La pacchia è finita?

Il successo elettorale non è certo finito, ma si può forse dire che il tentativo politico di Salvini, cioè quello di un’ascesa senza limiti e con forzature senza costrutto, si sia dimostrato infruttoso.

E si è dimostrato tale perché in fondo Salvini ha confermato di essere un politico dotato di un grande istinto, ma privo di una cultura politica propria (come dicevo qui in tempi non sospetti) e di un vero progetto.

Cerco di spiegarmi meglio. Il passaggio della Lega di Salvini al sovranismo è stato il tentativo di passare dallo strampalato nazionalismo padano, che appariva ormai esausto per vent’anni di sostanziali insuccessi, a un progetto nazionale che spostasse più in là, cioè dai meridionali agli stranieri soprattutto africani, la frontiera del nemico.

Lo stacco è sembrato ampio perché per vent’anni la Lega non ha fatto altro che predicare sull’inesistenza dell’Italia come paese, attribuendo al Mezzogiorno tutti i mali della Penisola, e fornendo come unica soluzione l’indipendenza della prima (e poi) inesistente Padania. Si trattava di una soluzione impossibile e dunque geniale perché lasciava aperti i problemi senza risolverli mai e quindi consentiva di lucrare su una cultura del risentimento che è stata il motore di tutto.

Salvini ha tentato di ampliare il nazionalismo padano portandolo a una scala più ampia, quella di tutto il paese, insistendo sul “prima gli italiani” ma dopo aver individuato i nuovi terroni (e anche qui avendo cura che i problemi non potessero risolversi).

C’è riuscito in parte, ma ha fallito con lo schema generale.

Completamente sfornito, lui e il suo gruppo dirigente, di un disegno ampio, ha perso l’occasione di fare davvero politica a partire da un nucleo concettuale che potenzialmente poteva rivolgersi in varie direzioni.

Privo della capacità intellettuale di elaborare un vero progetto strategico (che pure poteva essere nazionale, perché no?), per un’esigenza stretta di trovare elementi di un cultura politica possibile si è rivolto all’estrema destra.

A pensarci bene, non c’era nessuna necessità elettorale o di strategia per cercare per esempio un legame con Casa Pound, se non quello della ricerca urgente di un lievito ideologico già pronto e il più semplice possibile.

La Lega salviniana ha virato alla destra estrema per mancanza di cultura propria nel  nuovo quadro nazionalista in cui voleva porsi e quella cultura estrema ha fatto da lievito. Ne è bastato un po’ per far crescere l’impasto.

Tuttavia, com’è ovvio, quell’impasto ha sì fornito una struttura elementare da spendere nella ricerca del consenso, ma non ha fornito ulteriori idee o progetti capaci di misurarsi con il contesto mondiale e nemmeno europeo (e  per insufficienze proprie in Europa Salvini ha davvero sbagliato moltissimo da subito, mentre avrebbe potuto cambiare il quadro indirizzando il suo sovranismo oltre le frontiere europee – e vedremo se non l’ha fatto per condizionamenti economici di potenze extraeuropee).

L’evocazione dei simboli religiosi è poi un ulteriore tentativo di costruire un altro ibrido sostegno culturale e intellettuale alla sua azione, compatibile con una certa destra e dal significato anche antieuropeista (essendo l’Europa vista come un covo di illuministi). Per il momento anche questo è risultato un colpo a salve, anche perché i tempi sono cambiati pure rispetto a pochi anni fa.

Senza un orizzonte concettuale e intellettuale (che può essere certo ideologico e ricevuto), nessuno può fare politica in modo ampio, ambizioso e non asfittico, perché manca lo spazio che anticipa e nutre l’azione.

Certo, se Salvini non avesse fatto quell’errore madornale di mezza estate sarebbe ancora lì – e tante volte nella storia si è proceduto per spinte apparentemente asfittiche che però hanno cambiato il quadro delle situazioni -, ma c’è da chiedersi se, senza direzione, senza risorse intellettuali, senza veri progetti, senza un gruppo dirigente, quel tipo di errore sia davvero evitabile.

Salvini ha dunque chiuso? No, per nulla. Ma non sembra avere molto filo per tessere, proprio per le insufficienze strutturali a cui abbiamo accennato.

Potrebbero però succedere molte cose diverse.

La prima è che, sentendo fallire la Lega “nazionale”, un certo gruppo dirigente leghista ricominci ad alludere all’antimeridionalismo, verniciandolo di autonomia e di vittimismo antiromano (non escludo che qualche cervellone finto economista fra un po’ teorizzi la doppia moneta, l’euro al Nord e qualcos’altro al Sud, perché il Nord è pronto e il Sud ne avrebbe giovamento…). Sarebbe però un ridimensionamento

Potrebbe invece essere che il nuovo governo si dimostri talmente disastroso (perché no?) da tenere in partita Salvini, con l’integralità del suo sovranismo (parola contraddittoria nel mondo in cui viviamo, ma sempre con un fortissimo appeal) anche agli occhi dei suoi stessi competitori interni che certo gli presenteranno il conto se i sondaggi caleranno (Maroni ha già ricominciato ad andare in televisione).

Molto dipenderà da come si comporterà il governo che ha giurato ieri e da come si polarizzerà lo scontro politico nella percezione generale.

Salvini infatti non solo non è fuori gioco, ma guida quello che i sondaggi danno come il primo partito italiano: tornerebbe di certo al vertice in caso di elezioni anticipate, potrebbe invece farsi erodere il proprio consenso, o potrebbe addirittura essere costretto, dal calo eventuale dei sondaggi e dai morsi dei rivali interni, a una prova finale di forza (e se fosse, nella necessità di avere un palazzo istituzionale, l’attacco diretto al comune di Milano?).

 

 

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I santi di Salvini

Che un politico come Salvini – privo di cultura politica propria, ma dotato di un grande istinto politico – cerchi di costruire percorsi anche ibridi di sostegno culturale e intellettuale alla sua azione non è per nulla strano. Che l’elemento religioso stia sempre di più entrando nel suo modo di raccontarsi è pure evidente, almeno dall’esibizione del Vangelo nella campagna 2018, fino alle foto su Padre Pio, oltre naturalmente alle citazioni del discorso al Duomo.

Si tratta naturalmente di un uso della religione che, per il momento, non arriva neppure al livello di una valenza ideologica chiara. È, al limite, un semplice uso identitario dei simboli religiosi, direi quasi un esperimento, un tentativo di ibridazione in attesa di comprendere se quella religiosa sia una strada percorribile (e probabilmente in quanto tale non lo è). Forse qualcosa di simile a quello che la Le Pen, erede del padre e di altro, ogni tanto tenta ancora stancamente con la povera santa Giovanna d’Arco, patrona di Francia (santa e patrona dal 1920).

Niente di nuovo: la storia europea anche è un intreccio di ideologie politiche e religiose, di segni identitari costruiti e abbandonati alla bisogna. Che uno come Salvini tenti la carta del simbolo religioso è solo un episodio in più, interessante e però un po’ strampalato (ma non per questo banale, perché l’avventurismo è quasi sempre un percorso strampalato compiuto un po’ per caso da uomini senza cultura politica o pronti a cambiare la propria, ma con grande istinto politico, nel momento storico giusto).

Semmai quello che ho trovato divertente è che Salvini si sia messo a citare dei santi che avrebbero potuto benissimo essere citati da un europeista convinto per dire esattamente il contrario di quello che pensano i sovranisti. Giocando un po’ con le cose e con il passato – così come ogni discorso politico fa per essere convincente e vivo e certo le citazioni di Salvini non sono filologia agiografica  – potremmo dire che basterebbe vedere una mappa dei monasteri benedettini nei secoli per capire quanto i paesi europei siano tra loro interconnessi da sempre; Cirillo e Metodio integrarono alla cultura e al destino europeo i paesi slavi; Brigida di Svezia girò mezza Europa, aiutando i poveri e creando una cultura nuova, più accessibile ai molti; Caterina da Siena ebbe una visione complessiva dei fenomeni che si dispiegava su tutto il continente, con rapporti con papi, imperatori, governanti; Edith Stein, e qui si gioca meno, ebrea di nascita, morì ad Auschwitz, in un’Europa dilaniata che non dovrà tornare più. Insomma, viva l’Europa (che peraltro, non dimentichiamolo, potrebbe anche essere intesa da qualcuno in senso beceramente sovranista, come fortezza assediata, da difendere e quindi, perché no, da cristianizzare per fini identitari e non certo di fede o credenza).

Molti poi si sono offesi per il riferimento di Salvini alla Madonna, alla quale il leader dei sovranisti ha affidato il destino proprio e, non si sa bene a che titolo, quello dei presenti e quello dell’Europa. Per farlo però, avrebbe potuto benissimo indirizzarsi, e nessuno si offenda se rilevo il particolare curioso, proprio a una bandiera dell’Unione Europea: il colore della bandiera e la disposizione delle stelle sono un richiamo diretto all’iconografia mariana (tanto che il populista di sinistra francese Mélenchon, che non brilla per europeismo, chiese ufficialmente, nel 2017, che fosse tolta la bandiera europea dal parlamento francese, in quanto riferimento confessionale).

Certo, quando accettarono la proposta dell’illustratore Heitz nel ’55, i famigerati burocrati europei non lo sapevano, ma Heitz, strasburghese, era cattolico di quelli tosti, alla francese, e si era ispirato, a quanto da lui riferito decenni dopo, alla “medaglia miracolosa dell’Immacolata” (se passate a rue du Bac a Parigi andate a dare un’occhiata) e a un versetto dell’Apocalisse “Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una Donna vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle”.

Salvini per arrivare al potere è stato prima separatista e poi nazionalista e antieuropeista. Finirà che per le vie traverse della politica, ancora più piene di folgorazioni delle vie che portano a Damasco, ce lo ritroveremo, prima o poi, europeista convinto.

Tre proposte per l’Europa

Devo ammetterlo: cerco tra i programmi dei partiti e dei movimenti qualche proposta concreta sull’Europa che non sia la proiezione di questiuncole italiane, ma che parli proprio di Europa in quanto tale. Qualcosa che ci porti a un livello più utile di funzionamento o di integrazione dell’Unione.

Chessò, qualcosa su come cambiare i rapporti tra il parlamento e la commissione, sulle liste transnazionali, sull’elezione del presidente, sul ruolo dei governi e il loro ridimensionamento nel funzionamento di tutta la baracca (o anche qualcosa di chiaro che vada nel senso contrario). Oppure qualcosa sull’Europa a due velocità di integrazione (perchè Francia e Germania con i trattati bilaterali stanno facendo quello, no? E noi perché non ci siamo?).

Nella mia ingenuità pensavo che fosse il momento di discutere non solo dei valori (per favore aboliamo la parola “valori” dal dibattito politico: non vuol dire nulla), ma soprattutto di quelle questioni, pensavo che qualcuno dicesse  “io voglio fare questo, ve lo propongo, anche se è difficile. E da qui comincio a parlare bilateralmente con chi ci sta, con i partiti europei che ci stanno, o anche solo con le correnti che ci stanno dei partiti che non ci stanno…”.

Insomma mi aspettavo stupidamente elaborazione politica da parte della politica, ma per il momento ho trovato poco o nulla (forse il programma più concreto in questo senso è quello del movimento paneuropeo Volt).

Da parte mia avanzo qui tre minuscole proposte – lasciando quelle grosse to whom it may concern – che vanno nella direzione di un’integrazione di tipo culturale.

La prima l’avevo già avanzata qui qualche anno fa – un’ora di Europa – e nasce dalla constatazione che come europei non ci conosciamo ancora abbastanza.

Ogni volta che sento una filastrocca tedesca, una favola francese, un modo di dire particolare, mi rendo conto della straordinaria diversità europea (e di quanto questo sia anche spaesante). Ma ciò è nulla rispetto alle differenti concezioni nazionali delle cose, alla varietà del senso storico, alle definizioni che le comunità (nazionali, regionali e anche di regioni transfrontaliere, locali) danno di sé e della propria storia.

Ci conosciamo poco perché raccontiamo a noi stessi solo la nostra storia. I francesi sono convinti che tutto cominci nel 1789 e guardano solo dall’altra parte del Reno, i tedeschi sono spesso concentrati sul respiro dell’Est e sulla propria pluralità interna, gli austriaci a volte si vedono come uno spazio di civiltà non pienamente riconosciuto, gli italiani hanno imparato a scuola a diffidare dei germanofoni, etc.

In attesa di una narrazione europea complessiva (peraltro difficilissima da congegnare), abbiamo bisogno di conoscerci, di essere curiosi gli uni degli altri, di arricchire le storie bellissime delle nazioni con il contatto con gli altri, di ampliare davvero il nostro spazio a spazio europeo, abbiamo bisogno di formare dei leader europei, a loro agio nel continente. Questa curiosità non può che nascere negli anni dell’educazione, dei sussidiari, dell’apertura degli orizzonti.

Perché non introdurre un’ora strutturata di Europa nelle classi elementari? Perché non introdurla su scala europea? Non servono ideologismi, basterebbe dedicarsi alle favole degli altri, alle filastrocche degli altri e magari nelle lingue degli altri – giusto per stabilire un contatto sonoro, non necessariamente per imparare la lingua – ai sapori, ai paesaggi degli altri, con l’unica finalità di rendere curiosi degli altri.

Perché non introdurre un’ora strutturata di Europa nelle scuole medie? Perché non raccontare elementi delle storie degli altri, di quelli che sono i nemici storici, di quelli che hanno vissuto eventi comuni in modo diverso, o di quelli lontani che hanno negli occhi e nella memoria storica altri paesaggi? Discutere a livello europeo di un’ora di insegnamento dai 6 ai 13 anni in tutti i nostri paesi è una battaglia che si può fare e che può essere molto utile.

La seconda proposta è quella di un’università europea.

In questi decenni di integrazione l’Unione Europea ha fatto tantissimo per la ricerca. Gli ERC Grant, finanziamenti importanti per la costruzione di gruppi di ricerca su temi innovativi in ogni disciplina, o i Marie Curie Fellowships, finanziamenti a singoli ricercatori per condurre il proprio lavoro in un’università o centro di ricerca europei (escludendo il paese di partenza del ricercatore, quindi condizionando in modo strategico il finanziamento alla mobilità), non solo hanno consentito a più di centomila studiosi europei di costruire le proprie ricerche, ma hanno anche permesso e permettono, in modo tacito ma operativissimo, uno scambio costante di metodi, di idee, di innovazioni, di reciproca conoscenza tra i vari sistemi nazionali, di miglioramento di processi anche burocratici nell’imitazione di ciò che funziona.

Si tratta di uno degli esempi più evidenti dei vantaggi portati dal ragionare e agire su scala europea. (Altri vantaggi per noi italiani verrebbero anche dal semplice imitare alcuni dispositivi nazionali di altri paesi, come proponevo qui, ma è tutta un’altra storia).

Bene, perchè non facciamo allora un passo ulteriore e costruiamo un sistema di università gestite dall’Europa (che è, lo si voglia o no, un modello di buona gestione rispetto a tantissimi sistemi nazionali), ma pienamente integrate e cofinanziate ciascuna in un sistema nazionale?

Esistono già università europee (una proprio in Italia), perché non costruire una rete, con scambio di professori, di personale amministrativo, e con una maggiore integrazione nel sistema nazionale, in modo che queste strutture possando diventare leve di cambiamento e di conoscenza reciproca? Non potrebbe questo motivare cambiamenti e miglioramenti nei vari sistemi stataii della formazione e della ricerca?

La terza proposta è quella di una televisione europea.

Un’industria culturale comune europea di fatto non c’è. E ce ne sarebbe forse bisogno. Quell’azione di ulteriore conoscenza reciproca che mi pare essenziale potrebbe essere molto facilitata da un tv dell’Europa. Non penso ovviamente a una all news 24 in inglese (o in altre lingue), e non penso neppure a un televisione di informazione politica, anche se in questo senso un’informazione “continentale” sarebbe utile: fa anche un certo effetto straniante il fatto che il tg delle 20 in ogni paese europeo si interessi solo al dibattito o ai fatti nazionali ignorando del tutto gli altri paesi, ai quali siamo legati in un destino in gran parte comune. E un notiziario anche europeo prima o poi ci vorrà.

Ma penso soprattutto a una televisione come la franco-tedesca Arte, nata in seguito a un trattato tra Francia e Germania (guarda caso, le due velocità…), che ha una programmazione per più di metà di documentari, per un quarto di film, con due terzi totali di programmazione inedita, secondo una linea molto riconoscibile, che rende un grandissimo servizio alla conoscenza reciproca e alla creazione di uno spazio comune.

Certo sono proposte come tante altre, ma mi pare che il momento delle proposte, di queste e di quelle più importanti, sia proprio questo.

 

Post-Europa

Spesso quando si parla di uscita dall’euro o di disgregazione dell’Unione Europea, di sovranismi vari o anche di concrete difficoltà, si ha l’impressione che chi parla pensi che un futuro libero dai vincoli attuali sia il ritorno di un’Italia, o di un’Europa, degli anni ’60. Cioè: mi pare che pensiamo al futuro come la riproposizione di un certo tempo passato (che peraltro una gran parte di noi non ha neanche vissuto e non è probabilmente neppure esistito).

Il futuro non lo conosce nessuno, ma possiamo tentare di immaginarlo, a partire dalle tendenze attuali che per noi sono significative.

Non si può escludere – mi dico se osservo il presente e gli ultimi anni – che sul medio-lungo periodo finirà così: due grandi paesi come la Germania e la Francia stringeranno i rapporti per una vera unione, con altri quattro-cinque paesi dell’area Nord (del resto Francia e Germania hanno appena firmato degli intenti comuni bilaterali in materia di convergenza fiscale per le imprese). La frontiera del Reno, per secoli una barriera, è oggi una cerniera di comunicazione con investimenti forti da parte dei due paesi per un’integrazione strategica che nessun fallimento italiano o europeo potrà fermare.

Un’unione a velocità sostenuta tra i due paesi, con un legame stretto tra l’elemento latino e quello germanico (voglio esprimermi così) costituirà, pur in assenza di altri paesi, un centro pienamente legittimo di influenza economica, culturale e politica continentale con proiezioni extracontinentali. Quell’Europa andrà avanti.

La Gran Bretagna, se pur manterrà l’integrità politica, non potrà fare altro che riconsegnarsi a un liberismo alla Dickens nel tentativo di mantenersi hub globale di qualcosa di più ampio di una “piccola isoletta”, come l’aveva chiamata Putin in tempi non sospetti (e quanto i tempi attuali stanno favorendo proprio Putin nel suo disegno di sgretolamento dell’unica forza politica che può fermarne certe ambizioni).

E l’Est europeo – qualcuno ne dubita? – fuori dall’ombrello dell’Unione Europea tornerà di riffa o di raffa sotto l’influenza russa.

Il Mediterraneo, Italia compresa, sarà lo spazio di tante piccole e grandi Turchie, con livelli di libertà percepita diversi, con economie tra l’asfittico e il discreto, a seconda dei momenti e dopo l’eventuale choc di uscita dalla moneta unica, con una diminuzione di servizi ai cittadini e forse di passi indietro su alcuni diritti. Corsi e ricorsi? Possiamo arrangiarci a vivere in un’area di questo tipo? Lo vedremo, nel caso.

Non è solo questione di governi – intendiamoci – è anche questione di popoli e pulsioni sotterranee che periodicamente si manifestano. Di certo il ritorno al passato tale e quale non è possibile (e quale passato poi?), ma il futuro realistico che più somiglia al passato, e che in fondo sarebbe coerente con una certa storia europea in declino dell’ultimo secolo, mi pare questo.

Si tratterebbe insomma di vivere in una post-Europa che ha fallito il suo progetto di integrazione (progetto anch’esso del tutto coerente con la storia europea e, anzi, contributo a un miglioramente del mondo), una post-Europa che si gerarchizza secondo linee geopolitiche che riaffiorano e che esistono e che si arrende nel lasciare mano libera ad altre forze globali.

Tutto questo mi pare possibile, a meno che non si faccia uno sforzo per un futuro davvero nuovo, di superamento delle difficoltà attuali nella direzione di un rilancio che, diciamocelo chiaro, è tutto da inventare e richiede una dose di coraggio addirittura epocale, un coraggio da europei (perché gran parte della storia europea è una storia di coraggio nel cambiamento).

Abbiamo le risorse culturali, intellettuali, morali, d’immaginazione, per pensare e produrre questo sforzo? Forse sì, o forse no.

Non c’è momento più politico di questo, più collettivo, più libero per discutere tutte le opzioni.

Ed è scandaloso e inaccettabile che nessuna delle forze politiche che ci dovrebbero guidare abbia mostrato la capacità di proporre un orizzonte chiaro. Alla vigilia di elezioni europee cruciali, le forze che governano l’Italia assumono decisioni le cui conseguenze non sanno spiegare, o fingono che esse non abbiano un impatto che investe la democrazia stessa e il destino del paese per i prossimi 30 anni.

Le forze di opposizione, di centro-destra o di sinistra che siano, non emettono una sillaba sull’Europa, a parte le frasi fatte, e non ci fanno capire (perché non lo sanno?) come riformerebbero l’Unione Europea. E l’unica pista possibile per la prosperità dei popoli europei è una riforma dell’unione, un’accelerazione dello stare insieme.

È desolante osservare che la politica italiana, di qualsiasi orientamento, non voglia e probabilmente non sappia produrre un pensiero sull’Europa (che può anche voler dire contro l’Europa), un contesto cognitivo, uno straccio di scenario che invece di farci affondare in azioni momentanee e senza costrutto ci aiuti a capire che fine stiamo facendo. Dobbiamo rassegnarci? Siamo già nella post-Europa?

 

 

Il sovranismo è una perdita di sovranità

Bisogna ammettere che la parola “sovranismo” è tra le più belle e meglio riuscite che circolino nel dibattito politico internazionale.

La parola dà a intendere che si parli di “sovranità” (che non è la stessa cosa) ed evoca indirettamente il popolo (perché il popolo è sovrano, in tutte le costituzioni democratiche – e spesso nominalmente anche in quelle non democratiche), che è sempre concetto avvertito come positivo, ma sembra anche richiamare qualcosa di alto, di nobile, addirittura di regale.

Cosa c’è allora di più affascinante di un progetto politico che voglia restituire alla nazione una sovranità con un centro chiaro, con dei confini forti, con un potere interno pieno, con tutte le leve di comando alla portata dei governanti della nazione?

La semplicità della parola – sovranismo – porta con sè, senza neppure bisogno di tante spiegazioni, il cuore di un progetto che sembra chiaro, lineare e perfino ovvio, tanto che spetta al non sovranista giustificarsi per il suo non comprendere, per la sua sofisticazione, se non proprio, ancora, per il suo tradimento della sovranità nazionale.

Vogliamo essere sovrani, vogliamo tornare a essere sovrani: è questa la promessa concentrata nel termine stesso.

Ma che cos’è davvero il sovranismo dei Salvini e degli Orban-  se guardiamo un po’ meglio – se non un programma di perdita complessiva (e non di guadagno) di sovranità?

I modelli principali che si affrontano sono infatti due. Da una parte appunto l’idea che basti uscire dalle istituzioni sovranazionali per acquisire una potenza propria e un perimetro di sovranità, come nell’Otto-Novecento. Moneta, esercito, leggi, governo distinguono uno stato da un altro e ogni stato decide la propria politica, economica, militare, monetaria, in necessaria competizione con gli altri stati, che hanno le stesse prerogative.

Dall’altra parte sta l’idea europeista di un’unione di stati che mettono in comune la propria sovranità con le sovranità degli altri stati. Non si tratta di una “cessione”, come quando qualcuno regala qualcosa a qualcun altro, ma di una messa in comune reciproca di sovranità nel quadro di istituzioni comuni.

Il risultato del primo modello, il “sovranismo”, è l’illusione di un ritorno al Novecento, dovuta all’incapacità di progredire nel modello europeista, un’illusione che non tiene conto dei cambiamenti tecnologici del mondo, del rimpicciolimento del globo e della presenza di potenze globali che si avvantaggiano della riduzione sovranista di stati che da soli perdono significato politico.

D’altra parte il sovranismo non può, strategicamente, limitarsi a un’uscita dall’euro o dall’Unione.

Per un paese come l’Italia, infatti, trovarsi al confine di una grande unione di stati, anche monetaria, senza farne parte, vorrebbe dire non essere davvero in grado di gestire la propria economia liberamente ed essere sempre esposti ad attacchi speculativi, a debolezze monetarie e al saccheggio delle industrie private nazionali da parte di più forti acquirenti internazionali (a meno che non si decida che l’impresa privata non sia più libera, con conseguenze economiche distruttive), per non parlare della bomba del debito che ci consegnerebbe in cinque minuti nelle mani del FMI.

Il sovranismo, per un paese come l’Italia, si traduce insomma in una perdita certa di sovranità.

Proprio per questo il sovranismo deve contenere anche un potenziale concettuale distruttivo. Non ci si può limitare a uscire dalle istituzioni politiche sovranazionali, ma si deve tentare di distruggerle, di farle saltare, si deve fare in modo che tutti i paesi escano e che l’Unione Europea semplicemente non ci sia più.

Come si può infatti non dico aumentare, ma almeno mantenere potenza e sovranità propria, uscendo da un’unione che a quel punto avrebbe 450 milioni di abitanti con interessi divergenti e forse del tutto contrari a quelli dell’Italia?

E se invece si riuscisse davvero a dissolvere l’Unione Europea? Nessuno può prevedere le conseguenze, ma è chiaro che a giovarsene sarebbero soprattutto la Russia, libera di tornare nell’Est Europa, e gli Stati Uniti, liberi di negoziare qualsiasi cosa con 28 piccoli paesi piuttosto che con un colosso economico, finanziario, culturale che in questo momento siamo come continente. Ma in quel caso il sovranismo si configurerebbe come un vero e proprio tradimento della nazione, portata fuori da un perimetro di protezione, l’Europa, e consegnata agli interessi asiatici e atlantici di vere potenze. L’alternativa all’integrazione europea, che è ancora molto faticosa, è la disintegrazione europea.

È un magnifico paradosso: all’Italia rimarrebbe il sovranismo delle bandierine, non certo la sovranità sul proprio futuro e sul proprio presente.