Complimenti, siete tutti maschi

Quando organizzo un convegno, o un panel – e spesso anche quando vengo invitato a presentare un libro, mio o di altri -, sto attento a che sia garantita la presenza di relatrici donne. Lo faccio da anni e manifesto il mio imbarazzo agli organizzatori quando vengo invitato a panel in cui ci sono solo relatori uomini, anche perché a mia volta non mi piace assistere a convegni con tutti ospiti maschi.

Non si tratta di una concessione, o di quote rosa o di correttezza politica, ma della necessità di una boccata d’aria fresca che solo la diversità dei punti di vista, delle posizioni, degli stili, degli sguardi sulle cose, può dare alle discussioni scientifiche. Ma è anche un minuscolo contributo a far crescere la consapevolezza che negli ambienti accademici – come in moltissimi ambienti di lavoro – un certo maschilismo permane tenacemente, un certo urtante ammiccamento agli stereotipi di genere è ancora tacitamente operativo e va contrastato (e non è facile perché nella trappola ci siamo tutti).

Spesso infatti i dibattiti scientifici – nei convegni – sono affari di soli uomini (sempre meno, ma ancora troppo) e questo produce a volte risultati un po’ anacronistici, con la presenza di 6-7 uomini in cattedra (e nessuna donna) che, per quanto brillanti, innovativi, aperti possano essere, producono spesso l’impressione di essere al cospetto di una teoria di inquisitori, di un incontro di giudici di Pinocchio, di un consesso di chierici felliniani, di un’assenza ormai poco sopportabile di qualsiasi punto di vista femminile.

So bene che il discorso è molto più complesso. Proprio perché prende in giro i convegni accademici, ho però trovato intelligente e divertente l’idea di una ricercatrice finlandese in Relazioni internazionali, Saara Särmä, che ha creato un tumblr dal significativo titolo AllMalePanels I lettori del tumblr sono invitati a mandare una foto della conferenza con solo uomini alla quale hanno assistito, con tutti i dettagli dell’incontro, del tema, della disciplina. Sarà accolta con la formula di benvenuto “Congrats, you have an all male panel!” e dalla foto plaudente di David Hasselhoff, l’attore di Supercar e di Baywatch (per motivi che però mi rimangono misteriosi).

Veni, vidi, brexit

“Volete Gesù o Barabba?”. Possibilmente rispondere aggiungendo l’hashtag. E cosa dovevano rispondere, in fondo, coi dati che avevano? Il popolo è sovrano, ma può anche fare qualche stronzata. Del resto populista non è il vecchietto dell’Inghilterra profonda che vota per uscire. Il populista è il politico che per meri fini elettorali promette di indire un referendum per uscire dall’Europa mettendo il suo paese in una situazione di pericolo. La monarchia inglese settant’anni fa regnava sul 25% del globo, fra 5 anni regnerà sul 60% di una singola isola. Poi dice che in tre milioni di inglesi vogliono rifare il referendum. D’altra parte, va saputo: se vi lascia e entro due giorni vi manda un sms non tutto è perduto (oppure è proprio una stronza). Ci sarebbe una soluzione alternativa: entriamo tutti nel Commonwealth e lasciamo fuori solo la Germania. Occupy Britain. Oppure togliamo il voto agli ignoranti (o facciamo la lagna perché i vecchi votano in un modo e i giovani in un altro). No, perché si è sentito anche questo. Certo, è vero, abbiamo fatto il giro democratico completo. Prima poteva parlare solo chi sapeva (o gliel’aveva detto Dio). Poi tutti hanno avuto il diritto di parlare, anche quelli che non sapevano. Adesso possono parlare tutti, tranne quelli che sanno. Prendete Farage, un uomo dalla mimica facciale che si estende da Jack La Cayenne a quello che prendeva le sberle nei Brutos. Rivela di avere mentito sui dati economici dei rapporti tra UK e EU la mattina della vittoria. E la giornalista lo bacchetta. Bacchettarlo tre giorni prima sembrava brutto. Fare il proprio lavoro perdendo 5 minuti per verificare il dato chiave di una campagna elettorale era troppo. Chiedere a un esperto la settimana prima forse era inelegante. Trovo peraltro fighissimo questo attaccar gli esperti e poi citarli, come fa il lepenista italico, che per dire “usciamo dall’euro” cita i premi Nobel. Il fatto è, e per me il punto è questo, che sono le élites che non ci sono. Attenzione però: la parola élite non va citata. Se la citi sei uno chicchissimo che considera la gente come fosse plebe. Ecco, non lo so, in fondo l’emigrante sono io (posso dirlo o si risente qualcuno?). Poi certo dobbiamo ascoltare la gente, ma la gente il diritto di parola a chi lo riconosce? E allora non dobbiamo ascoltare nessuno, però dobbiamo parlarci e parlare, perché ne abbiamo il diritto. Non è un vogliamoci bene. È il contrario: abbiamo il diritto di volere che le cose vadano come vogliamo che vadano, di dire a un cretino che è un cretino, a uno che ci vuole fregare che ci vuole fregare, per motivi suoi. E qui non c’è Cameron che tenga (ma perché? gli altri politici, quelli che sanno cosa va fatto e non lo fanno perché sennò perdono le elezioni sono diversi?), non c’è élite, finta o vera che sia, o ignoranti che tengano, perché qui siamo tutti élite e popolo bue insieme. Se ci pare che stiamo deragliando, perchè qui il rischio è deragliare, come è successo tante volte nella storia, cerchiamo almeno di non rifugiarci nelle solite affermazioni convenzionali, coi cattivi da una parte e i buoni dagli altri, anche se i pirla ci sono e lottano insieme a noi. La storia insegna solo una cosa – lo dico da storico, perché così mi danno del cretino – anche se ci sono colleghi che non sarebbero d’accordo, cioè che la storia non ha niente da insegnarci, che le generazioni deragliano liberamente, con colpe o senza colpe, con coscienza o senza, da ignoranti o da intelligentoni, e che certe generazioni, sempre liberamente, magari anche senza capirlo troppo, rinviano il deragliamento. Per settant’anni questo continente non ha deragliato. Adesso vediamo un po’ noi che dobbiamo fare.

Nuove Generazioni

La Domenica del Sole 24 Ore ha una nuova pagina: “Nuove generazioni“. Si parlerà di tante cose e tanto di ricerca. Sono molto contento di aver contribuito ieri con due pezzi. Il primo sul progetto Erccomics, che racconta gli Erc grant con storie disegnate a episodi. Il secondo sull’ERC Grant di Raffaella Giacomini, economista dell’University College di Londra.

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