Le due destre in Francia

Non sono un politologo, ma una delle poste che mi paiono in gioco in queste presidenziali francesi è il rapporto tra le due destre. La prima è quella di governo, che ha in De Gaulle il suo nume tutelare, cioè il vincitore della guerra e l’antifascista, ma anche fondatore della quinta repubblica (nel 1958) e suo primo presidente.

L’altra destra, quella del Fronte Nazionale dei Le Pen, è quella che affonda le sue radici nella Francia di Vichy e nel buco nero della guerra di Algeria. Due destre assolutamente eterogenee, dalle origini opposte,  ma in qualche modo consustanziali alla storia francese recente.

La quinta repubblica, quella fondata da De Gaulle è infatti la risposta diretta alla guerra d’Algeria, che aveva gettato la Francia in un vero e proprio stato confusionale permanente. Pochi ricordano in Italia che De Gaulle tornò in politica nel ’58 proprio sotto la pressione esercitata sul parlamento dai generali dell’esercito francese in Algeria (che appunto invocavano la presenza di un uomo forte che stroncasse la resistenza algerina, passata nel frattempo allo stragismo) e pochi ricordano che quegli stessi generali, quando De Gaulle si dispose a gestire il processo di indipendenza algerina anziché continuare con i massacri, lanciarono da Algeri un colpo di stato vero e proprio, sventato dal presidente de Gaulle. Qui di seguito il video in cui il presidente De Gaulle, in divisa da generale, vieta in tv all’esercito di obbedire ai propri generali in Algeria (dal minuto 1.20).

Non è un caso che il neogollista Sarkozy, che tenta di far passare questa elezione per una scelta epocale per la Francia, abbia concluso tutti i suoi discorsi del primo turno con lo stesso “Aidez-moi!” che vediamo nel video precedente (prima al minuto 1.58 e qui di seguito un estratto dei finali di Sarkozy).

Nessun appello poteva essere più evocativo. Ma il punto non è questo, naturalmente.

La cosa che mi sembra interessante è che la grande “rimozione” della guerra d’Algeria e del suo impatto sulle due destre (per tacere di Vichy) è come il preambolo della quinta repubblica, come una specie di buco nero che ha reso il Fronte Nazionale un elemento costitutivo e direi quasi integrante, fino ad ora, della storia politica francese degli ultimi quarant’anni.

Il sistema francese ha giustamente isolato il FN impedendogli, grazie a un legge elettorale incardinata su un rigidissimo doppio turno anche per i collegi elettorali, di accedere significativamente al parlamento. E i partiti neogollisti non hanno mai accettato alleanze elettorali con la destra lepeniana, accusata di non condividere i valori repubblicani. Ma è pur sempre una grande ipocrisia quella di considerare la destra estrema, come sentiamo ripetere a ogni elezione francese, come un fenomeno provvisorio e inesplicabile, transeunte nella sua apparente irrazionalità.

Certo è vero che il FN è letto e si propone di volta in volta come voto di protesta, voto contro la globalizzazione, voto della crisi, ma è assolutamente significativo che quel voto di insoddisfazione trovi spazio, nella quinta repubblica francese, nella forma del voto di estrema destra (il che non è in tutti i paesi).

Questa elezione, per come si è messa, potrebbe preludere a una nuova fase dei rapporti tra le due destre.

Il progetto esplicito di Marine Le Pen era quello di “dediaboliser” il Front National. Ha abbandonato i toni antisemiti del padre, in un primo momento è sembrata voler allontanare i gruppuscoli fascisti che ruotano attorno al movimento, ha rinunciato a declinare i temi del razzismo più esplicito. E ha guadagnato consensi.

Avvicinandosi alle presidenziali, Marine Le Pen è stata invece come riassorbita nelle classiche tematiche paterne. Il punto critico, a mio avviso, è stata l’economia, il punto che l’ha rispinta indietro. Perché l’economia? Perché una visione economica è necessariamente anche un’antropologia politica. Elaborare una visione economica accettabile e concreta in uno spazio economico integrato come quello europeo o porre positivamente il tema della globalizzazione (anche in chiave difensiva) avrebbe significato proporre una visione più aperta e inclusiva anche dei temi dell’integrazione, del lavoro, dello scambio, dell’impresa. E questo avrebbe condotto il FN a coprire l’area di una destra moderata e di governo, l’avrebbe davvero portato a snaturararsi, avrebbe reso insostenibile alcune sue tesi generali classiche, manomesso definitivamente la sua retorica (dando un vantaggio decisivo alla destra di governo).

Dalla parte opposta, Sarkozy ha governato cinque anni marginalizzando sempre più il centro e cavalcando in maniera ossessiva e sistematica i temi della destra estrema. Il presidente ha cioè tentato, nell’impossibilità di allearsi con il FN, di attrarne gli elettori, rilanciando i temi dei Le Pen, dalla campagna martellante contro i Rom, che gli ha alienato le simpatie di moderati e buona parte dei cattolici, ma anche evocando i simboli della destra più radicale (Sarkozy ha anche tentato di contendere a Le Pen la figura di Giovanna d’Arco, da sempre uno delle figure del misticismo politico dell’estrema destra, come nel video di seguito).

Il risultato (provvisorio) di questo  inseguimento a destra lo conosciamo: una forte riduzione del centro e una grande crescita del Fronte Nazionale. Non solo, ma tra primo e secondo turno Sarkozy è sembrato intenzionato anche a rompere l’ultimo tabù, quello dell’accordo futuro con il FN. Alla domanda di un giornalista sul possibile appoggio a candidati del FN alle legislative, nei casi in cui al secondo turno non ci fossero candidati dell’UMP, Sarkozy ha risposto dicendo “vedremo caso per caso” e proprio il primo maggio uno degli esponenti del governo ha detto che fare accordi con Marine non sarebbe così grave come farli con il padre.

Quale sarà il risultato di questo ulteriore scivolamento a destra di Sarkozy, questo suo tentativo di abbattere le barriere a destra (immaginato a senso unico, a proprio vantaggio), e che tipo di rapporto potrebbero avere le due destre d’ora in poi?

Dipenderà dal risultato finale. Se Sarkozy vince potrebbe comunque disporre il governo e il partito verso un rientro al centro e rialzare la diga contro il FN come partito antirepubblicano. Se Sarkozy perde (e se perde coi numeri catastrofici dei sondaggi), l’UMP stesso, il suo partito, potrebbe sfaldarsi e risolversi nelle varie anime che lo compongono. Non è escluso che alcuni pezzi del partito possano pensare a una comunicazione con i frontisti di Le Pen.

Certo quest’ultima ipotesi sarebbe una metamorfosi del neogollismo, segnerebbe il passaggio a una fase successiva della storia delle due destre e provocherebbe forse anche una tensione nell’assetto stesso della quinta repubblica (peraltro già contestata da un Mélenchon). Domenica sera avremo il nome del presidente, con le legislative vedremo se alcuni equilibri salteranno e nei prossimi mesi capiremo se i rapporti di forza tra le destre saranno cambiati. Di sicuro c’è che Sarkozy negli ultimi anni ha giocato davvero il tutto per tutto.

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