La repubblica delle nonne

La nostra è una repubblica delle nonne (e delle mamme e dei papà). Per i giovani, infatti, la soglia tra povertà e relativa tranquillità non passa dal reddito e dalle capacità, ma dal patrimonio della famiglia di provenienza.

Accedere a posizioni di lavoro permanente è sempre più difficile ed è in atto ormai da almeno un decennio/quindicennio una sproporzione tra stipendi medi e costi delle abitazioni. Quante mensilità ci vogliono per comprare una casa? Quanto si è allungato, rispetto a trent’anni fa, il tempo che ci vuole per ripagare un appartamento?

In queste difficoltà ormai strutturali, il welfare per giovani e meno giovani (il fenomeno investe in pieno anche la generazione dei quarantenni) è garantito dalle pensioni di genitori e nonni. A volte si tratta di contributi per l’acquisto della casa, più spesso di integrazioni saltuarie o costanti del reddito del figlio o del nipote, che si tratti di contribuire a studi o corsi di aggiornamento, alla macchina, all’affitto, a qualche vacanza, a spese impreviste di ogni genere (basta farsi ricostruire un dente o mettersi un ponte per uscire dal budget).

In un certo senso, questa lunga generazione dei senza pensione usufruisce ex ante della pensione dei nonni e dei genitori, che fanno fronte a un contesto radicalmente mutato rispetto al passato.

Senza toccare il tema, spesso evocato, dello scontro tra le generazioni, quella di chi è garantito e protetto e quella dei loro figli e nipoti, che rischiano davvero di non avere nulla, vorrei solo accennare due considerazioni.

La prima è di ordine psicologico e culturale (di psicologia collettiva). Una repubblica della nonne (e delle mamme e dei papà) determina uno stato di minorità permanente delle generazioni giovani. Si può essere capaci nel proprio lavoro, avere energie e volontà, avere un reddito medio,  a volte medio-alto ma discontinuo, però il mantenere una costante, anche se parzialissima, dipendenza economica o pure solo patrimoniale da genitori e nonni implica un senso della realtà intimamente rinunciatario e potenzialmente frustra gli slanci e le idee, elimina qualsiasi fiducia nell’esistenza di un rapporto tra impegno e successo, cioè determina un sentimento collettivo che è esattamente il contrario di quello che servirebbe all’Italia in questo momento (e un senso dell’autorità, della responsabilità e dell’efficacia che ha ricadute su tutto il sistema economico e sociale).

Su questo senso della realtà che va determinandosi, e del realismo (cioè di quello che si può fare e come), non ci siamo ancora interrogati. Ma potrebbe essere un dibattito importante e strategico, perché i sentimenti collettivi, soprattutto impliciti, marcano un sistema.

Il secondo punto è ancora più drammatico. Quando per il normale avvicendamento delle generazioni i nonni e i genitori non ci saranno più e quel reddito verrà massicciamente meno (perchè le generazioni garantite non ci saranno più), chi oggi ha venticinque anni ne avrà cinquanta e si troverà senza speranza di pensione e senza integrazioni di famiglia. In più avrà dei figli, che non potrà aiutare, al cui reddito non potrà contribuire. Si troverà solo con dei figli soli. Come ci stiamo preparando collettivamente al momento in cui milioni di persone si troveranno in quella situazione? Come pensiamo di far fronte al momento, non molto lontano, in cui anche la repubblica delle nonne sarà tramontata?