È cambiato il lavoro? Deve cambiare anche il suo riconoscimento

È vero, il mondo del lavoro è cambiato e il posto fisso non è più l’opzione principale. Ma se è cambiato il lavoro deve cambiare anche il riconoscimento sociale del lavoro e le istituzioni che lo raccontano.

Prendiamo il cosiddetto lavoro precario nella ricerca e diciamo la verità: anche se i concorsi si facessero nel rispetto delle regole (e non si fanno), ci sarebbero più ricercatori bravi che posti a disposizione. Alcuni altri paesi se ne sono accorti e hanno messo a disposizione  ingenti fondi per i postdottorati, e siccome l’età media di chi accede a un posto stabile si sta alzando in tutti i paesi, ci sono ormai postdottorati per junior e per senior, in base agli anni di ricerca già svolti. In questo modo si favorisce la continuazione della ricerca, la mobilità (quasi nessuno ha il postdoc vicino a mamma e papà, anche perché spesso si hanno già figli propri a cui pensare).

L’Unione Europea ha un programma di finanziamenti di progetti a termine di vaste proporzioni (anche se insufficiente). All’apice c’è l’ERC Grant (due milioni di euro per 5 anni) aperto a chiunque abbia un progetto, sia che tu abbia un posto fisso, sia che tu non ce l’abbia. E non devi chiedere il permesso a nessuno: partecipi.

Paesi come l’Olanda sono conosciuti per il  numero e la qualità di postdoc, di uno, due, quattro anni. La Germania e l’Austria, in parte il Regno Unito, hanno programmi di postdoc junior e senior riservati agli stranieri. E non lo fanno per beneficenza. Lo slogan di solito è qualcosa del tipo: vogliamo conoscere i migliori del mondo e rimanere in contatto con loro per sempre. Un programma tedesco, che esiste da 50 anni, si vanta per esempio di avere tra i suoi ex postdoc una quarantina di premi Nobel. Non è poco.

Insomma oggi in Europa dopo il dottorato si può fare ricerca per 10-15 anni ad alto livello e con remunerazioni discrete senza avere un posto fisso e con un riconoscimento sociale e accademico accettabile.

In Italia la situazione è molto diversa. A parte l’inesistenza dei postdoc (e certi problemi di trasparenza nel reclutamento degli “assegnisti”)  la logica attuale di riconoscimento istituzionale è: se hai un posto fisso nell’accademia sei un ricercatore, altrimenti sei un giovane in formazione, anche se hai 35 anni, anche se ne hai 45 e fai due lavori. E naturalmente se sei un giovane in formazione ti devi comportare da giovane in formazione, non devi disturbare e devi fare la tua ricerchina come ultima delle cose che interessano.

Questo determina una visione del mondo della ricerca secondo una polarità dentro-fuori, tutto-niente, adulto-adolescente successo-fallimento, che è di fatto generata dalle istituzioni stesse della ricerca, l’università, il CNR, i ministeri, i dipartimenti, i professori, che guardano ancora ad un mondo in cui il precariato non esisteva o rappresentava una breve fase di accesso alle istituzioni stesse (qui, al punto 2 un esempio tipico).

In questo modo la lettura che i ricercatori senza posto stabile danno di se stessi è quella di incompiutezza, di chi subisce un torto, di chi deve abbassare la testa, di chi è sottoposto a una frustrazione continua e interminabile, cioè si dà enfasi esclusiva alla precarietà, piuttosto che alla ricerca, creando squilibri e rendite, un divide tra gli intoccabili e i senza posto. Ciò genera un’incessante emorragia di energie e dà vita a un’autorappresentazione dei ricercatori senza posto fisso come di tanti san Sebastiano isolati e marginali, come di qualcuno che non lavora, ma aspetta un lavoro.

E non è così. Il mondo del lavoro è cambiato e se proviamo a vedere chi effettivamente fa la ricerca, cioè chi pubblica e dove, scopriamo che una parte strutturale della produzione scientifica è fatta proprio da loro, i ricercatori precari, i giovani in formazione ancora a quarant’anni.

Ma se il lavoro è cambiato va cambiata anche la forma del riconoscimento istituzionale che lo racconta.

Per esempio, questi ricercatori senza posto stabile, devono avere accesso ai fondi di ricerca, cioè devono almeno poter essere considerati ricercatori a tutti gli effetti e poi giudicati in base a questo. Non tutti diventeranno professori o direttori di ricerca, lo sanno bene. Moltissimi di loro, nelle discipline in cui questo è possibile, fanno ricerca e lavorano anche in altri campi e professioni. Ma perché non possono essere assecondati nell’organizzazione di un convegno internazionale, nello svilippo di un progetto, nella pubblicazione di un libro, in un viaggio di studio e approfondimento? Perché non dovrebbero fare parte delle commissioni che decidono dei progetti ministeriali? Perché il riconoscimento del loro valore deve passare sempre da chi ha un posto stabile? Perché ci sono dei limiti d’età in alcuni concorsi? Perché non è possibili cumulare contratti dopo un certo numero di anni?

Qui bisogna essere molto seri. Se il lavoro è cambiato,  e vale per tutto il lavoro, se il posto fisso non c’è più, bisogna dare gli strumenti per lavorare in questa situazione nuova. Bisogna smontare le istituzioni della ricerca e rimontarle in funzione di questo. Non bisogna tollerare la polarizzazione dentro/fuori, sulla quale si basa peraltro il potere di baroni, di ricercatori che non ricercano, dei dipartimenti e delle facoltà che continuano a raccontare, in modo opprimente e per loro esclusivo interesse, una storia che non c’è più.

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