Osservazioni su una nota filosofica

Nella rubrica “Note e discussioni” della Rivista di storia della filosofia (4/2010) è apparsa un’interessante nota di Massimo Parodi su “Metafora e storia. A proposito di Borges e La ricerca di Averroè”.

Il rapporto tra filosofia e storia della filosofia, tra la contemporaneità dello studioso e le tematiche che affronta nella ricostruzione storica, le implicazioni ideologiche spesso tacite di certe impostazioni, sono i fuochi della nota, le promesse. E l’Averroè di Borges, che Parodi illustra con eleganza districandosi nella complessità costitutiva di quel racconto, serve proprio, a quanto capisco, a tematizzare il problema della traducibilità di un universo concettuale in un altro.
 
Infatti l’Averroè borgesiano si trova di fronte alla difficoltà della traduzione di due parole della Poetica di Arisotele, “tragedia” e “commedia”, delle quali “nessuno, nell’ambito dell’Islam, aveva la più piccola idea di quel che volessero dire”. Superare le differenze fra due mondi tramite la costruzione di analogie è allora una delle linee percorse da Averroè-Borges e conduce anche al rapporto tra il particolare dell’esperienza e l’universale di una definizione, di una comprensione generale che consenta il passaggio da un mondo all’altro.
 
Ma ciò che c’è in gioco è proprio la distinzione tra analogia, metafora e simbolo. L’analogia tiene presenti le diversità, le divaricazioni, il particolare, affrontando il rischio disperante di un’infinità di paragoni possibili; dall’altra parte c’è la metafora, cioè l’ambizione, nel caso di Averroè-Borges, di trovare, come spiega Parodi, “la parola che, grazie alla mediazione di un mondo eterno di significati, possa essere usata al posto di una parola nell’altra lingua, basandosi su una regola di portata universale che consenta all’instabilità dell’analogia di convertirsi in una nozione universale di valore metafisico”. Ma a questo punto, la vicenda stessa di Averroè, diventa a sua volta “simbolo” di chi la scrive, Borges, che in fondo parla proprio di se stesso, come svela alla fine del racconto. Rimando alla nota di Parodi per gli ulteriori necessari dettagli di quest’interpretazione.
 
Ma allora qual è la lezione che se ne trae? Che relazione c’è tra le considerazioni borgesiane e la scrittura della storia? Qui la nota di Parodi non mi convince. L’autore giustamente mette in guardia dal rischio del “pensiero analogico” in storia della filosofia (o in storia tout court), o meglio dal rischio che la necessaria analogia, cioè il rapporto (se capisco bene) tra il presente dello storico, inteso anche come le idee e le ideologie che lo animano, come le sue domande, e il passato, diventi metafora, assolutizzazione, coincidenza tra il suo ora e il passato. In questo senso la lezione di Borges può essere certamente utile, anche se esistono pure strumenti diversi e un imponente dossier di dibattiti sul tema (come Parodi m’insegna).
 
Ciò che non è convincente sono gli esempi e una definizione, da cui la nota prende vita. Parodi cita un film, Agorà, su Ipazia, e un libro di storia, scritto quindi da uno storico, Aristote au Monte Saint-Michel di S. Gouguenheim (e condivido con Parodi la stranezza del titolo italiano, come scrivevo qui mesi fa).

Le due ricostruzioni sarebbero accomunate in sostanza dall’essere metafore di concezioni contemporanee, al di là del loro rapporto con la storia che vogliono descrivere, nel caso di Ipazia “metafora del pensiero laico”, nel caso di Gouguenheim si parla invece del confronto fra Islam e Cristianesimo.
Stessa metaforicità viene attribuita agli “oppositori” di Gouguenheim (Parodi cita come esempio Les Grecs, les Arabes et nous, a cura di Buettgen, de Libera, Rosier-Catach).
In questa recente polemica francese allora “non si stanno semplicemente segnalando analogie fra situazioni storiche diverse, lontane nel tempo (…); si stanno sovrapponendo, si usa l’una per parlare dell’altra e la metafora tende a trasformarsi in simbolo”.

Ma è evidente che siamo in presenza di testi che hanno rapporti diversi con il passato.
Il “testo” cinematografico non ha infatti pretesa storiografica, direi per definizione. Lo spettatore e il lettore lo sanno. Possono forse bearsi nella domanda speranzosa “ma è andata proprio così?”, ma in nessun modo richiedono al testo un livello di autorità e uno statuto epistemologico di ricostruzione “forte” del passato (come nell’altro bellissimo film recente “La papessa Giovanna”). In questo senso la metafora e il simbolo non sono rischi, sono l’espressione artistica e intellettuale di un lavoro. (Qualcosa di simile può essere detto del testo di Borges).

Un libro di storia, scritto da uno storico di professione, un accademico, ha invece un altro livello autoritativo, può essere bensì un sogno, “ma un sogno regolato”, come diceva Duby, cioè sottomesso a un perimetro di regole.
Non ha a disposizione un armamentario infinito di “analogie” e il metodo scientifico storico, condiviso da una comunità, ha già in sé gli strumenti per portare a equilibrio le domande dello storico e (almeno in una certa misura) i dati a disposizione, quantomeno in una forma negativa: moltissime interpretazioni sono possibili, ma non un numero infinito e non tutte quelle proposte. Se un manoscritto è del XIII secolo, non si può pensare che sia stato scritto nell’XI (si può però dire che sia copia di uno dell’XI) e fondare su questo un'interpretazione storica funzionante.

In questo senso, il film su Ipazia è inconfutabile, il libro di Gouguenheim no, perché esiste una comunità che condivide le “regole del sogno” (ciò non toglie che un testo di storia possa generare una serie di metafore e simboli nel dibattito che genera, ad altri livelli).

Quindi i livelli di metaforicità consentita tra testo e testo, negli esempi della nota, sono molto diversi. Il problema è però l’associazione stessa della parola “metafora” a certi dibattiti, che si desume da quanto dice Parodi: “Esprimere le proprie posizioni teoriche attribuendole ad altri, sovrapporre le proprie interpretazioni a interpretazioni avanzate in altri periodi storici, accostare periodi lontani sulla base di possibili analogie: si tratta di proposte teoriche che in termini generali potrebbero essere definite, in modo forse vago ma fondato, ‘chiamare una cosa con il nome di un’altra’. Ma questa è la definizione forse più diffusa nella storia della figura retorica che prende il nome di ‘metafora’”.

Si potrebbe obiettare che se tutte le metafore “chiamano una cosa col nome di un’altra”, non tutte le volte che si chiama una cosa col nome di un’altra si ha una metafora. Cioè mi pare che l’interpretazione di Parodi giochi su una attribuzione di metaforicità a certi testi e dibattiti, che è a sua volta del tutto metaforica.
Procedimento consentito, anche se a mio avviso esso genera ambiguità, che finisce con il rafforzare l’idea che Parodi vorrebbe combattere, e cioè che un elemento dato possa diventare metafora di ogni cosa, riducendo la storia a poetica e lasciandola preda di ideologie e di interessate filosofie della storia.

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