Il generale Lee e il generale Cadorna

Questa faccenda americana del buttar giù le statue del generale Lee & c. è interessante e complicata, perché interessante e complicato è proprio il senso dell’erigere le statue (prima di buttarle giù).

Sopra il portone monumentale d’ingresso dell’università in cui insegno, Strasburgo, ci sono due statue, una rappresenta Strasburgo, l’altra si chiama “Germania”. Tra le due statue la scritta, in latino, “alla patria e alle lettere”. Sulla patria presunta abbiamo già detto, per le lettere basta guardare venti metri più in là, dove c’è un’altra statua, quella di Goethe, l’autore tedesco per eccellenza.

Insomma bastano tre statue e una scritta per definire un universo ideologico e politico, che nel caso specifico è quello degli anni ’80 dell’Ottocento, dopo la conquista tedesca dell’Alsazia del 1871 e il crollo dell’impero francese. La statua “Germania”, sparita dopo la prima guerra mondiale (guarda caso), è stata ricostruita nel 2013, proprio con una delle motivazioni della conservazione delle statue che sentiamo in questi giorni (“è la nostra storia”).

Ma erigere una statua ha sempre, o quasi, una motivazione di ordine ideologico (almeno nel senso neutro e largo del termine).

Le statue di Dante che vediamo in quasi tutte le città italiane sono state erette a partire dagli anni ’60 dell’Ottocento, con una motivazione ideale e ideologica chiara: abbiamo finalmente uno stato, perché da sempre abbiamo una lingua (Storia della letteratura italiana di De Sanctis, e il titolo è banale ora, ma non lo era allora, nel 1871, è in questo senso un classico della storiografia, ma è anche un atto politico).

La statua di Giordano Bruno in Campo dei fiori fu anche una sfida anticlericale nella Roma diventata italiana e non più papale da poco, una sfida che i papi vissero come una spina nel fianco per molto tempo. Garibaldi non si tocca, ma a Bergamo, e temo in altre città, nel basamento fu scritto “Al duce dei Mille”, con ovvio rimando al presente di un’altra epoca. E che meraviglia le statue borboniche che ancora si trovano nei territori del Regno delle due Sicilie, o che sono state ricollocate (per esempio a Catania), o gli otto re di tutte le dinastie di Piazza del Plebiscito (nome anche questo non neutro) a Napoli, che convergono verso il primo re d’Italia.

Alcune statue cambiano di segno: quella ad Alberto da Giussano è una statua che celebra l’unità d’Italia – e Legnano è nell’inno nazionale -, ma i leghisti degli anni ’90 e Duemila ne hanno fatto il simbolo contrario, quello del tentativo di disunirla, nell’attesa di erigere  a loro volta qualche statua equestre a Gianfranco Miglio o a qualche celta cornuto (nel senso dell’elmo). Un po’ come il coro del Nabucco, che è un coro patriottico antiaustriaco  (e W Verdi l’acronimo risorgimentale), diventato inno dell’enigmatica Padania.

Ogni generazione ha però il diritto anche di buttar giù le sue statue e di cambiare nome alle sue piazze e strade. Certo, il populismo è sempre in agguato. Il tentativo del sindaco di New York di cavalcare l’onda e togliere le statue di Colombo è ridicolo non tanto per Colombo, quanto per la totale incoerenza dell’attacco a quel simbolo. La proposta nasconde una cattiva coscienza collettiva talmente grande rispetto a com’è avvenuta la conquista del continente americano da essere ingestibile a quel livello. La statua non basta.

Il generale Lee è evidentemente un simbolo diverso. Confesso che quando sento parlare del generale Lee la prima cosa che mi viene in mente è la macchina di Bo e Luke e confesso anche che quando esplose la polemica anni fa sulla bandiera confederata ripensai anche a quel telefilm per capire se potesse esserci qualcosa di nascosto, qualche elemento da “sdoganare” nascostamente (o magari da cancellare per integrare il resto) in quei personaggi positivi, ma fortemente “sudisti”. Non lo dico solo come battuta, ma soprattutto perché i simboli cambiano e uno stesso personaggio, una stessa statua, una stessa piazza, può contenere ambiguamente più sensi e significati.

Perché ci sono le statue di Lee? Per ricordare che cosa? Per essere fieri di cosa? Per includere o escludere chi? E perché prima non faceva male e adesso sì? Sono gli americani a dover rispondere e decidere se trasferire le statue in un museo o se tenerle come testimonianza di una fase storica (che comunque è una guerra civile).

Giovanna d’Arco in Francia, altro oggetto controverso di statue, ad esempio, è un simbolo politico operante. Sotto la sua statua si riuniscono ancora ogni anno gli attivisti della peggior risma del Fronte Nazionale, i razzisti e antisemiti irriducibili. Ma Giovanna d’Arco, che è santa e martire della Francia, seduce anche una parte della cultura di destra normale e fa parte di una tradizione politica importante del Novecento. Nessuno si sogna di buttar giù le sue numerose statue, che però per lo più sono statue che prima non c’erano. La statua più famosa è stata eretta negli anni ’70 dell’Ottocento, guarda caso dopo la sconfitta con i tedeschi e alla ricerca di simboli di riscatto.

Insomma si possono buttar giù le statue? Sì. Si possono cambiare i nomi delle piazze? Sì.

Aggiungo una piccola considerazione, pertinente in parte.

Il 4 novembre del 2018 si festeggerà il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, la Grande guerra. Perché non ne approfittiamo per cambiare nome a una piazza importante di Milano, intitolata al generale Cadorna, che non lasciò proprio un ricordo serenissimo di sé, della sua umanità e delle sue capacità? Di tanto in tanto viene proposto, in altre città l’hanno fatto, per esempio a Udine e a Firenze. Perché non intitoliamo per esempio la piazza alla Pace europea? Ideologia, si dirà. Può darsi, ma le statue si possono buttare giù e le piazze si possono risignificare, sulla base di quello che siamo stati, ma anche di quello che vogliamo essere.

Aggiornamento: alcuni lettori mi segnalano due cose. La prima è che effettivamente le statue del Generale Lee sono state innalzate in anni in cui il loro valore era quello dell’esclusione (e qui un articolo interessante) e quindi sono in certo senso nate per fare male. La seconda cosa è che l’iscrizione del monumento di Bergamo a Garibaldi “Duce dei Mille” non è degli anni ’20 (anni in cui fu rifatto il basamento, che comunque è del ’22 e quindi un po’ presto in ogni caso), ma è precedente ed è un epiteto già diffuso.

Annunci

Jon Snow non sa niente

Mi sono imbattuto in un paio di articoli di Natalia Aspesi sulle serie tv storiche (come i Tudor) e su Il trono di Spade, di cui la giornalista è grande fan. Condivido l’entusiasmo dei tronisti di spade, ho trovato noiosissimi i Tudor, i Borgia e altre semi-soap opera a mano armata, ma non è questo il punto.

Con la sua grazia sbrigativa, Natalia Aspesi se la prende in maniera insistita con gli storici di professione che criticano le serie parastoriche, perché se la prenderebbero per cose minime, come i colori dei vestiti o il materiale dei bottoni. Non so chi siano questi storici minimalisti – ci saranno sicuramente -, che disturbano la visione ad Aspesi e al pubblico con considerazioni noiose e spocchiose. Del resto lo storico è noioso e spocchioso per definizione, come tutti gli studiosi in qualsiasi campo, soprattutto quando contraddice le certezze della fruizione culturale (della politica parleremo un’altra volta) e un po’ di anti-intellettualismo ai nostri tempi non guasta mia.

Nel suo ultimo articolo sul Trono di Spade però Aspesi non si accontenta di disinnescare il disturbo alla visione da parte degli storici dei bottoni, ma ci assicura che esistono anche storici “di altissima preparazione” che cercano anche “le eventuali fonti negli archivi più seri”.

Parlando di una serie tv,  che non è un dato di natura, ma un prodotto dell’industria culturale, le fonti a cui si sono ispirati basta chiederle agli autori, spesso anche molto colti. Aspesi da parte sua ne individua alcune, forse Tiziano e Giorgione per certe atmosfere visive, di certo la storia inglese e francese per certi episodi, e chi più ne ha più ne metta. Insomma dopo aver criticato, se non ridicolizzato, gli storici, Aspesi si mette poi un po’ ingenuamente a fare la storica, con la conta delle fonti (di una storia fantasy).

È proprio il meccanismo delle serie parastoriche (o dei film, o dei romanzi) che esige questo paradosso e quindi Aspesi è scusata. Sapere che quello che vediamo è vero ci dà un’emozione in più, quindi non tolleriamo che qualcuno ci dica che Cosimo il Vecchio non poteva esprimersi in quei termini e ci piace che qualcun altro ci presenti le fonti storiche degli “archivi più seri” della plausibilità della storia che guardiamo.

Senza questa presunzione di verità non entriamo in quel mondo, così come non possiamo vedere un film degli Xmen o di Spider Man se c’è uno accanto a noi che continua a dirci che Quicksilver non può correre così veloce e che l’uomo ragno non può in nessun caso lanciare tele di ragno.

Però, effettivamente, Quicksilver non può correre così veloce, e le fonti del Trono di spade sono nella testa dei suoi autori (e comunque non chiedetele a Jon Snow perché tanto non sa niente), e il papa Borgia non ha niente a che vedere con Jeremy Irons. E se a uno storico piace dire tutto questo, lasciate anche a lui il diritto di stare in pace almeno il lunedi sera, senza la tiritera dello studioso fuori dal mondo.

 

 

 

 

L’antivaccino di Galileo

Gli argomenti degli antivaccinisti nudi e puri sono inconsistenti e talvolta allucinati, lo sappiamo. Sono per questo ammirato da quanti tentano di fare una posizione politica di questa massa di opinioni che aggroviglia residui del primitivismo degli anni ’90, rancori contro le istituzioni assimilate a parti politiche ostili, volontà di esercitare un potere sui propri figli intesi come proprietà esclusiva (si direbbe un ritorno del patriarcalismo delle società antiche, in cui il padrefamiglia ha tra le sue sostanze anche i figli – e quando ha solo quelli, cioè la prole, su cui esercitare un potere, è un proletario; ma qui sto scherzando con le parole) e istinti nichilistici tinti di libertarismo.

Ma non è questo il punto che m’interessa ora. Qui vorrei solo sottolineare un elemento della narrazione implicita degli antivaccinisti (e di quelli che cercano le sirene, le scie chimiche e tutto il resto), che ha una sua coerenza con la nostra idea collettiva della scienza. Non ci hanno insegnato forse che la verità incontra sempre degli ostacoli, soprattutto nelle istituzioni e nel senso comune?

In fondo non è stato Galileo, padre della scienza moderna, processato e condannato dalle istituzioni del suo tempo per aver contestato quello che da tutti veniva considerato scientifico? Non è stato Giordano Bruno arso vivo anche per le sue teorie scientifiche e filosofiche? Per non parlare, più ampiamente, dai tanti eretici portatori di verità che le istituzioni, le inquisizioni di tutto l’Occidente, ma anche le idee tradizionali e ricevute della gente, hanno condannato a morte, allontanato, punito.

Nell’impresa scientifica, per come l’abbiamo introiettata comunemente, il passaggio dalle tenebre dell’ignoranza alla luce della conoscenza è sempre osteggiato, anche se non sempre in modo cruento. Ricordiamo ancora tutti il braccio di ferro tra il medico Di Bella e il ministero della salute. Il medico si presentava con il suo camice da medico e con quell’aspetto da Einstein buono e quasi ingenuo, presentando un cocktail di farmaci contro il cancro che era l’uovo di Colombo, un po’ come dire che la Terra gira attorno al Sole, mentre dall’altra parte la ministra Bindi, politica di professione, parlava di protocolli, di verifiche, di impossibilità, come una tolemaica che maneggia incomprensibili equanti ed epicicli a difendere inconfessabili interessi.

Del resto nessuno saprebbe spiegare la teoria della relatività, ma tutti sanno che Einstein faceva le linguacce e andava in bicicletta e che alle elementari andava male in matematica (anche se questo dettaglio è discutibile) e quindi era un tipo strano, tutto genio.  Un genio come Newton, che se ne stava tutto il giorno a dormire sotto un albero, poi gli cadeva in testa una mela e lui, genio, scopriva la gravità universale. L’essere un po’ strani, un po’ derisi, un po’ smanettoni e controcorrente – che forse è la traduzione depotenziata e fruibile del ricordo della persecuzione per la scienza – è un’immagine incorporata a quella del vero scienziato. Un po’ come “Doc” di Ritorno al futuro, incompreso nipote di Einstein e pronipote di Galileo e Newton, come probabilmente si sentono tutti questi antivaccinisti, che dell’impresa scientifica hanno assorbito gli aspetti folcloristici e falsi (che però si incrociano con altri aspetti del racconto della modernità che fanno sorridere molto meno).

Insomma, in questa macchina della razionalità, vera o presunta, che è la modernità, e che fa acqua da tutte le parti, l’irrazionalità (ma forse basterebbe dire l’irragionevolezza) di certi gruppi di antivaccinisti non è un corpo estraneo, non è solo ignoranza e arroganza, anche se lo è e non ha un briciolo di verità (se non quella di esistere che è la verità più interessante), ma è uno dei suoi percorsi impliciti, uno dei suoi esiti laterali, uno dei suoi costanti e numerosi sottoprodotti.

Un teologo per il principe

Tra le tante figure d’intellettuale del Medioevo, quella di Egidio Romano (1247-1316) ha una sua straordinarietà. Ancora giovane teologo, nel 1277, perde il suo insegnamento all’università di Parigi perché viene coinvolto nelle censure ecclesiastiche che si abbattono sugli aristotelici dell’università. Può sembrare strano a noi oggi, ma le censure lo colpiscono pure perché allievo di Tommaso d’Aquino, da poco scomparso, in quello che è anche un regolamento di conti tra scuole filosofiche….

(Cliccare qui per il seguito della recensione per la domenica del Sole 24 Ore dell’edizione del volgarizzamento del Governo dei principi di Egidio Romano a cura di Fiammetta Papi).

Macron, la camminata e la piramide

I rompicapo politici che seguono la vittoria di Macron sono molti e complicati e potrebbero accompagnare un processo di disgregazione dei due maggiori partiti francesi. Lo si vedrà nelle prossime legislative (ricordo che in Francia si vota per le legislative, come da noi, e, diversamente da noi che non ci fidiamo di noi stessi, anche per il detentore di una parte molto forte del potere esecutivo, cioè appunto il presidente. Se il presidente non ha una maggioranza non va a casa, ma “coabita” con le forze della maggioranza. E non è un dramma).

Tutto questo lo vedremo prestissimo, ma quello che abbiamo già visto, e che qui mi interessa, sono i fortissimi elementi simbolici visivi del discorso del Louvre di domenica scorsa. Tutti hanno notato immediatamente che la camminata di Macron al Louvre è stata una citazione visiva della camminata di Mitterrand al Panthéon del 1981. Anche in quel caso il sottofondo era l’Inno alla gioia di Beethoven, che è anche l’inno europeo.

L’altra celebre, ma incomparabile, camminata (ma chissà che se anche questa non debba essere considerata un elemento di precomprensione visiva della messa in scena dell’altra sera) è quella dell’agosto del 1944, di Charles de Gaulle, dall’arco di trionfo fino al palazzo della città, che segnava la liberazione di Parigi.

La camminata di Mitterrand del 1981 ebbe un impatto fortissimo, con il nuovo presidente che avanza prima seguito dalla folla e poi completamente solo dentro quello spazio del regno dei morti onorati dalla patria che è il Panthéon di Parigi.

Mitterrand depone una rosa davanti alla tomba di Jean Jaurès e alla tomba dell’eroe della resistenza Jean Moulin. Tutta la cerimonia (qui dal minuto 3.45) è concepita come un passaggio del nuovo presidente nel regno dei morti, che però rendono viva e autorevole la sua funzione presidenziale, e un ritorno tra i vivi, tra le responsabilità rinnovate delle nuove generazioni. Peraltro nell’ultimo discorso di fine anno di Mitterrand, quattordici anni dopo, rilancia questa solidarietà tra vivi e morti annunciando di fatto, lo si capì dopo, la propria morte (e resurrezione, verrebbe da dire), dicendo che l’anno successivo, “là dove sarà”, sarà ancora grato ai francesi e aggiungendo: “credo alle forze dello spirito e non vi lascerò“.

Questo rapporto costante tra i vivi e i morti è in fondo inerente a tutte le funzioni “monarchiche” e quella presidenziale francese deve molto alla storia regale di quella nazione.

Da noi forse questo punto di passaggio tra generazioni, questo contatto segreto che rende immortale il potere, scappa propriamente alla funzione politica civile, per essere assorbito dalla monumentalità della chiesa cattolica, istituzione che presidia la storia e il passaggio della vita e della morte (basti pensare ai “testimoni” della fede rappresentati dalla statue che ornano il porticato del Bernini in piazza San Pietro. Un’altra, grandiosa, storia).

Macron non si è spinto così in là, ma la cerimonia è stata allestita proprio sotto la piramide del Louvre, che è un lascito presidenziale di Mitterrand (come l’enorme Biblioteca Nazionale di Francia, che nessuno sceglie mai come luogo simbolico, ma che fu oggetto di una delle primissime visite, forse la prima, anche se molto discreta, di Hollande appena eletto, proprio in omaggio a Mitterrand e peraltro accompagnato dalla di lui figlia Mazarine). Nella piramide mitterrandiana Macron si è visivamente inscritto, quasi a fare coincidere la sua immagine con quella della grandezza presidenziale che ormai deve incarnare.

La piramide è simbolo di tante cose (i complottisti e gli “illuminati” di tutti i colori si sono già scatenati), ma è qui soprattuto segno di potere monumentale. La piramide ricorda anche Napoleone, il “vero” Napoleone, non quel Napoleone III che i media francesi si sono fulmineamente affrettati a comparare a Macron per la giovane età di arrivo al potere (se questa è la Quinta Repubblica i francesi non cessano infatti di pensare che ci sia una continuità di un qualche tipo con tutte le repubbliche precedenti, fino a quella della libertà, uguaglianza, fratellanza, immancabile trio di ogni discorso. O almeno lo pensano quasi tutti, certo non il cantante Katerine).

Del resto altrettanto importante da questo punto di vista era la sede che Macron aveva chiesto alla sindaca (che non ha potuto concerderla) per svolgere la cerimonia, e cioè il Campo di Marte, tra la torre Eiffel e la scuola militare. Si tenga presente che i luoghi simbolici “normali” in cui i presidenti appena eletti fanno il loro discorso sono la visivamente modesta piazza della Bastiglia (ma ovviamente importantissima per il simbolo rivoluzionario) per la sinistra e l’equivalente piazza della Repubblica per la destra repubblicana.

Insomma che cosa vuol dire tutto questo, oltre il gusto di ricordare alcuni momenti della storia francese contemporanea? Una cosa semplice, cioè che dopo un Hollande presidente “normale”, dopo un Sarkozy ipercinetico che erode la funzione presidenziale, di fatto desacralizzandola, per un eccesso di energia quotidiana, Macron ricostruirà l’immagine visiva e verbale dell’autorità presidenziale. O almeno questo sembra essere il suo progetto di estetica del potere.

 

Giovanna d’Arco in ritirata?

Dal primo momento è apparso chiaro che si sarebbe trattato di un dibattito asimmetrico, perché la strategia unica di Le Pen è stata quella di tentare di far saltare i nervi a Macron, il quale ha dominato in modo molto presidenziale, calmo e rassicurante la prima parte del dibattito. In seguito ha indugiato troppo nelle polemiche su cui Le Pen l’ha portato e ha voluto togliersi, secondo me sbagliando, troppi sassolini.

La grande sorpresa, per me, ma credo anche per molti francesi, è stata l’assoluta mancanza di un programma da parte di Le Pen, l’incompetenza mostrata più volte e anche l’incapacità di mostrare una qualsiasi idea della Francia. Sapevamo della provenienza di Marine, del suo partito, di tutte le ambiguità che si porta dietro, non sapevamo della sua assoluta impreparazione. Da almeno tre anni sapeva che sarebbe arrivata per la prima volta a un dibattito presidenziale, ma è sembrato che non avesse preparato nulla, ha maneggiato fogli, articoli di giornali, ma si è limitata ad insinuazioni che in alcuni casi sono andate oltre i limiti della diffamazione.

Sui due punti forti della sua campagna, il terrorismo islamista e l’uscita dall’euro, è andata forse peggio che in tutto il resto del dibattito. Sul terrorismo ha mostrato subito di non avere una strategia e di non sapere come funzionano le cose, ma soprattutto ha impiegato la maggior parte del tempo per attaccare Macron, accusato di essere compiacente nei confronti dell’islamismo e addirittura di sostenere il fondamentalismo islamico per motivi di conflitti di interesse non meglio precisati.

Sull’euro è stato un disastro. L’idea di Le Pen non di uscire dall’euro, ma di mantenere l’euro per le imprese, per i conti dello stato, per gli scambi internazionali, e di reintrodurre il franco per la vita quotidiana si è rivelato per quello che era, una barzelletta, che ridurrebbe in cenere la Francia nel giro di poche settimane.

Sia chiaro, dopo Trump e Farage tutto è possibile, e girano studi sulla possibilità che l’astensionismo, da solo, possa dare la vittoria alla figlia di Jean-Marie Le Pen, ma se Marine è la rappresentante più importante, più simbolica, più evocativa dell’armata dei populisti europei, forse il dibattito di ieri può essere uno spartiacque importante (altra cosa è capire perché milioni di persone diano credito alle panzane più diverse e soprattutto altra cosa è capire come trasformare questa forza distruttrice in forza creativa e in trasformazione positiva ed è il tema più importante e più essenziale di tutta la faccenda).

Macron da parte sua ha attaccato su tutti i fronti, ma ha sbagliato varie volte nei toni e si è fatto spesso ipnotizzare dalla polemica imposta da Marine. Non si è quasi mai fatto mettere nell’angolo sul suo essere uomo delle élite, anche perché Le Pen è stata talmente greve e irridente da sbilanciarsi in continuazione.

In ogni dibattito presidenziale c’è una frase storica, che retrospettivamente fissa l’andamento e la svolta della discussione. Questa volta, a mio avviso, è arrivata proprio alla fine, quando ormai tutto sembrava chiuso. Incredibilmente Marine Le Pen ha utilizzato lo spazio finale della domanda aperta, cioè il tempo che viene concesso per dire quello che si vuole, la propria visione, il proprio progetto, il proprio appello, per continuare ad attaccare Macron sul piano personale e su temi assolutamente marginali, senza dire alcunché sulle proprie idee.

I conduttori stessi, un po’ sorpresi, forse pensando che non avesse capito che era il momento della “carta bianca”, l’hanno interrotta per chiedere conferma che quello fosse l’argomento di cui voleva parlare. Lei ha risposto “Non ho un tema a scelta”, che già sarebbe una bella frase storica per una che vuole fare la presidente, ma è Macron che ha colto l’occasione: “Le si dà carta bianca per parlare di quello che vuole e lei lo usa per sporcare (…). E questo perchè il paese non le importa, non ha un progetto per il paese, il suo progetto è di dire al popolo francese ‘questa persona è atroce (…)’. Il suo progetto è la paura e la menzogna. È questo ciò che la nutre, che ha nutrito suo padre per decenni, che ha nutrito l’estrema destra, è questo che ha fatto di lei quello che è. La Francia che voglio vale più di questo”.

Che cosa aspettarsi dal duello televisivo tra Le Pen e Macron

“Lei è un uomo del passato” disse Giscard d’Estaing a Mitterrand nel primo dibattito presidenziale televisivo francese, nel 1974. E in quel momento non aveva torto, tanto che Giscard vinse le elezioni. Sette anni più tardi Mitterrand, ancora al ballottaggio con Giscard, riferendosi all’aumento impressionante del deficit nel settennato del suo rivale, restituì il colpo, con un fulminante “Lei è l’uomo del passivo“. E vinse. Le stoccate presidenziali di Mitterrand al povero Chirac non si contano (Lei non può trattarmi come suo primo ministro, ma secondo parità, perchè sono candidato presidente come lei – protestava Chirac a un impassibile Mitterrand, che rispondeva più o meno “Lei ha ragione. Io però la tratto per quello che è, il mio primo ministro. Tra l’altro ha mostrato anche qualche capacità”). Il duello Sarkozy-Royal è rimasto celebre per il momento in cui Ségolène Royal sembrò perdere la calma, rimbrottata da un Sarkozy che le fece la lezione sulla necessità che un presidente mantenga sempre il sangue freddo, cosa che lei evidentemente non sapeva fare. Lo stesso Sarkozy, cinque anni più tardi, non fu assolutamente in grado di contrattaccare un Hollande che faceva indisturbato e molto presidenziale una lista di atteggiamenti che un presidente avrebbe dovuto tenere, introducendo ogni frase con un “Moi, président de la république…” (“Se il presidente fossi io…”).

Naturalmente sono tutte frasi che rimangono impresse a posteriori, che notificano alla memoria collettiva il momento di vittoria e di sconfitta dei candidati, anche se non sapremo mai quanto abbiano davvero influito e quanto l’importanza che attribuiamo loro si fissi retrospettivamente.

Di certo il prossimo duello tra Le Pen e Macron, anche da questo punto di vista, si annuncia come uno dei più interessanti degli ultimi decenni.

Marine Le Pen è oggettivamente superiore a Macron dal punto di vista retorico. Certo, è facilitata dall’estrema semplicità dei concetti che esprime, molto polarizzati, molto netti, ma bisogna riconoscerle un talento espressivo particolare (un po’ come quello di Mélenchon nel campo della sinistra). Il comizio di domenica scorsa di Le Pen a Villepinte è stato un discorso di rara forza retorica, con un attacco frontale a Macron, “il volto, l’aspetto, il candidato, il nome della finanza”, e una mezz’ora finale di formidabile prosa otto-novecentesca, che a mio avviso è ancora il cuore della prosa politica efficace (come sanno bene a Hollywood), con un restyling accettabile e addirittura entusiasmante della Francia “come storia e come geografia”. Purtroppo quella parte del discorso sembra essere un plagio ai danni del povero Fillon (la faccenda va approfondita), ma non importa a nessuno e quello che resta è uno spettacolare posizionamento culturale.

Macron ha invece qualche difficoltà retorica. Le sue risposte alle domande sono quasi sempre inutilmente strutturate, non tanto perchè il pensiero sia complesso, ma forse perchè segue senza accorgersi le regole della buona educazione retorica insegnate nelle scuole francesi fino all’asfissia (sempre introdurre, mai accontentarsi di un solo punto, sempre finire con una conclusione). Di fatto avvalora in questo modo l’immagine di uomo d’élite francese, con quel tanto d’insincerità che questo oggi comporta presso una certa parte degli elettori. Peraltro, visibilmente, cerca di governare una grande energia fisica che però si trasforma in piccoli gesti, in movimenti del collo, in sguardi impazienti, quasi in tic. Da questo punto di vista ricorda Sarkozy, che però aveva poi la capacità unica di far esplodere quella forza in un controllo totale della voce, in gesti senza replica, in una prosa semplice, solenne e urlata senza scomporsi al momento giusto che mobilitava il consenso. Naturalmente Macron ha anche delle qualità notevoli. Non lascia mai cadere un argomento, un’insinuazione, un dubbio, vuole convincere, perché è convinto. E ha una notevole capacità di attacco diretto, sa dire ai suoi avversari le cose come stanno.

In questo senso il dibattito di mercoledi promette spettacolo, se posso esprimermi così. Poi c’è com’è ovvio l’aspetto più propriamente politico, sia quello del piccolo posizionamento per i voti, sia quello delle grandi posizioni culturali.

Le Pen è in svantaggio di circa venti punti e si gioca il tutto per tutto, galvanizzata da un’alleanza con i sovranisti che rompe l’isolamento del Fronte Nazionale. Proverà in primo luogo a convincere gli elettori della destra repubblicana. Non a caso nei suoi discorsi si moltiplicano i riferimenti a De Gaulle. Ma nessuno dimentica – tranne le nuove generazioni, e non è poco – che il Fronte Nazionale ha avuto in odio De Gaulle per la sua posizione finale sull’Algeria e che tra i fondatori del movimento ci furono membri di gruppi vicini ai tentati golpisti antigollisti della fine degli anni ’50 (non bisogna mai dimenticare che in Francia ci sono due destre, incompatibili fino a oggi). Le Pen ha citato addirittura Chirac, l’odiatissimo Chirac, esprimendo gratitudine per aver evitato la guerra in Iraq. Sarà difficile che Macron faccia passare a Le Pen questo tipo di furbeschi riferimenti.

E per tranquillizzare l’elettorato di destra repubblicana Le Pen ha addirittura avanzato una proposta strampalata, in questi ultimi giorni, di doppia moneta, euro e franco. La proposta è quello che è, e Macron su questo avrà buon gioco a dimostrare la confusione delle idee del FN.

Marine Le Pen cercherà inoltre di corteggiare una certa parte di elettori di sinistra radicale, che si sono accorti che certe proposte di Mélenchon non sono del tutto dissimili da quelle del FN. Il riferimento è chiaro quando Le Pen si indirizza alla Francia di chi non si sottomette (La France Insoumise è proprio il movimento di Mélenchon). Dovrà però rinunciare allora a fare dell’immigrazione il punto unico del dibattito.

Da parte sua Macron può certo stare in difesa, ma dovrà anche attaccare. Dovrà togliersi di dosso l’insinuazione di “uomo dei soldi” (come lo definì il centrista Bayrou oggi suo alleato) e delle banche. A mio avviso andrà direttamente al punto e dovrà soprattutto presidiare la zona della destra repubblicana, perché solo uno smottamento di quell’area verso la Le Pen potrebbe complicare le cose. Rimane però critico, a mio avviso, il posizionamento liberale di Macron, che se è erede in qualcosa del partito socialista, lo è proprio nell’ambiguità di posizionamento liberal-democratico (lo dico per quanto riguarda il dibattito). E questo gli impedirà anche – ma chi lo sa? – di indirizzarsi troppo agli elettori mélenchoniani.

E poi c’è il punto più importante. Raramente vedremo affrontarsi in modo più chiaro e al massimo livello due diverse concezioni della politica e dell’Europa. Tutte le ragioni del populismo contemporaneo saranno finalmente presenti in un programma di governo e in una concezione geopolitica. Tutte le ragioni europeiste potrebbero essere spiegate e i modi per cambiare l’Unione potrebbero essere almeno indicati come orizzonte del futuro immediato. La polarizzazione tra i due candidati è in questo senso più netta che mai, al limite della battaglia di civiltà (ma diciamo almeno di cultura politica): per Le Pen bisogna “scegliere la Francia”, che rischia di “non sopravvivere” all’Europa, per Macron la Le Pen è “l’anti-Francia”.

M.

“Merda!” – urlò il generale Pierre Cambronne , a Waterloo, ai britannici che intimavano la resa a lui e a quanto rimaneva del suo reggimento, la vecchia Guardia. Chiusi a quadrato e ormai decimati, a esercito napoleonico quasi dissolto, i soldati francesi sentono prima ingiungere dagli inglesi “Granatieri, arrendetevi! Sarete trattati come soldati valorosi” e di rimando la triviale, ma fulminante e del tutto chiara esclamazione del loro generale: “Meeerde!”. Appunto.

L’animoso generale – ammesso che le cose siano andate proprio così, come testimonierà molto dopo un soldato presente allo scontro – evidentemente non aveva figli neonati o infanti, o certamente non se ne occupava. Non avrebbe altrimenti usato per esclamare la sua stizza e la sua frustrazione quella parola, o piuttosto ciò che la parola indica, che invece i neogenitori almeno nei primissimi giorni pronunciano e indicano con soddisfazione e con gratitudine.

Sì, perché le direttive che ostetriche e pediatri impartiscono nelle ore successive alla nascita sono poche, ma precise. Se fa l’una, ciò di cui stiamo parlando, vuole dire che si sta nutrendo e tutto funziona, se fa l’altra vuol dire che si sta idratando. Mai semiotica fu più diretta e i genitori, almeno su questo, non hanno molto da scervellarsi per decodificare i segni di benessere, almeno primario, del bambino. Del resto, fra tutti gli esempi che Aristotele poteva immaginare, per indicare la capacità significativa del linguaggio e soprattutto la non univocità dei termini, scelse la parola “sano”, che può dirsi di varie cose. Con il suo esempio, rilanciato fino alla noia nelle aule delle scuole aristoteliche e delle università di tutti i tempi, Aristotele associava in modo indelebile, nella mente di schiere di commentatori in ogni secolo, “sano” a “urina”: “Sano si predica della dieta, della medicina, del bambino, dell’urina”.

Dunque hanno ragione le ostetriche (del resto maieutiche per eccellenza): Se fa l’una si nutre, se fa l’altra si idrata. Rapporto senza dubbi e senza riserve tra un evento che è anche un segno e condizione generale di cui è segno. Semiotica semplicissima ed efficace è pure quella che il filosofo Slavoj Žižek applica a un tema al quale forse Cambronne avrebbe risposto con una fucilata: la diversità delle toilette francesi, tedesche e americane. Con inspiegabile esclusione del gabinetto “alla turca”, ingiustamente assente dall’analisi, il filosofo sloveno si applica a spiegare le differenze dei wc nei tre paesi come differente rapporto alla non piacevole materia in oggetto e come distinzione tra le tre culture, la francese, la tedesca e l’anglosassone. Nei talk show l’esempio funziona molto bene.

La semiotica applicata dai neogenitori è molto più delicata e ricorda l’arte aruspicina – con cui gli indovini di Roma antica interpretavano materie varie e variamente sgradevoli – messa però in atto in modo meno solenne e più sbrigativo. Certo è una teoria gentile di colori, di nuances, di texture, un frinire di cicale, un gracidare di ranocchie, uno strepitio di versetti. Ogni tanto però, per espressione di soddisfazione o per inevitabile sfinimento, è anche un’insopprimibile esclamazione alla Cambronne.