Feste e celebrazioni di quest’anno

Nei mesi scorsi abbiamo abbiamo assistito (e partecipato) a vere battaglie di opinioni sulle feste e sulle celebrazioni.
Il 2 giugno, festa accettata da tutti per quello che evoca – la repubblica -, ma non a tutti incondizionatamente simpatica, perché c'è la parata militare, quest'anno non ha sollevato particolari critiche, godendo del bonus "150 anni". E abbiamo inoltre imparato che i re non si toccano neanche con un dito.
La festa maggiormente dibattuta di quest'anno, prima della sua celebrazione, è stata il 17 marzo, su cui la battaglia è stata schiettamente ideologica. Il governo ha cercato di minimizzarne la portata, messo sotto pressione da una Lega Nord che ha tentato nei mesi precedenti di riscrivere la storia d'Italia in formato Bignami, ma con tutti i dati sbagliati. Sembra incredibile, e non lo è, ma il governo ha deciso di dichiarare il 17 marzo festa nazionale (al di là delle celebrazioni già stabilite), il giorno successivo all'esegesi sanremese di Benigni dell'Inno di Mameli (anch'essa con qualche piccolo elemento distorcente). Il successo del 17 marzo e di tutte le celebrazioni locali e nazionali connesse ha poi determinato due conseguenze. La prima, piccola, è la ricollocazione del Va' pensiero nell'ambito dei simboli nazionali italiani, come Verdi stesso lo interpretava, e quindi la sua sottrazione al patrimonio simbolico del partito della Lega.

La seconda, più importante, è forse solo una suggestione di chi scrive. Ma è da quel momento che la Lega, forse anche in virtù dei sondaggi che circolavano in quei giorni e che davano 8 elettori della Lega su 10 orgogliosi di essere italiani, ha smesso di contestare l'unità nazionale con i toni perentori a cui aveva abituato, fino ad arrivare addirittura ad aprire un comizio di Bossi con l'inno di Mameli (qui).
Già solo qualche mese prima la battaglia delle feste sembrava invece vinta dalla Lega, che imponeva festa e data (ma credo che tecnicamente il dibattito sia ancora aperto) alla Lombardia: il 29 maggio, cioè la battaglia di Legnano contro Barbarossa (1176), che fa parte della simbologia politica leghista, contro il 22 marzo, le Cinque Giornate di Milano (del 1848), che sono una delle tappe del risorgimento.
Ma il 17 marzo non è l'unica celebrazione inaspettata a cui abbiamo assistito. Addirittura la data della celebrazione della beatificazione di Giovanni Paolo II (il primo Maggio) è stata criticata da alcuni (non solo dall'ottimo Celestini qui di seguito dal secondo 45) , perché vista in concorrenza diretta con la festa dei lavoratori. Un eccesso forse di dietrologia, o un eccesso di attaccamento alla "propria" festa, in senso esclusivo.

In questo caso, forse, si tratta di una non considerazione del fatto che un'istituzione, che certo è romana, ma che si pensa come universale, possa avere un calendario diverso per le sue celebrazioni: nel caso specifico credo che la seconda domenica di Pasqua, oltre a essere la settimana della morte del papa, sia quella della festa della Misericordia, istituita proprio da Wojtyla, e quest'anno cadeva il primo Maggio. Niente interferenza dunque, ma solo grandezza della storia di Roma (unico posto dove un papa tedesco possa beatificare un papa polacco).
L'ultima celebrazione a cui accenno è apparentemente la meno politica, ma ha avuto una rilevanza politica direi classica: il matrimonio di William e Kate, che solo in apparenza è gossip (o non è solo gossip, Pippa a parte). Alcuni esagerando hanno parlato di "salvataggio della monarchia", ma la celebrazione dei matrimoni reali ha sempre avuto questo effetto di avvicinamento all'istituzione, di momento di partecipazione pubblica alla famiglia che rappresenta l'unità di un paese. Si pensi ad esempio alla metà degli anni '90 al ruolo importante che ebbe il matrimonio della figlia del re di Spagna, l'infanta Elena, nel rappresentare il momento di sviluppo della Spagna e il suo sempre incerto senso di unità. Anche il luogo dei matrimoni spagnoli, Siviglia per la prima figlia e Barcellona per la seconda, giocarono un ruolo smbolico importante.
Insomma "due persone si baciano. Due miliardi di persone li stanno a guardare": i giornali inglesi non vicini alla corona hanno sintetizzato così il matrimonio di William e Kate, per minimizzarlo, ma senza accorgersi hanno colto il punto politico e il rilievo planetario di quel passaggio generazionale di un'istituzione.

Insomma le feste e le celebrazioni non sono inutili e neppure neutre. Sono anzi uno degli strumenti più forti di coesione e di governo, anzi quasi di autogoverno (l'espressione è imprecisa), visto che non si è mai vista una società senza feste e senza celebrazioni (e le religioni hanno le liturgie). Su alcune si concentrano battaglie ideologiche, su altre semplici scaramucce politiche, altre ancora confermano nella comunità, e altre sono il cardine su cui poggia il senso stesso di una certa costruzione di valori. Potremmo noi italiani rinunciare al 25 aprile, che è il prologo di ogni costituzione e libertà? Potrebbero i francesi rinunciare al 14 luglio, su cui poggiano i loro tre principi repubblicani? Naturalmente no, e proprio per questo le feste si possono anche contestare e il loro senso può essere messo in questione (come in certo modo dice il testo – non molto ricco – del video seguente).
 

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