Giappone

A un anno dallo Tsunami ripropongo il post che avevo scritto (anticipando qualche tema e qualche immagine che sarebbe seguita nei dibattiti) e che purtroppo è ancora valido.

E’ certo che quello che è successo e sta succedendo in Giappone materializza alcune della paure più ricorrenti e profonde di quella cultura. Lo diciamo con rispetto e vicinanza.

In primo luogo la paura stessa del terremoto e dello Tsunami – e come tutti sanno la parola è giapponese. Molti hanno pensato alla Grande Onda (circa 1830) di Katsushika Hokusaki, (come anche un intenso commento di Makkox di qualche giorno fa ha ricordato) o all’Onda di Hiroshige Utagawa (qui di seguito) e ne hanno compreso la sostanza profonda.

Ma la cultura giapponese dalla seconda metà del ‘900 è intrisa anche di un altro timore, che ha trovato espressione nella cultura a tutti i livelli e che ha per certi aspetti prolungato e “artificializzato” le inquietudini sugli sconvolgimenti naturali, cioè la paura della contaminazione nucleare. Unico paese ad aver sperimentato gli effetti della bomba atomica, il Giappone ha prodotto una cultura che ha lungamente tematizzato quella paura, soprattutto in connessione con alcune scelte collettive e strategiche. Qui di seguito l’episodio di uno delgi ultimo film di Akira Kurosawa, Sogni, del 1990, in cui la scelta dell’energia nucleare viene radicalmente contestata (e la critica è affidata alla mamma di due bambini piccoli) e l’incubo dell’esplosione atomica è visivamente associato all’eruzione del Monte Fuji, il vulcano più alto del Giappone. .

Catastrofe naturale e disastro nucleare (come suo prolungamento) sono nel film associati e colpisce, in questo senso, l’inversione di segno che viene fatta di un altro capolavoro di Hokusai, appunto il Fuji Rosso.

L’altra grande inquietudine novecentesca è l’avvento della macchina come sostituto dell’uomo, o meglio come reciproco assorbimento tra uomo e macchina, una sorta di contaminazione anche questa in fondo. Non vogliamo buttarla sui manga (peraltro non ne ho la competenza), ma questa commistione di elementi e inquietudini è stata rappresentata anche in quell’espressione della cultura pop giapponese che è penetrata in Europa attraverso i cartoni animati e i fumetti.

Quel genere, molto complesso e vario, come tutte le forme artistiche, ha mostrato e reso accettabili e superabili alcune paure, ataviche e recenti, ai giapponesi stessi, ma ha insegnato a noi un linguaggio di rappresentazione della catastrofe che certo ha un sapore esotico e lontano e tuttavia è sorprendente che le stesse riprese del disastro dello Tsunami sembrino risentire di quella grammatica espressiva, come il vortice qui di seguito, e le varie riprese dell’onda.


Nel cartone animato qui di seguito, e non a caso, molti di questi elementi e di queste paure sono presenti e per così dire esorcizzati attraverso una catarsi infantile, ma efficace (il maremoto, l’eruzione, l’esplosione nucleare, l’intervento di una macchina-uomo). E del resto anche i manga, i film, il pop in generale, a prenderli sul serio, e cioè anche come espressione delle inquietudini e delle percezioni di una cultura più profonda, ci servono pure, in questo momento, a comprendere la gravità e – io credo – lo spartiacque psicologico della catastrofe giapponese, che materializza di colpo gli incubi peggiori.

 

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