L´uomo è giusto, ma il momento è sbagliato

Mi pare molto strano che Matteo Renzi prenda davvero in considerazione la proposta di candidatura alla presidenza del consiglio fatta da alcune parti (tutte?) del suo partito. Sarebbe l´uomo giusto al momento sbagliatissimo per molte ragioni. In primo luogo si troverebbe un´alleanza di emergenza, già fatta da altri, blindata dal presidente della repubblica e dal programma dei saggi, e con due golden share nelle mani di altri, quella di Berlusconi e quella di un qualsiasi gruppo del PD.
Il giorno dopo comincerebbe quel logoramento che abbiamo visto decine di volte, con un depotenziamento reale delle possibilità di Renzi di incidere. Non gli verrebbe neppure concesso l´anno di piena libertà di intervento di cui ha goduto Monti e da un lato avrebbe Berlusconi sempre in sornione agguato e dall´altro una campagna per la segreteria PD che chiunque farebbe distanziandosi da lui (finchè gli stessi che oggi lo invitano a farsi avanti, una volta pronti, gli voteranno la sfiducia).
Come potrebbe del resto Renzi avere un reale margine di manovra in un parlamento di questo tipo, senza alcuna riforma che sia già stata fatta nel senso della governabilità (e che invece forse sarà pronta per la prossima legislatura) e con gruppi e sottogruppi in cerca di riorganizzazione?
Non sarebbe più saggio spingere, da fuori, perché almeno la riforma istituzionale dei saggi sul riordino dei rapporti tra le camere (per me, come è noto, insufficiente), venga fatta? Crede davvero di poter riformare l´Italia in queste condizioni e con questa geografia parlamentare? Spinga da fuori, per ottenere ogni riforma in più, ogni piccolo passo in più verso un recupero di efficienza delle istituzioni e dei processi decisionali.Ha mostrato di sapere mettere sotto pressione, continui a farlo.
Del resto non è così che Renzi ha detto di volere arrivare al cambiamento, e non è così che l´otterrà. Franco Marini ha detto una cosa giusta e ha dato – forse non volendo -un consiglio utile: l´ambizione va razionalizzata.
E le ambizioni di Renzi rischiano di coincidere con un avanzamento del dibattito e della politica italiana. Sarebbe un peccato disperderle con una mossa sbagliata, perché disperderebbero le attese e le ambizioni di molti. D´altra parte la storia personale e politica che sta raccontando funziona proprio perché è performativa, cioè produce ambizioni collettive nel momento in cui organizza quelle proprie. Senza passare attraverso il voto, senza un autonomo programma di governo e un disegno creativo di riforme, senza un atto ulteriore di coraggio nell´esprimere l´ambizione collettiva a cambiare il paese, Renzi rischierebbe di fare necessariamente un Amato delle nuove generazioni. Non sono Jack Kennedy, per definizione, e forse non ho capito nulla (ma Machiavelli invitava a valutare quali occasioni sono buone e decisive e quali sono abbagli dovuti all´irruenza di un progetto o di un carattere), però io non accetterei la proposta.

Siamo tutti franchi tiratori

Tutto si potrà dire di Marini, rispettabilissimo, ma non che sia una figura che guarda al futuro e neppure al presente, soprattutto per come si è arrivati alla sua candidatura, nè che sia una figura di interesse internazionale, in un settenato che si profila come il più orientato ai rapporti europei della storia della repubblica. Ma Bersani è interessato solo al suo governo, ormai è evidente, al punto da portare la famosa ditta sull’orlo del fallimento. Si è deciso che l’accordo andava fatto con Berlusconi, facendo firmare al notaio un decennio di ingiuste chiacchiere su inciuci e simul stabunt, e non con Grillo, che candidava Rodotà, un uomo di sinistra non “divisiva”, un uomo che sarebbe stato creativamente nel presente. La mossa del cavallo riesce a Grillo, lo scacco lo fa Berlusconi, Bersani è diventato il giaguaro e confeziona una rottura del suo partito e una disfatta elettorale prossima ventura (se il PD ci sarà ancora), ma può sperare nell’incarico di governo che potrebbe cambiare il quadro, ma che non cambierà un bel nulla. Sarebbe bastato aspettare la quinta votazione per eleggere Prodi (ex presidente della commissione europea, non uno qualunque) e con i grillini, oppure proporre da subito D’Alema, indigesto a molti, ma politico nato per svolgere quel compito e miglior ministro degli esteri degli ultimi 20 anni, oppure anche solo scorrere quell’elenco di proposte grilline per farsi ispirare e rilanciare, con un po’ di senso del paese (ma a quanto pare Grasso va bene per gli altri, ma i Grasso degli altri non vanno bene per Bersani). Ci sono ancora alcune ore per rinsavire, dopo speriamo solo nei franchi tiratori e nel cambio di una dirigenza del tutto inadeguata.

Qualche prima considerazione (e due domande) sul documento di Fabrizio Barca

Era da tempo che un progetto politico non veniva proposto nella forma del saggio e della riflessione esplicitamente intellettuale, come nel documento di Fabrizio Barca sul “Partito nuovo per un buon governo”, in cui si trovano legati alcuni veri e propri elementi di antropologia politica, una certa idea dei rapporti tra élite (ma a me il termine pare fuorviante nel contesto del documento) e moltitudine, e anche alcuni temi che mi sembrano derivare dal cosiddetto management della conoscenza.

Un merito indubbio, per il dibattito che ne può scaturire, è che il documento di Barca non ha un posizionamento politico, non si pone al livello delle alleanze, della geografia dell’emiciclo, per così dire, ma intende riflettere su cosa debba e possa essere un partito nel nostro paese, spostando l’asse del dibattito.

Gli spunti sono molti, ma in un post come questo mi limito ad alcune questioni per me interessanti e a un paio di domande.

Barca individua il nesso tra forma-partito e governo dell’Italia. Servono partiti capaci di “incalzare lo Stato”, il che presuppone una separazione netta tra partito e Stato. La forma di partito attuale è per Barca Stato-centrica: la macchina arcaica e arrogante dello Stato è gemella alla forma di partito che si nutre di Stato e che gli impedisce di riformarsi.

È allora necessario rompere questa solidarietà. Bisogna dunque eliminare i finanziamenti pubblici e si deve dare un ordinamento per cui i gruppi parlamentari siano sottratti all’influenza degli organi dirigenti del partito. Vanno separate le funzioni: quadri, funzionari e dirigenti del partito sono diversi dagli eletti.

Si prospettano insomma due funzioni organizzative, due vocazioni d’azione, quella alla creazione, condivisione, passaggio di idee, formazione di opinione, e quella di governo e di rappresentanza politica, legate certamente alla prima, ma autonome.

Qui si pone per me una prima questione. Questa doppia vocazione di ogni partito non dovrebbe piuttosto condurre, allo stesso tempo, a un ripensamento dei rapporti tra legislativo ed esecutivo? Separare il partito dal governo (non solo dallo Stato in astratto) non sarebbe più efficace con una doppia elezione, del parlamento e dell’esecutivo, dopo averne ridisegnato i rapporti? Non sarebbe forse più semplice raggiungere quell’obiettivo di “sperimentalismo democratico” di cui parla Barca con una nuova forma di governo? I partiti hanno una certa forma anche perché lo Stato ha una certa forma.

Il secondo punto forte è la visione che ha Barca del partito, così slegato dallo Stato, e l’antropologia che la sorregge. Per Barca l’errore dell’opzione socialdemocratica come di quella liberale è stato pensare che le decisioni collettive potessero essere prese da gruppi ristretti. Sia che si parli di tecnici, sia che si parli di élite politiche, è un errore grossolano pensare che “alcuni, pochi, soggetti possano avere la conoscenza per prendere le decisioni necessarie nel pubblico interesse”. La conoscenza necessaria a prendere alcune decisioni strategiche nasce dal “confronto e conflitto fra molteplici soggetti che possiedono conoscenze parziali”.  E ancora: “…indipendentemente da ogni giudizio di valore, la conoscenza sul che fare, sulle soluzioni disponibili, sulla loro rispondenza alle preferenze dei cittadini, sulla loro appropriatezza al contesto non è detenuta da pochi, ma è piuttosto dispersa fra una moltitudine di individui. E più spesso ancora, questa conoscenza non pre-esiste ma scaturisce ex-novo – innovazione imprevista – dall’interazione, ovvero dal conflitto, all’interno di questa moltitudine, purché gli individui confrontino le loro informazioni disperse e i loro diversi interessi in modo aperto e ragionevole e siano garantite, da tutte le parti riconosciute, le forme del conflitto e del procedere della democrazia”.

Il punto filosofico-politico del documento, molto denso per le implicazioni e la visione di società che implica, risiede proprio in questa sorta di intelligenza sociale, che va organizzata, ma nei confronti della quale bisogna mettersi in atteggiamento di apprendimento. È da qui che discende il modello di partito, e la sua capacità di “mobilitazione cognitiva” (l’espressione non è delle più felici), che è articolato come una sorta di organizzazione delle conoscenze (con alcuni degli strumenti tipici del knowledge management, a me pare di capire).

Il ruolo dei quadri e dei funzionari di partito non è allora quello di gestire un potere o una burocrazia, ma di dare sostanza organizzativa a questo “sperimentalismo democratico”. È così che tutti i partecipanti al processo, militanti, simpatizzanti, ma anche cittadini interessati ai temi dibattuti, assumeranno il ruolo che un tempo veniva attribuito alle avanguardie.

Dunque si tratta di un ruolo nuovissimo per i quadri e di un’organizzazione complessa, ma anche di un protagonismo nuovo per i militanti e i cittadini.

Non è possibile qui prendere in considerazione gli elementi più propriamente filosofico-politici del punto, sarebbe però molto interessante, ma va posta almeno una domanda di altro genere. Il modello organizzativo di questa forma di partito è dispendiosa, anche perché necessita di continui aggiustamenti e di una moltiplicazione dei quadri. Una cosa è gestire un potere burocratico, un’altra cosa è gestire seriamente un processo di formazione di idee e di “che fare” continuo (altrimenti si ricade nell’evanescenza della rete): è compatibile questa forma con una rinuncia al finanziamento pubblico? Non sarebbe meglio ridimensionare certo il finanziamento, ma soprattutto cambiare le modalità di accesso da parte di circoli e quadri alle finanze del partito?

Quella di Barca è una proposta interessante, perché radicale, ma che genererà necessariamente resistenze e mugugni. Sarebbe però un risultato rilevante se il documento riuscisse a imporre il dibattito sulla forma-partito e il nodo del governo di un paese, uscendo dalle secche del continuo solo dibattere di leggi elettorali.

Due fatti

Due fatti, slegati tra loro, mi hanno colpito molto in quest’ultima settimana.

Il primo è il suicido di Civitanova. Chi è stato disoccupato e ha pensato di non riuscire a trovare un altro lavoro, chi ha avuto la paura, che poi nella propria percezione a volte diventa certezza, di non farcela a uscire da una situazione economica insufficiente, conosce quell’acuto senso di vergogna, che va molto al di là della solitudine, che ti sottrae dignità. Quel senso sordo di vergogna e di afasia è premessa a qualsiasi cosa.

Il secondo fatto è l’invio dell’ordigno esplosivo alla Stampa di Torino, non esploso solo per caso. Magari si scoprirà che è opera di un disturbato isolato e che non ha particolari motivazioni, ma la notizia è raggelante per chiunque esprima delle opinioni in pubblico. L’idea che possa arrivare un pacco bomba per una linea editoriale o delle opinioni ci fa piombare in un dubbio di insicurezza inquietante.

La Thatcher diceva che “non esiste una cosa come la società”. Esprimeva con sintesi ammirevole un errore madornale. La società non solo esiste, ma è l’unica cosa che ci può aiutare a evitare fatti come quelli di questa settimana. I legami sociali vanno difesi e rafforzati, sono una barriera alla solitudine e alla violenza, dovrebbero essere oggetto di particolare attenzione e azione politica. Non c’è contraddizione tra libertà dell’individuo e società, soprattutto in tempi come questi, in cui il rischio di esposizione alla vergogna e alla violenza si sta alzando.

 

Una non impossibile previsione

Un mese e mezzo fa prevedevo che il M5S, per una questione strutturale e organizzativo-psicologica, si sarebbe spesso diviso in Parlamento e mi chiedevo quanto tempo ci avremmo messo a vederlo (in assenza di correttivi strutturali e quindi di natura stessa del movimento). Il post si intitolava “Che fai, li cacci?” e lo ripropongo qui di seguito,  ma non pensavo di prenderci già al secondo giorno di legislatura:

Il titolo del post è un po’ provocatorio, ma la questione no e la curiosità sincera. C’è una cosa che non capisco nella strategia del movimento di Grillo (cioè di Grillo), dovuta all’assenza di gerarchia e al fatto che Grillo non s’è candidato. Com’è possibile mantenere il movimento senza organigramma e al tempo stesso tenerlo unito, una volta che ci saranno una settantina di deputati e Grillo non sarà presente in parlamento? Ci vorrà un capogruppo, è obbligatorio. Ci vorranno dei membri di commissione, altrimenti non fai neanche opposizione. Ci saranno forse anche dei presidenti di commissione. Qualche dichiarazione di voto in parlamento bisognerà pur farla. Insomma si creeranno per forza dei pesi interni, emergeranno necessariamente delle personalità, un po’ di organizzazione interna e certamente un minimo di gerarchia carismatica, fa parte del funzionamento di ogni lavoro complesso. Non essendoci Grillo in parlamento a qualcuno bisognerà fare riferimento. Inoltre la paura di essere espulsi non ci sarà, perchè per cinque anni – tempo enorme in questi casi – i grillini eletti saranno sicuri della loro funzione parlamentare. Quanto può restare unito a un leader  che non è tecnicamente in campo un gruppo di 70 persone con queste responsabilità? Direi di più: quanto può restare unito al suo interno? Quanto tempo può resistere alle forze centrifughe della differenza di opinioni, dell’uno vale uno, della consultazione in rete, della non ricattabilità, in assenza di una gerarchia vera e di un leader lontano e senza ruoli?

 

La proposta choc

Choc per choc io dal Cavaliere mi aspettavo un altro tipo di proposta. Un proposta che potesse ridisegnare i contorni dell’azione politica dei prossimi anni. Qualcosa che cambiasse percezione, paradigma, qualcosa di irresponsabile (ovviamente), di non fattibile, ma che puntasse a farci vedere che un qualche re è nudo, che adesso arriviamo noi e cambiamo tutto. Dico la verità: mi aspettavo il referendum sull’euro. Intendiamoci, l’avrei ritenuta una pazzia, ma una pazzia argomentabile e ricca di possibilità immaginarie, un nuovo frame. Del resto non ha chiesto un referendum ancora più enorme il premier britannico? Non sarebbe stato possibile raccontare dell’export, delle banche, del come se ne gioverebbe l’economia? Di come tutto cambierebbe per magia e il PIL crescerebbe istantaneamente del 4%?  E poi avremmo sempre potuto dire che è una provocazione, che è un modo per porre il problema dell’Europa, che ci vuole più iniziativa italiana in Europa. Eccetera eccetera.

Insomma mi aspettavo che Berlusconi si lanciasse a guidare una rivoluzione, a interpretare in grande un mondo nuovo, a disegnare come in un bel gioco i nuovi contorni dentro cui muoversi. Almeno una cosa tipo la rivoluzione liberale del 1994.

Invece no, propone di restituire una tassa. Solo questo. Molti ci crederanno, certo, lo voteranno per quella restituzione promessa. Chissà, qualche punto lo recupererà. Però siamo al fondo del barile. Non cambia nulla, non si promette di risolvere nulla, non c’è nessun bel sogno da regalare, nessun bel gioco, nessun impossibile mondo nuovo. Ti restituisco 300 euro (media IMU nazionale) e poi quel che viene viene, poi ti arrangi, non c’è nient’altro da immaginare. In effetti sì, come proposta è choc.

Che fai, li cacci?

Il titolo del post è un po’ provocatorio, ma la questione no e la curiosità sincera. C’è una cosa che non capisco nella strategia del movimento di Grillo (cioè di Grillo), dovuta all’assenza di gerarchia e al fatto che Grillo non s’è candidato. Com’è possibile mantenere il movimento senza organigramma e al tempo stesso tenerlo unito, una volta che ci saranno una settantina di deputati e Grillo non sarà presente in parlamento? Ci vorrà un capogruppo, è obbligatorio. Ci vorranno dei membri di commissione, altrimenti non fai neanche opposizione. Ci saranno forse anche dei presidenti di commissione. Qualche dichiarazione di voto in parlamento bisognerà pur farla. Insomma si creeranno per forza dei pesi interni, emergeranno necessariamente delle personalità, un po’ di organizzazione interna e certamente un minimo di gerarchia carismatica, fa parte del funzionamento di ogni lavoro complesso. Non essendoci Grillo in parlamento a qualcuno bisognerà fare riferimento. Inoltre la paura di essere espulsi non ci sarà, perchè per cinque anni – tempo enorme in questi casi – i grillini eletti saranno sicuri della loro funzione parlamentare. Quanto può restare unito a un leader  che non è tecnicamente in campo un gruppo di 70 persone con queste responsabilità? Direi di più: quanto può restare unito al suo interno? Quanto tempo può resistere alle forze centrifughe della differenza di opinioni, dell’uno vale uno, della consultazione in rete, della non ricattabilità, in assenza di una gerarchia vera e di un leader lontano e senza ruoli?

Due sentimenti di partito

Ci sono molti modi, tra militanti, simpatizzanti, dirigenti, di concepire la partecipazione a un partito. Probabilmente per deformazione professionale (di non politologo) a me colpiscono due atteggiamenti psicologici e direi morali, o forse due sentimenti, che alludono a due modelli culturali distinti, ma trasversali (quindi non riconducibili alla distinzione tra destra e sinistra).

Forzo (molto) alcune visioni repubblicane classiche dicendo che il primo modello (psicologico, cognitivo e in certa misura organizzativo) assomiglia a quello greco classico (o aristotelico): si è umani perché si fa parte di una comunità, perché si assumono determinati valori, che solo nella comunità e nella partecipazione trovano alimento e terreno in cui radicarsi, si è umani perché si è esseri politici, in questo senso ampio. La città del modello greco è qui sostituita dalla comunità-partito, dalla quale ci si aspetta anche una pedagogia, un progetto di educazione civile e personale, un sistema di riconoscimento forte di inclusione (e di esclusione). Ho il sospetto che molti militanti parlando di “questione morale” intendano in primo luogo un sistema di moralità partitica in questo senso “greco”, manifestando l’insoddisfazione per forme di partito che hanno di fatto sempre meno possibilità di adempiere a questi compiti “pedagogici” e formativi. Il rischio è però il comunitarismo e un riflesso condizionato di conservazione.

L’altro modello è più simile a quello romano classico (o ciceroniano): si fa politica per difendere le istituzioni, perché le istituzioni garantiscono la libertà individuale e collettiva. Il partito è un strumento per garantire se stessi e tutta la comunità, ad esso non si chiede in primo luogo di contribuire a una crescita personale, non si chiede una specifica “virtù” della parte, ma la si considera un passaggio di riconoscimento reciproco per un impegno civile, questo sì virtuoso, che conduca al rafforzamento continuo delle istituzioni che proteggono la vita comune e l’espressione della libertà umana, secondo le specificità di gruppi e interessi diversi e non necessariamente sempre in conflitto. Un problema organizzativo, e culturale, può essere però quello di come ancorarsi a un’identità “di parte”, che è pure necessaria nel sistema democratico.

Sono due “forme” spesso compresenti nella stessa formazione politica e che anzi spessissimo animano il dibattito e il conflitto interno in modo implicito (e quindi non sempre utile) e di cui va tenuto conto – nei prossimi mesi molti partiti rinnoveranno le loro leadership interne -, magari rendendole più chiare e visibili e quindi più produttive.

I’m Gianluca Briguglia and I approve this message

Obama ha vinto e siamo tutti contenti – ma se uno come Romney ha preso tanti voti forse da qui, nel gioco delle semplificazioni, c’è sfuggito qualcosa. Ora ricomincerà la tiritera dell’Obama italiano, del perché non si trovi, del dove si nasconda, dell’impossibilità morale della sua esistenza. La tiritera dell’Hollande italiano è invece appena finita.

Guardiamo alle grandi personalità politiche degli altri paesi, confrontandole con le nostre, ma dimentichiamo sempre di confrontare i sistemi istituzionali, che sono esattamente ciò che filtra e struttura le caratteristiche e le ambizioni di chi si attrezza a far politica (escludendo chi non ha quelle caratteristiche).

Se gli USA avessero il nostro sistema oggi gli americani non avrebbero votato direttamente l’esecutivo (più o meno direttamente), ma solo il parlamento. Poi i partiti avrebbero deciso, con comodo, il nome del presidente del consiglio  – di solito garante dell’equilibrio dei partiti e delle loro correnti interne (attraverso le regole del “Manuale Cencelli“)-  da fare al presidente della repubblica, che avrebbe dato l’incarico, in base alle forze esistenti in parlamento. Poi i partiti potrebbero far cadere il governo in ogni momento o chiedere un “rimpasto” per garantire nuovi equilibri. Ecco, non ci sarebbe neppure un Obama americano, con questo sistema. Probabilmente non avrebbe neppure fatto politica.

Neppure l’Hollande italiano ha grandi speranze. Bufale in rete a parte, Hollande è un po’ in crisi presso i francesi. Con il sistema italiano i partiti starebbero pensando a come sbarazzarsene. In Francia non possono neppure pensarlo, e Hollande può continuare con il suo programma, perché il presidente è eletto direttamente, poi nomina l’esecutivo e al parlamento (e ai partiti) è restituita la sua funzione più propria. Un sistema che sarebbe utile comprendere e forse adottare (lo dicevo diffusamente qui).

Noi invece mettiamo la spilla di Obama e facciamo finta di temere i “leaderismi”, senza renderci conto che il leaderismo è possibile solo in sistemi in cui i partiti indeboliscono e rendono non chiara l’azione del governo predisponendoci sempre all’attesa di altro.

Invochiamo Hollande – e a dire il vero abbiamo invocato anche leader di altre forme di governo più simili alle nostre, come Zapatero –  ma ci piace pensare che il semipresidenzialismo sia “non adatto” alla nostra cultura - dimenticandoci che le regioni italiane hanno un vero sistema presidenziale e funzionano - e  dimenticando che Hollande è un “politico di professione” (altro peccato mortale nella retorica italiana contemporanea), come la maggior parte dei politici francesi – che hanno studiato quasi tutti all’ENA per capire come funziona lo macchina statale e per essere pronti alle funzioni esecutive (perché alle funzioni esecutive e di amministrazione ci si dovrebbe preparare).

Insomma siamo tutti contenti che Obama sia presidente. Ma proviamo anche a portare nel dibattito pubblico non solo lo sbarramento del premio di maggioranza e le coalizioncine che si fanno e si disfano, ma anche un ridisegno del sistema politico, che possa migliorare la qualità delle nostre decisioni, della nostra convivenza, della nostra partecipazione.

I’m Gianluca Briguglia and I approve this message. (Il titolo è ovviamente uno scherzo. Ne approfitto perché i commenti de Il Post sono momentaneamente disattivati…)

Renzi e Bersani, due modelli di storytelling

“Se ti candidi per governare l’Italia, devi raccontare anche qualcosa di te”. Bersani comincia la campagna per le primarie con questo tweet – e la bella foto di lui bambino con la famiglia e la famosa pompa di benzina – che è anche l’annuncio che il racconto della sua storia personale sarà al centro della comunicazione. In fondo, come dicono i francesi (semipresidenzialisti), la candidatura a guidare il paese è sempre l’incontro tra la storia personale di un candidato e un popolo. L’operazione di comunicazione di Bersani è peraltro molto bella ed evocativa. Due bambini degli anni ’50 protetti da un papà e dalla sua pompa di benzina, simbolo di un’Italia che si motorizza e che cresce e di un lavoro ordinato e sicuro, e da una mamma, si intuisce, che sa badare alla famiglia. Lo storytelling di Bersani è quello allora di tutta una certa Italia, quella dei Gianni Morandi e degli Adriano Celentano (lo dico nel senso più positivo del paragone), delle feste di paese, dell’industrializzazione, cioé di un’Italia positiva che è ancora presente nell’immaginario di molti, al di là delle generazioni. Bersani racconta qualcosa di quell’Italia, certo aggiornata, di quelle sicurezze, di quelle protezioni, di quell’autorità paterna (ne parla oggi Filippo Ceccarelli su Repubblica) di cui vorrebbe farsi portatore e innovatore. In questo senso il racconto della sua storia, il far partire la campagna da quella pompa di benzina, gli attribuisce un ruolo di garante di una storia collettiva che vorrebbe riassumere e traghettare nel nuovo mondo. Bersani è dentro una storia, una storia che  tutti conoscono e che va riraccontata.

Lo storytelling del suo avversario, Matteo Renzi, è molto diverso. Per un motivo narrativo strutturale preciso. Renzi racconta una storia facendola e chiedendo a chi lo ascolta di assecondarne lo sviluppo. La sua è una storia a rischio, che si fa solo se chi ascolta la storia lo aiuta. Il racconto può non avere il lieto fine e può interrompersi, perché è una storia che non è stata raccontata prima. Non si sa come va a finire. Questo è ciò che c’è in gioco, narrativamente. Ed è per questo che ha bisogno di un pubblico attivo, che creda alla possibilità di quella specifica storia, e voglia parteciparvi. Renzi ha cominciato a raccontare quando si è candidato alle primarie di Firenze, quell’atto è diventato un racconto, che chiede altri atti, che saranno usati a loro volta come episodi del racconto. In questo senso l’”Adesso!” di Renzi è più vicino alla prima campagna di Obama, perchè sono entrambe performative, cioé fanno quello che dicono, azione e parola sono allo stesso livello. Sono storie proiettate sul presente, la credibilità è sulla sfida presente. La foto di Bersani è invece tecnicamente più simile al “racconto italiano” di Berlusconi, cioé al mettere in campo una rappresentazione di una certa Italia (ovviamente nel merito si tratta di due Italie completamente diverse) che si vuole autentica e modello credibile (l’usato sicuro) per il futuro.

Bersani chiede che chi lo ascolta si senta rappresentato e abbia fiducia in lui, in virtù di una storia già nota. Renzi chiede che chi lo ascolta lo imiti e agisca come lui. In questo senso i due storytelling, in questa fase (ma entrambi dovranno cambiare alcune cose importanti, a mio avviso, e Renzi in particolare), portano implicitamente a un paradosso rispetto a quello che invece viene detto.

Bersani propone comunicazionalmente l’idea di un uomo solo, fidato e provato, al comando. Renzi ha bisogno che almeno una generazione di Italiani voglia fare come lui.