Venuti al mondo qui

L’Unicef ha fatto in questi giorni una propostaai comuni italiani (e al parlamento italiano) a proposito della cittadinanza per i bambini che nascono in Italia da cittadini stranieri e dello jus soli. Ripropongo allora di seguito un post che ho scritto il primo gennaio quando risultò che la prima nata dell’anno era, con espressione contraddittoria, “di origine straniera”.

Per i tg e i giornali (per esempio qui) la prima nata del nuovo anno a Roma è “di origine straniera”. Però la parola “origine” viene dal verbo latino “orior”, che vuol dire “nascere”. C’è origine più originaria del nascere? È già di origine straniera lì dove è nata, nel suo venire al mondo? E se la bambina vivrà i primi anni della sua vita a Roma, con gli odori di Roma, con i colori, con i bambini, con i palazzi e i giardinetti di Roma, i ricordi di Roma, anche se poi andrà in qualsiasi altro luogo la sua infanzia sarà la sua origine, la sua nostalgia. Che poi il posto dove andrà è proprio Roma, perché la mamma è vietnamita, ma il papà è un avvocato romano (sic). Certo se il papà fosse vietnamita si potrebbe almeno giustamente dire che questa piccola romana proviene da una famiglia “di origine straniera”. Ed è anche vero che le origini non sono solo la nascita, ma anche la cultura che ti trasmette la tua famiglia (insieme con tutto l’ambiente che la circonda, che rimane Roma, e che modifica quella cultura e la rende più complessa). Le origini sono certamente anche la “tradizione” a cui appartieni, non certo solo il luogo. Ma “tradizione” in latino vuol dire “trasmissione” e “consegna”, trasmissione di valori, di credenze e di affetti, che è data da tante cose e che soprattutto a questa bambina non è ancora stata consegnata. Si tratterebbe allora non di un’origine, ma di un futuro da assumere. Bambina di ”futuro straniero”? In realtà non sappiamo ancora nulla di cosa sarà la sua vita, sappiamo solo che è venuta al mondo, che è nata. E che è nata a Roma.

Noi e il nostro pantheon

Non ho visto il dibattito tra i candidati alle primarie del centrosinistra, ma è stato impossibile non imbattersi nella “domanda del pantheon” e nelle risposte dei vari candidati. Al di là delle icone e delle genealogie politiche e ideali (ve lo ricordate il “pantheon del PD”?), il tema interessante della questione è quello che gli americani chiamano “inspiration”. L’idea che l’azione personale e collettiva possa “ispirare” altri individui e quelli che ci stanno vicino è un valore cardine dell’autocoscienza pubblica in alcuni paesi. Farsi ispirare dall’esempio, dal pensiero, dal lavoro di qualcuno è una ricerca importante e faticosa – che andrebbe accompagnata e insegnata, con l’esempio – e in certo modo è punto di partenza per poter ispirare altri, cioè per poter aiutare altri a trovare la loro propria creatività. È una retorica? Certamente, ma non bisogna avere paura della retorica pubblica, quando essa stabilisce una regola di comportamento condivisa e aperta, quando stimola le virtù civili e l’azione libera e quando struttura le ambizioni degli individui e dei gruppi orientandole al bene comune.

La vera domanda del pantheon (anche se il pantheon evoca più la staticità della celebrazione un po’ pomposa) è allora uno stimolo a pensare se sia possibile nel nostro paese facilitare l’ispirazione (senza i santini), l’influenza positiva, il rapporto creativo con l’esempio: come si fa a ispirarsi? Esiste una educazione dell’ispirazione -che poi è l’esempio consapevole? Ispirare gli altri (ma klout non c’entra) è un dovere pubblico e un’ambizione possibile? A che livello?

C’è un articolo della nostra costituzione che ho sempre trovato importante, che non parla di ispirazione ma che mostra che ogni attività e ambizione può influenzare l’intera società: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie  possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale  della società”.

Ognuno, a qualsiasi livello (partecipanti alle primarie compresi), può essere di ispirazione ad altri, ai figli, agli amici, ai colleghi. Ispirato da altri, da chi ci insegna qualcosa, e da se stesso insieme, ognuno di noi dovrebbe insomma ambire ad entrare nel pantheon di qualcuno e ad ispirare chi ci sta vicino. Ci abbiamo mai pensato?

I nuovissimi mostri

Ogni volta che vengo a Milano, intanto che mi abituo ai miei superpoteri, mi innervosisco ingenuamente per la presenza fastidiosa di quelli che vanno in bicicletta sui marciapiedi. E questa volta mi è venuto in mente che avevo scritto un post anni fa – in polemica con la Rodotà - che ripropongo di seguito:

La Rodotà scrive oggi sul Corriere un articolo in cui fa l’elogio dei ciclisti a Milano. I ciclisti, quelli che vanno sul marciapiede “perchè non ci sono le piste ciclabili”, quelli che quando si avvicinano a velocità olimpioniche alle spalle dei pedoni fanno “drin drin” così si spostano, quelli che aspettano stando in equilibiro sulla bici tra marciapiede e strisce pedonali (pedonali appunto) che scatti il verde e poi ripartono di slancio sulle strisce facendosele tutte fino all’altro marciapiede. Siamo abituati da sempre alla prevaricazione e alla prepotenza, non c’è differenza tra chi parcheggia in seconda fila “perchè non c’è parcheggio”, chi col camioncino sfreccia con il semaforo giallo perchè “ho da lavorare” e i ciclisti che scaricano la loro prepotenza sui pedoni. Ognuno di noi ha una sfera di influenza, una possibilità di esercitare un piccolo potere, un perimetro di tirannia personale, più è ampio e più si fanno danni ma il concetto non cambia, e i ciclisti (da marciapiede) sono uguali a quelli che guidano i suv. Lo sappiamo e lo abbiamo accettato. Però per favore Rodotà, evitateci di sentir dire che andate in bici per “senso civico” (che sarebbe di fare “drin drin” prima di arrotare il pedone?), che andate sui marciapiedi “per protesta” (casomai per protesta andate sulle strade e bloccatele, no?), che fate i kamikaze della bici (perchè il fastidio lo procurate a chi va a piedi, mica a voi). Lo fate semplicemente perchè siete dei maleducati.

La provincia rapita

Benevento non vuole saperne di Avellino e della provincia dall’Ave-Sannio (nome dal sapore romano-italico), per Siena, Arezzo e Grosseto si sta lavorando a una giunta monocolore ghibellina, per Asti e Alessandria sembra che interverranno gli Orazi e i Curiazi, Livorno con Pisa è un’idea da Zavattini (ma si aspetta l’opinione del Vernacoliere).

C’è qualcosa di letterario e di vertiginoso in questa vicenda di province che si accorpano di malavoglia con il “vicino”, che per noi è sempre stato il vero avversario, quando non il nemico giurato. Lo dicevano già Machiavelli e Guicciardini e siamo anche cresciuti con questi racconti - un po’ fatti storici, un po’ favole – di divisioni, disfide, scaramucce, battaglie minime dal valore enorme, da Montaperti ad Anghiari (e chi ha la mia età si è anche un po’ formato sulla quella bellissima “Storia d’Italia a fumetti” di Enzo Biagi che tutti i bambini degli anni ’70 hanno letto e che pullulava di questi episodi). A me però a leggere i commenti sui giornali alle nuove province è venuto piuttosto in mente un poema eroicomico del ’600, la Secchia rapita, che trattava di una guerra tra Bolognesi e Modenesi per il rapimento di una “secchia di legno”. I Modenesi avevano trafugato l’oggetto presso un pozzo a Bologna e portato a Modena come trofeo, e questa era diventato il motivo di una guerra, a cui parteciparono addirittura gli dei dell’Olimpo. L’autore già prendeva in giro, quattro secoli fa, quell’epica del campanile che però è uno dei tessuti culturali e letterari della storia del nostro paese.

In fondo tra marchesati, ducati, granducati, regni, feudi, repubbliche (marinare e non marinare), teocrazie, ogni città medio-grande del nostro paese è stata capitale di qualcosa (e spesso ritiene ancora di esserlo e in qualche misura lo è anche). Quando gli altri avevano un centro e tante periferie, da queste parti c’era un centro ogni pochi chilometri. Era la debolezza politica della penisola, ma anche la sua grandezza civile.

Un’osservazione estemporanea, mi rendo conto, ma solo in attesa di capire, perché non ce l’hanno ancora spiegato, se le province servano o non servano (e se non servono non ha senso accorparle, bisogna eliminarle), se i loro compiti non siano piuttosto da assorbire nelle competenze delle regioni (magari lasciando un ruolo consultivo e leggero alle rappresentanze territoriali delle province, anche ridisegnate), e in attesa di capire che senso abbiano le regioni con una provincia sola.

L’errore di Serra

Secondo me Michele Serra sull’astensionismo sbaglia – pur esprimendo un pensiero che molti condividono. La maggioranza – dice – non ha votato, ma sarà governata lo stesso. Vero. Grazie all’astensionismo ai partiti bastano meno voti per raggiungere i loro scopi. Vero. La somma percentuale è comunque 100. Vero. Quello che non mi convince è il resto. Chi non vota non l’ha fatto necesseriamente, io credo, per tirare una bordata ai politici. Non è per forza una protesta. Chi non ha votato forse pensa che le istituzioni, le Regioni e lo Stato, in questa fase storica non lo aiuteranno ed è inutile occuparsene. Ma nessuno può vivere senza aiuto (nessuna massa almeno). E il tema interessante non è allora il moralismo dell’ “avete perso il diritto a lamentarvi” (che peraltro non sta logicamente in piedi, perché parte dal presupposto che votare i partiti che uno non vuole votare, e che comunque governano ugualmente, favorisca un cambiamento anziché una resistenza al cambiamento. E quindi Serra esprime il punto di vista di uno che sa che cosa si debba votare), il tema da studiare è piuttosto capire a chi si rivolge, a chi chiede aiuto, una massa di individui che non votano: famiglia, reti, amicizie, vicinato, associazioni, tribù, che circuiti? Come si auto-organizza una maggioranza che non vede nella politica e nelle istituzioni un’integrazione alle proprie attese? Uno forse dovrà pure “tacere e subire”, come dice Serra, perché non ha votato. Ma l’astensionismo di massa è un segno di cambiamento (di regressione, se non si vuole rinunciare a usare parole preconnotate di giudizio) di relazioni e aspettative sociali. Un tema politico per eccellenza. Liquidarlo come protesta o con uno sguardo un po’ moralistico non è la strada più interessante.

Cose da medievisti

Venerdi scorso a Roma la Società Italiana per lo Studio del Pensiero Medievale  (SISPM) ha eletto i membri del consiglio direttivo per il prossimo triennio. Ringrazio gli amici e i colleghi che hanno sostenuto la mia candidatura, facendomi risultare il candidato più votato. È la seconda volta, e dopo circa vent’anni, che un “non strutturato” siede in consiglio e, visti i tempi e le trasformazioni in atto, mi pare un segno positivo.

Zagor e gli altri

Il Corriere on line è il primo a ricordare che quasi un anno fa Sergio Bonelli ci lasciava. Ri-posto il mio personale ricordo - scritto appunto un anno fa - di quel mondo di avventure che Bonelli chi ha regalato.

Quando avevo 17 anni, un compagno di liceo, con talenti di disegnatore, mi gettò letteralmente tra le mani un fumetto dicendomi “Guarda questo!”. Era l’albo numero 1 di Dylan Dog, appena uscito. L’editore era Sergio Bonelli e noi scoprivamo una maniera nuovissima di fare i fumetti.

Di Tex e i suoi rangers, sempre editore Bonelli, avevo avuto invece contezza per la prima volta a casa dei miei zii (sì Franco, che so che mi leggi, parlo di voi) molti anni prima, ma ancora non sapevo leggere. Imparando a leggere scoprii con Tex che i messicani esclamano sempre “hombre!” e si appellano alla “Virgen del Pilar” quando butta male. Anni dopo, in un anno di studio in Spagna, mi resi conto che esclamare “hombre” è davvero un vezzo di quella lingua e che la Virgen del Pilar esiste, ed è a Saragozza.

Ma il mio preferito fu Zagor, che Bonelli a volte firmava come sceneggiatore con lo pseudonimo Guido Nolitta, fattomi scoprire da un’altra zia, che aveva la fortuna di avere vent’anni negli anni ’70. Per me che andavo alle elementari fu amore a prima vista, peraltro assecondato da mia madre che mi comprò il primo super albo a colori della storia editoriale di Zagor.

Il fumetto era chiaramente influenzato dall’immaginario di una generazione precedente alla mia, un po’ di Mandrake, un po’ di Tarzan, un po’ dello stesso Tex, ma soprattutto cinematografia di tutte le epoche, da Murnau all’espressionismo a situazioni fantascientifiche.

E davvero la foresta di Darkwood, il dottor Hellingen, i trappers, l’avversario druido Kandrax, i discendenti dei vikinghi di una valle inaccessibile per secoli, le decine e decine di personaggi minori di Zagor ci hanno insegnato a immaginare mondi lontani, ma concretissimi, hanno popolato i quartieri nei quali abbiamo realmente vissuto, ma dando una profondità alle loro strade, alle loro insegne, dando all’immaginazione lo stesso statuto di quei colori, di quelle persone, di quegli amici che hanno dato sostanza al nostro quartiere e reso possibile i nostri viaggi.

Sergio Bonelli, che oggi ci ha lasciato, e che per me con Zagor è in certo modo la Milano amata e quel quartiere-mondo, Sergio Bonelli ci ha insegnato a immaginare, ci ha insegnato a sognare, ci ha insegnato in fondo davvero la realtà.

Presentazione autunnale di 150 più 1

Nelle prossime settimane verranno segnalati la data  e gli ospiti di una bella presentazione autunnale dell’ebook 150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa. Nel frattempo, se non l’avete ancora fatto, con  3 euro e 90 (a Parigi è il costo di un gelato con due palline da Berthillon) potete acquistare il libro in ogni libreria online, per esempio qui.

Il problema dei fuori corso

Ci sono troppi fuori corso. Il ministro ha ragione. Per Profumo il problema è causato dalla mancanza di una cultura del “rispetto delle regole e dei tempi” e la soluzione – per come la leggo sui giornali – è l’aumento delle tasse per i fuori corso.

Quindi lo schema del ragionamento è: dato statistico preoccupante (su cui tutti sono d’accordo), che è effetto di un elemento culturale (“non rispetto delle regole e dei tempi”, che è la lettura del ministro), sanzione economica degli individui (soluzione).

Ho due obiezioni. La prima è che gli studenti dell’università sono persone adulte con i propri progetti di vita e non credo che spetti all’università entrare nel merito morale di un progetto individuale. Gli studenti che fanno piccoli lavori accanto allo studio sono molti. Sono molti anche quelli per cui l’università non è l’attività principale, fanno un esame all’anno e mantengono viva l’idea di una laurea vista come un traguardo simbolico. Lo studio non è solo preparazione a un lavoro futuro, ma anche miglioramento di se stessi. Aumentare le tasse a costoro, sulla base del principio “regole e tempi”, penalizza una fascia piuttosto ampia di persone tutt’altro che lassiste (e che non rappresentano neppure un costo aggiuntivo per le università, perché i fuori corso hanno già un accesso limitato ai servizi).

Legare il problema dei fuori corso a un principio del genere, per me moralistico, porta a una seconda obiezione, di metodo e di merito.

Il ministero fa bene a darsi come obiettivo la soluzione del problema del rendimento e dei tempi. Ma se è strategico diminuire il numero dei fuori corso, allora devono essere in primo luogo i dipartimenti delle università a dotarsi di servizi che consentano di arrivare all’obiettivo statistico: è lì che bisogna ragionare sul rendimento dei propri iscritti. Come si fa a recuperare gli studenti che sono distratti, che non ci arrivano, sono confusi, che soprattutto non sanno studiare?

Quanti dipartimenti (le facoltà non ci sono più) fanno lezioni iniziali spiegando come funzionano i meccanismi? Quanti tutor ci sono? Quanti pre-corsi si fanno per spiegare come studiare certe materie? Come si spiega ad organizzare un programma di lavoro? Sono tutti servizi e strumenti quasi a costo zero, ma ben pochi dipartimenti si sono sforzati di metterli a disposizione.

E dovrebbero essere in primo luogo i dipartimenti a essere giudicati sulla base dei miglioramenti statistici che riescono a determinare (come succede serenamente in altri paesi). Magari con un coefficiente migliore per l’accesso ai fondi dello stato in caso di successo. Sono i dipartimenti e i loro strumenti che vanno premiati o sanzionati.

Non ha senso parlare di una cultura diffusa di mancanza di rispetto di regole e tempi, senza neanche evocare il tema della cultura organizzativa delle istituzioni universitarie e ministeriali che sono almeno corresponsabili del dato statistico.

Si possono poi pensare incentivi perché gli studenti si sbrighino? Perché no. Disincentivi economici per chi perde troppo tempo? Perché no. L’argomento del ministro però è spuntato e davvero un po’ moralisteggiante, perché sanziona gli individui (la cui vita non è di sua competenza),  ma lascia intatta la cultura organizzativa dell’istituzione universitaria (che è di sua competenza).

Quello che resta è l’aumento delle tasse universitarie.

Nel caso, perché no?

Dopo la presentazione di Milano e quella di Parigi (e dopo l’estate sono previste presentazioni a Bergamo, Bologna, Torino, Barcellona e Bruxelles e ringrazio di cuore i lettori e gli amici che le stanno organizzando ) dell’ebook 150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa, molti mi hanno chiesto o scritto: “Perché non pensi a pubblicarlo anche come libro cartaceo, magari con qualche aggiunta, visto che il tema è sempre più pertinente alla situazione attuale?”.

La vera risposta è che non ho tempo di trovare un editore, ma l’idea non è male e se un buon editore saltasse fuori a questo punto sarebbe tutto divertimento e discussione in più.