti il compito di “anticipare” o “precorrere” confusamente e intuitivamente concetti e idee che solo dopo sarebbero stati chiariti e resi scientifici. Il punto interessante è proprio questo e cioè lo statuto di scienza che la riflessione economica moderna e contemporanea si è attribuita, a costo però di negarsi qualsiasi storicità costitutiva, relegando appunto al ruolo di anticipazione qualsiasi pensiero economico precedente. In questo senso la Scolastica non potrebbe avere una riflessione economica, perché lega l’economia a un universo concettuale radicalmente diverso dal nostro, perché ne lega le ragioni ad elementi etici, metafisici, addirittura teologici.
Ma proprio per questo allora (è la posizione di Sylvain Piron – ricercatore all’EHESS che sta per dare alle stampe l'edizione critica del De contractibus del teologo francescano Pietro di Giovanni Olivi – con cui, tra gli altri, ho potuto discutere pubblicamente) “possiamo giocare la carta della Scolastica in relazione all’economia contemporanea”.
Naturalmente non si tratta di pensare “scolasticamente” l’economia di oggi, ma di mostrare come l’economia per la sua natura sociale possa dare vita a modelli e concezioni diversissime tra loro. Si tratta di far vedere che la riflessione economica ha una sua intima storicità che non può non essere riconosciuta. Ed è importante, a mio avviso, pensare non tanto alla continuità con i modelli del passato, che si ridurrebbero ad “anticipazioni” casuali, ma sottolineare l’irriducibile diversità di quei paradigmi, per far comprendere che anche l’economia è un sapere, per così dire, umanistico, una scienza sì, ma dei comportamenti individuali e delle scelte collettive, in cui l’etica (intesa come studio dei comportamenti appunto) e la razionalità del calcolo sono tutt’altro che separati, ma anzi interagiscono influendo uno sull’altro. E in fondo per rendersene conto basterebbe pensare alla favola della totale “razionalità” dei comportamenti economici, un mito otto-novecentesco (quindi storico anch’esso) che però ancora pervade l’immaginario collettivo, o anche all’espressione “capitalismo compassionevole”, molto di moda tra i neocon americani nel decennio scorso, in cui alla totale libertà e deregolazione del mercato si associava non un sistema di regole di difese sociali, ma un dovere di “compassione” sociale nei confronti dei più svantaggiati, cioè si mitigava con un concetto morale (o forse moralistico) l’assenza di razionalità di alcune scelte economiche che un’élite della politica e della finanza stava operando preparando la crisi globale.
 

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2 pensieri su “Attorno a un dibattito su economia e scolastica

  1. puoi cominciare con i saggi di piron stesso, i libri di todeschini, gli atti di un convegno di roma appena usciti "i beni di questo mondo…", è un settore su cui c'è ancora molto da lavorare (incluse le edizioni dei testi).

  2. Interessante, sull'argomento avevo fatto un esame molto interessante a Venezia, ma la bibliografia era molto frammentaria (mi pare che ci fossero solo fonti e qualche saggio di Polanyi). Mi sai consigliare un libro chiaro e completo sul pensiero economico scolastico? 

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