Oggi mi sento fortunato

Quasi tutti i blog hanno degli strumenti statistici a disposizione. Uno dei più curiosi è quello che permette di sapere attraverso quali parole e frasi digitate sui motori di ricerca, per esempio google, i lettori occasionali si sono imbattuti nel blog. Cioé ci sono molti che cercano qualcosa su google (o altri motori) e google ha dato questo blog come risposta (e il lettore ha cliccato pensando di avere l’informazione che cercava).

Faccio solo un piccolo elenco di frasi che hanno portato ignari lettori a questo blog:

la figlia di Lucia Annunziata; l’ottimismo prevede un duro lavoro; il vostro parlare sia sì sì no no; trenitalia informa; la madonna piange; ti conosco mascherina; pornotube; dura minga non può durare; saggio sugli ufo voyager; giulio cesare è davvero esistito?; cambiare pusher; pesci e pulcini; tomi tomi cacchi cacchi; spqr sono pazzi questi romani pc configurazione minima; gianluca briguglia e-mail; gianluca briguglia rivolta; stoppaciosi; come raggiungere a milano la chiesa che la madonna piange; fare penitenze; dalla pecora al pecorino; formula unzione degli infermi; avversari dei teletubbies.

A Milano il 6 giugno

Ve lo ricorderò ancora, ma intanto segnate la data. Ci vediamo per la presentazione di 150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa a Milano, mercoledi 6 giugno alle ore 17 alla Libreria COOP in via Festa del Perdono, 12 (proprio di fronte alla Statale).

A chiacchierare con me – e spero con voi- ci saranno Luca Sofri (direttore de “Il Post”), Armando Massarenti (direttore dell’inserto culturale Domenica-Sole 24 Ore), Pippo Civati (consigliere regionale della Lombardia) e Federica Pezzali (giornalista e autrice televisiva), che ringrazio della presenza.

Qui l’invito/promemoria e se vi va di segnalare la vostra presenza potete farlo qui.

Appuntamenti (se avete tempo)

In attesa di incontrarci a Milano il 6 giugno per la presentazione di 150 più 1 (i dettagli lunedi) segnalo un altro paio di appuntamenti interessanti.

Il 9 giugno a Parigi, come ogni anno in questo periodo, c’è la giornata “Incipit” del Centre Pierre Abélard, che fa il punto sulla medievistica (in particolare filosofica) dell’anno trascorso. Quest’anno il programma è particolarmente ricco.

Per la settimana residenziale di studio in Bretagna dal titolo Quelle histoire pour la philosophie médiévale? (30 settembre-5 ottobre 2012) la descrizione la trovate qui e comprende anche la lista dei docenti partecipanti. La deadline per l’iscrizione è il 15 giugno (e non maggio come era stato scritto in precedenza).

Tra le varie novità l’ultimo video di un mio ex studente, e del suo gruppo Deum, che scrive e canta (molto bene), ma a quanto pare non ha tempo. L’album è su iTunes qui.

Aidez-moi

Mi hanno detto che devo ricordare ai lettori e agli amici che il mio ebook ha bisogno di aiuto per circolare, perché si scarica solo dalle librerie on-line. Mi dicono di chiedervi di comprarlo, leggerlo e se vi piace di parlarne e parlamene (questo mi fa sempre molto piacere e a giugno faremo anche delle presentazioni). Insomma su questo progetto a cui tengo molto dovrei proprio ricordarvi di aiutarmi. Peraltro cosa molto di moda da queste parti ultimamente (sostituite “France” con “Italia alla prova di se stessa” e fate conto che sia io):

Le (mie) presidenziali francesi per Italianieuropei

La Fondazione Italianieuropei mi ha chiesto di commentare le presidenziali francesi dalla vigilia del primo turno ai risultati del secondo turno. Il primo pezzo è sulla battaglia delle retoriche. Qui di seguito l’attacco iniziale dell’articolo.

La campagne presidenziali sono l’incontro tra una personalità e il popolo. In Francia lo si dice spesso. Ed è un incontro che si costruisce anche e soprattutto attraverso il linguaggio e i discorsi, cioè attraverso la costruzione di retoriche.

Del resto i francesi pretendono che un presidente sappia parlare da presidente, sappia cioè incarnare un certo spirito della nazione, sappia governare le parole e far sentire la sua voce, sappia, in certa misura, ispirarli.

Non per nulla, del candidato centrista François Bayrou, che mette «l’amore per la lingua francese» tra gli obiettivi della riforma scolastica, si ricorda spesso il suo essere agrégé in letteratura (cioè avere l’idoneità per l’insegnamento, titolo di prestigio per ogni curriculum). Stesso spunto per il leader del Front de Gauche, Jean-Luc Mélenchon, il miglior oratore di queste presidenziali, che ha iniziato la sua carriera, come i giornalisti sottolineano, come professore di francese (per un breve periodo).

È insito nel presidenzialismo questo bisogno di preludere alle azioni attraverso il discorso pubblico di un singolo. In Francia si aggiunge l’eredità di De Gaulle, fondatore della Quinta repubblica, grande oratore e grande penna, e la costante allusione e menzione dei valori repubblicani, che a loro volta si collegano al mito fondatore della rivoluzione e della grandezza francese. Quella francese è una “monarchia repubblicana”. E lo si deve anche alla presenza di una figura di presidente capace di parlare alla nazione e per la nazione.

Continua a leggere sul sito della Fondazione Italianieuropei.

Groucho, passami la pistola!

“Groucho, passami la pistola…” è il titolo dell’introduzione del libro 150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa. Qui di seguito la prima pagina. Altre anteprime le stiamo dando nella pagina facebook del libro.

Questo libro nasce un po’ come i casi di Dylan Dog, qualcuno ti urla alla porta e ti propone un rompicapo che sembra assurdo, ma ha almeno una soluzione, che però anche alla fine sembra impossibile.

In questo caso a urlare alla porta è il rompicapo stesso, cioè l’attuale situazione italiana, il clima chesi respira nel dibattito pubblico a centocinquant’anni (più uno) dall’unità nazionale, l’apparente labirinto linguistico e lessicale nel quale la politica, la cultura e la società stessa si sono cacciati.

Non che ci si voglia produrre nel solito piagnisteo sui bei tempi andati, perché in fondo si stava peggio quando si stava meglio (ho scritto la frase così come la si legge), ma certo al primo sguardo è proprio di un indagatore dell’incubo che si avrebbe bisogno.

Quindi, Groucho, passami la pistola. E la pistola, sperando che funzioni e che non sia sempre scarica come quella del summenzionato Dylan e come quella di gran parte del dibattito di questi anni – fatto di risposte guidate, a crocette, a questioni poste da altri- è data da domande e curiosità. Perché la libertà di un dibattito – è bene ricordarlo – è costruita soprattutto dalla possibilità di porre domande nuove e non solo di rispondere alla domande degli altri, che prevedono risposte che confermano la bontà della domanda e soprattutto l’autorità di chi la pone.

Insomma cerchiamo di non pensare all’elefante, per parafrasare un libello famoso che metteva in guardia dalle trappole cognitive (e politiche) del linguaggio. È curioso che a centocinquant’anni dall’unità, il tema dell’identità italiana e soprattutto diquello che lega ancora insieme gli italiani sia stato così lento a emergere. Anzi, è logico.

Un dibattito serio ed esteso sull’argomento avrebbe rischiato di mettere in crisi altri discorsi, altri dispositivi linguistici, altre piccole patrie lessicali, fatti di miti delle origini a dir poco inconsistenti sul piano storico, di cristianesimi pagani, di crociati senza croci, fatti di incomprensione dei fenomeni, di contrapposizioni, di sistemi binari. In questo senso il destino dell’Italia sembra sempre in bilico, appeso sull’abisso tra opera e operetta. E forse anche questo ne costituisce un elemento distintivo. Ma in ogni caso non si può minimizzare lo scontro, che esiste sempre, tra sensi diversi di realtà, tra necessità di raccontarsi e filtri narrativi imposti da altri o assunti senza accorgersene. Un discorso sull’identità italiana – la parola non mi piace perché anch’essa è un filtro stretto, e terribilmente ambiguo, ma usiamola per ora – su cosa può voler dire far parte del paese e perché, rischia allora, proprio dopo centocinquant’anni di storia comune, di sbugiardare racconti e raccontatori.

Eliseide

In principio erano Chirac e Balladur. Entrambi del partito neogaullista, entrambi aspiranti alla presidenza del 1995 e da quel momento divisi da un’inimiciza che sfiora l’epica. Eletto presidente, Chirac esclude sistematicamente da ogni carica e posizione di rilievo tutti i sostenitori di Balladur, tra questi un ancora giovane Sarkozy, che paga in modo particolare. Chirac tenta un colpo arditissimo, scioglie il parlamento, in cui ha la maggioranza (primo ministro Juppé), per motivi non molto chiari, tra i quali forse il principale è escludere definitivamente dal potere la componente balladuriana. Il colpo non riesce e Chirac perde la maggioranza (che va ai socialisti). Colpito da umiliazioni, trappole ed esclusioni di ogni tipo, Sarkozy decide forse in quegli anni di difficoltà di puntare al massimo e imposta una lenta strategia di conquista del partito. Il progressivo indebolimento di Chirac, che viene però rieletto per il disastro elettorale di Jospin, dà forza a un Sarkozy che dà prova di un attivismo, di una tenacia e di una capacità di prendere posizione e influenzare il dibattito che lo fanno diventare l’avversario principale di Chirac. Il presidente gioca allora la carta Villepin, l’eminenza grigia del suo secondo mandato presidenziale. Villepin consiglia di integrare nel governo Sarkozy per controllarlo meglio, ma di fronte all’avanzata di quest’ultimo, Chirac nomina proprio Villepin come primo ministro, infliggendo una serie di umiliazioni pubbliche a Sarkozy. Ma ormai il passaggio generazionale è compiuta. I nuovi nemici sono Sarkozy e Villepin. Si apre allora una storia di dossier, di spionaggi, di colpi bassissimi. Sarkozy ce la fa, diventa presidente e Villepin viene risucchiato in vicende giudiziarie che lo fanno uscire dai giochi. Lui non ha dubbi: “sono innocente e le prove false le ha fornite il presidente”. Villepin sembra fuori dai giochi ma arrivano le due assoluzioni. L’ultima, definitiva, pochi mesi fa. Ricomincia l’epopea. Ieri Villepin si è candidato alla presidenza della repubblica. Quante possibilità ha di vincere? Nessuna. Viene dato al 2%. Ma guarda caso quel 2%, posizionato al centro, se sottratto a Sarkozy (che è l’unico a cui può essere sottratto), rischia di non far passare al secondo turno il presidente, a vantaggio di Marine Le Pen, che si scontrerebbe poi, perdendo a valanga, con il socialista Hollande. La saga continua.

Put the blame on mame

"Nulla nella vita va temuto, va solo compreso". La frase è attribuita a Marie Curie e come darle torto. Quello che sta succedendo in questi mesi è un rompicapo, ma ha delle vie d'uscita. E le dobbiamo imboccare noi, non si proporrano da sole.
Il futuro però un po' ci disorienta, in questo momento davvero non riusciamo a immaginarlo. Soprattutto non riusciamo a dislocarlo, come abbiamo fatto per un secolo, in un altro posto, lontano e pieno di opportunità. L'Europa è un'area unitaria in fondo, parlo dal punto di vista dell'immaginario e della nostra conoscenza reciproca, siamo a un'ora e mezzo di volo da ogni suo punto. Possiamo certo viaggiare per cercare condizioni migliori, ma l'Europa ha perso il suo fascino esotico. E' una fortuna, s'intende, questo restringimento geografico, perché è un arricchimento e un ampliamento delle nostre esperienze reali, ma forse è anche una piccola perdita di immaginario. E l'America, che non cresce come dovrebbe, che non ci promette un altro mondo, smetterà di darci ispirazione? Io mi auguro, e credo, di no. Dove altro metteremmo al riparo la nostra immaginazione e la nostra idea di un futuro possibile, lontano nello spazio ma a portata di mano?

I tre giorni in cui Cristo fu morto

Proviamo a fare un esperimento mentale. Immaginiamo che la notte dell’ultima Cena, dopo la consacrazione del pane come corpo di Cristo (come corpo vero, non simbolico, per i cattolici), un apostolo, uno qualsiasi, avesse conservato per sé una parte di quel pane. Immaginiamo anche che dopo la morte di Cristo, qualche ora dopo, durante i giorni neri dello sgomento, della paura e del dubbio, cioè durante i giorni in cui Cristo fu davvero morto, quell’apostolo avesse ripreso il pane sottratto e già consacrato, cioè il corpo di Cristo, e l’avesse mangiato. In quei tre giorni, avrebbe mangiato il corpo di Cristo vivo o il corpo di Cristo morto?
L’esperimento non è blasfemo e la domanda se la sono posta in tanti, e come strumento di conoscenza, tra loro per esempio (san) Tommaso d’Aquino e (il beato) Duns Scoto, che di professione non facevano i santi, ma gli intellettuali. E infatti le loro risposte sono altre domande. Che cos’è un corpo vivo? A quali funzioni vitali corrisponde la vita di un corpo? E perché un cadavere non si decompone istantaneamente? Forse alcuni processi continuano? Che rapporto c’è tra l’anima e l’intelletto e le sue funzioni? Non bisogna forse ridefinire scientificamente meglio la nozione di corpo?
Insomma chi leggesse alcuni dei lavori medievali e moderni sui quei tre giorni in cui Cristo davvero non c’era e sull’eucaristia (e anche Galileo aveva una sua teoria), si troverebbe di fronte a dei veri e propri trattati scientifici, che parlano sì del corpo di Cristo, ma cercando di capire come funziona il nostro. La teologia poneva così domande religiose, certo, ma soprattutto provocava la scienza perché cercasse risposte con i propri mezzi, affinandoli, a questioni e rompicapo che da sola non aveva pensato.
Di esperimenti mentali bizzarri di questo tipo, e usati come tali, (ma non più bizzarri di quelli con cui Einstein, per esempio, cercava una via di comprensione della relatività della nozione di spazio), ce ne sono stati molti, e dalle conseguenze importanti. Perché il roveto ardente del Sinai bruciava e non si consumava? Bruciava e non bruciava? È possibile infrangere addirittura l’impossibilità logica della contraddizione? Ma allora forse se Dio volesse potrebbe far sì che Roma sia stata fondata e non sia stata fondata, nello stesso tempo? Fondata e non fondata, insieme. Se la risposta è affermativa bisogna mettere alla prova la logica, non per dire che la logica non funziona, ma proprio per pensare se possano esistere modelli logici diversi da quelli basati sulla non contraddizione formale. È anche da queste domande che nascono le teorie dei “mondi possibili” e insomma in questo senso la trilogia di Ritorno al futuro e certe curvature di Inception non sarebbero che un’applicazione di quegli antichi dibattiti.
Insomma per i credenti la settimana santa è certamente motivo di meditazione religiosa e esistenziale, ma per tutti gli altri potrebbe essere occasione di riflessione su quanto complessa sia la storia dei rapporti tra saperi, tra ricerca  e credenze e in fondo tra esistenza e conoscenza.