I rompibolle

Ma voi come fate quando vi rendete conto che tra i vostri contatti, nella vostra bolla di facebook o di twitter, ne saltano fuori alcuni che condividono sempre più fake news di matrice razzista o complottista, cioè quel genere di materiali che ci avvelenano la giornata?

Parliamoci chiaro: se seguite su twitter i filosofi per fessi, i politologi da osteria e tutti quei poveri infelici che twittano apposta fesserie perché hanno interesse a farlo, sperando in un posto da qualche parte, terrorizzati di non essere più invitati in tv o alla ricerca di uno stipendiuccio nella nuova Italia, la colpa è vostra e non vi potete lamentare.

Io alcuni di questi li seguo (lo confesso: a volte rispondo pure, subito attaccato da stormi di uccelli neri com’esuli pensieri nel vespero migrar), e lo faccio un po’ per quel brivido masochista del “non posso crederci” che ogni tanto abbiamo e un po’ perché leggere loro e i loro commentatori è istruttivo (a piccole dosi).

Ma io non parlo di loro. Parlo dei condivisori che ti prendono alla sprovvista e che non sospettavi di avere tra i contatti. Quelli che postano le foto con i finti virgolettati, quelli dello smalto della naufraga, degli alberghi a quattro stelle per i migranti, quelli dei bambini che non sono bambini, ma bambolotti. Parlo di quelli che prima sembravano brave persone e poi nel passaggio cognitivo che il paese sta attraversando si sono di colpo resi conto di essere stronzi e ne sono felici.

Che fare? Vivere in pace e toglierli dalla nostra bolla social? Oppure tenerli lì, a contatto, intossicandosi, ma almeno sapendo in che direzione vanno? In questi casi io oscillo tra togliere dal social almeno i casi più eclatanti di razzismo straccione e tenerli perché in fondo mi ispirano, mi fanno capire delle cose (brutte), e mi tengono in contatto con tutta quella spazzatura di odio e bufale che pare avere un ruolo importante in questo momento nella nostra vita collettiva.

Dialogare non è facile, anzi è quasi impossibile. Spesso trovi il condivisore di bufale che usa lo stile dubitativo-socratico. Se chiedi “Perché posti cose che sono palesemente false?”, lui o lei ti risponde “Non so se siano false, ma io non ho certezze. Tu piuttosto, non credi che un po’ di pensiero critico sarebbe utile?”. “Sì – fai tu – ma stai dicendo che c’è un complotto mondiale per sostituire i bianchi con i neri in Europa”. “Ma tu – risponde lui o lei – come puoi berti tutto quello che ti propinano i media?”.

Insomma ti trovi davanti un simil-Socrate ubriaco e stronzo che fa seguire post su scie chimiche e sullo smalto della naufraga (“Non so voi, ma io se devo farmi il deserto e il mare certo non mi faccio le unghie”).

Altre volte ti trovi invece l’insospettabile aggressivo, che ormai ha deciso di uscire allo scoperto e che ti accusa di essere un fautore della superiorità della sinistra, di essere un privilegiato, di avere una situazione agiata che non ti permette di capire i problemi della gente. Ovviamente, anche se è un tuo contatto tu non sai chi sia, sai solo che fotografa il suo SUV e che fino a tre giorni prima metteva like ai tuoi post e faceva commenti spiritosi.

Non solo, ti accorgi anche che gli insospettabili sono in una rete di loro contatti di altri condivisori pronti a scatenarsi. Lo confesso, a volte faccio come loro per vedere l’effetto che fa: ti dicono che sei un radical chic e tu chiedi “chi ti paga?”, loro ti dicono “tu lavori all’estero, hai il culo all’asciutto” e tu rispondi “sei un cretinetti” (cosa che ho sognato di dire da una volta che lo disse in un film Franca Valeri). Inutile dire che non risolve (ma aiuta).

Insomma che fare? Godersi la propria bolla con i post dell’amica paleografa, del selezionatore di musiche, dell’artigiano geniale, della brava persona che non sai chi sia ma vedi che quasi ti vuol bene, del collega impegnato e brillante? Oppure sopportare  questi poveri infelici astiosi per capire da dove vengono i pericoli (e come difendersene, perché è arrivato il momento di difendersi)?

Quindi ho banalmente deciso di tenerne qualcuno ma di eliminarne qualcun altro, perché a tenerli tutti mi rompono la bolla, ma inviando un messaggio prima di cancellare i pestiferi contatti:

“Caro XY, la vita è troppo breve per avvelenarsi tutti i giorni con porcherie come quella che hai condiviso (e anche con gli argomenti come quelli dei tuoi contatti fb). Ognuno ha le sue idee e puoi essere politicamente contro tutto o a favore di tutto, contro l’Europa, con Putin, con Belzebù, ed è tuo diritto, perché siamo nell’ambito delle opinioni. Ma per votare chi vuoi non hai bisogno di bugie e di offese: se un poverocristo è annegato è annegato. Dissociati pubblicamente dall’ultima bufala odiosa che hai postato, dammi un messaggio di frequentabilità, altrimenti senza nessun rancore, possiamo tornare a non conoscerci, ciascuno nel piccolo mondo che saprà costruirsi”.

 

 

 

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Il negazionismo dei ciccibelli

Ci siamo divertiti con le scie chimiche e con le sirene, poi gli anni dell’I want to believe da fesserie alla X files si sono trasformati in credenza in cure mediche miracolistiche e (nello stesso tempo) in diffidenza nei vaccini e nelle cure ovvie e normali. Nel frattempo  ci siamo abituati tutti a sentire di tutto e altri si sono abituati a dire di tutto, senza regole logiche, senza curarsi dell’impazzimento delle contraddizioni, utilizzando la manipolazione e la disponibilità a essere manipolati come unico prerequisito del dibattito pubblico. Le fake news non bastano più, siamo arrivati al contrario, cioè non solo si crede (o si fa finta di credere) a cose non vere e incredibili, ma si nega l’esistenza di cose ovvie, che è l’altro versante dell’I want to believe.

In questi giorni si leggono sui social network nugoli di post di ridicoli ceffi che negano che i bambini annegati in mare l’altro giorno siano davvero annegati e che addirittura siano davvero bambini. Le foto che abbiamo visto sarebbero foto di bambolotti, di cicciobello iperrealistici (ti mettono anche il link al prodotto) messi lì da qualcuno (le famigerate Ong, Soros, l’Ue, il baubau) per colpevolizzare noi poveri italiani che abbiamo il torto di non salvare la gente in mare (ma noi in realtà la salveremmo, dicono, non facendola partire o una volta partita non prestando soccorso, cioè non salvandola).

Chiamiamo per una volta le cose con un nome appropriato: siamo al negazionismo. E questi che una volta potevamo bonariamente prendere in giro per le scie chimiche, questi che si presentano come anime candide, come persone controcorrente che scrutano i segni dell’oppressione, dei complotti mondialisti, questi ciccibelli del pensiero, in questo caso non sono altro che negazionisti.

E c’è qualcosa nel negazionismo che logicamente mi ha sempre affascinato (non i negazionisti in sé, che non sono mai in buona fede), e cioè che il negazionista implicitamente ammette l’orrore di ciò di cui parla, per nasconderlo all’interlocutore, ma poi riproporlo in altra forma.

Lasciare annegare bambini nel mare è un orrore, e infatti i bambini non annegano, non ci sono, non esistono. La mala fede sta nel fatto che se non annegano non vanno salvati, quindi, in sostanza, che anneghino pure.

Stronzi che non lo erano

Chi mi legge sa che non sono tipo da “al lupo, al lupo”, ma bisogna pur dire che le frasi di Salvini di ieri sono di una gravità e di una pericolosità eccezionali, anche perchè Salvini è ministro dell’interno e vicepresidente del consiglio.

Nesssuno vieta di fare indagini su una situazione o su un problema, ma dire “I rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa” vuol dire abbattere una protezione comune. In pratica nella testa di Salvini è desiderabile che un gruppo, una parte, una minoranza di italiani sia espulsa (anche se “purtroppo” questo non è legalmente possibile).

Nella testa di Salvini lo stato può fare differenze fra gruppi di italiani sulla base di definizioni prestabilite (e in questo caso la definizione è etnica).

A chi non capisce che una persona con queste idee mette in pericolo il paese (cioè noi tutti, che siamo tutti definibili per l’appartenenza a un gruppo, per le idee, per la religione, per gli orientamenti sessuali, per etnia) non posso certo spiegarglielo io qui.

Salvini vive da molti mesi l’euforia che ti prende quando decidi di abbracciare il tuo destino e di percorrere fino in fondo una strada che ti si presenta e ti si apre. La svolta romana con le bandiere nere, un linguaggio che è cambiato (in peggio) nell’ultimo paio d’anni, la (peraltro tecnicamente bella) foto degli ultimi giorni che rivela moltissimo sono un percorso di certo interessante da seguire come osservatore.

Ma non è questo il punto qui. Il punto è che nella trasformazione della politica degli ultimi vent’anni anche gli italiani si sono trasformati e trovano accettabili (almeno una parte di loro, ma sempre più ampia) cose a cui prima non pensavano pubblicamente, e probabilmente non pensavano proprio, e dunque non avevano valore politico.

Che il ministro dell’interno dica quel che ha detto determina lo sfondamento di un’altra barriera di protezione della nostra vita comune, perché con quella frase si è accesa una possibilità nella mente degli italiani, non più  solo l’idea che gli stranieri siano tutti delinquenti, stupratori, ladri, ma l’idea che ci siano italiani che non sono abbastanza italiani e che le leggi (che poi è la costituzione) ci impediscono di far sparire.

Insomma c’è una nuova ingiustizia da combattere nella loro testa: quella della presenza di italiani che non sono italiani. Oggi sono i rom, domani chi saranno? Forse gli italiani traditori pro Europa, quelli dell’élite (che poi questa storia dell’élite me la dovete spiegare), oppure più facilmente gli italiani omosessuali, gli italiani musulmani, gli italiani ebrei? Prima gli italiani, abbiamo capito, ma quali?

Il quadro sta cambiando rapidamente. E c’è un inutile moralismo tra chi si sente all’opposizione quando dice: “Avete visto, voi elettori dei 5stelle che eravate per la sinistra e che ora vi trovate il governo più di destra della storia?”, oppure “Non avete voluto votare altri partiti perché non eravate soddisfatti al 100% e ora vi trovate l’Italia in mano a Lega e Casa Pound”.

Io credo, al contrario, che la cosa più pericolosa di questo governo è che già ha fatto diventare gli italiani cognitivamente più stronzi. Non mi riferisco a quei ridicoli ceffi che si sono messi la bandierina sul profilo twitter; o a quelli che dicono “aiutiamoli a casa loro” solo per poterli sfruttare meglio a casa propria; non a quelli che dicono prima gli italiani sapendo bene che vuol dire solo gli italiani e, anzi, solo loro, perché degli altri italiani se ne fottono; non sono quelli che dicono “perché non te li prendi tu?” e che certo non si sono presi un terremotato in casa; no, tutti questi stronzi lo erano già, e va bene così.

Io parlo degli stronzi che non lo erano, cioè del fatto che c’è un nuovo quadro di comprensione che gli atti e le parole (che annunciano atti) di questa nuova politica stanno disegnando e che coinvolgono tutti.

A furia di insistere su un peggio che non c’era, il peggio è diventato il nuovo orizzonte. In altri paesi non è successo, anche se il tentativo c’è stato, e il senso collettivo della realtà non si è modificato così profondamente. Ci sono momenti in cui le cose cambiano e questo per l’Italia è uno di qui momenti.

Il che vuol dire che bisogna fare tutto daccapo nel nuovo contesto, che è un contesto politico sì, ma soprattutto cognitivo, cioè c’è una parte grande degli italiani vede le cose diversamente da poco tempo fa e sta facendo un passo verso direzioni scivolose.

L’opposizione politica in questo quadro rischia di non avere molto da dire (e il ruolo dell’opposizione in questo caso è davvero molto difficile) e bisogna spogliarsi di moralismi, frasi fatte, perfino dell’idea di gridare “al lupo al lupo” tutti i giorni, proprio perché il lupo rischia di essere molto vicino.

Però quell’Italia che trova che il destino del paese non possa coincidere con quello di Salvini deve farsi vedere, deve fare i conti con il vicino di casa che vuole sfogare un rancore che non sapeva neppure di avere, con la zia che dice “lasciamoli lavorare”, con quelli che chiamano la prepotenza buon senso. La storia è fatta di momenti importanti, rovinosi o di svolta positiva. Ma è fatta anche di mutamenti di sguardo che possono sembrare impercettibili, ma che cambiano tutto. Dobbiamo essere coscienti che siamo in uno di quei momenti.

 

 

 

E se fosse davvero un complotto?

Devo dire la verità: dopo anni e anni di evocazioni di tesi complottarde, di poteri occulti, di paesi cattivi e avidi che tramano contro paesi buoni e ingenui, mi sono detto “E se fosse davvero un complotto?”. Sì, è un complotto.

In fondo fare affondare l’Italia conviene a tutti. Oggettivamente il nostro paese è un enorme problema dell’Unione Europea. Abbiamo un debito pubblico gigantesco, il 133% di quello che produciamo. Pensiamoci un attimo: se uno fosse obbligato con la pistola alla tempia a scommettere tutto quello che ha sul destino dell’Italia tra dieci anni, scommetterebbe sul fallimento dell’Italia o sul suo risanamento? Tu che leggi, scommetteresti la tua casa e i tuoi risparmi sul fatto che fra 10 anni l’Italia riuscirà a pagare gli stipendi, gli ospedali, i servizi, l’esercito? Scommetteresti sul fatto che non sarà superato a breve quel livello di interessi che serve per farsi prestare i soldi e superato il quale non si riesce più a restituire?

Eppure, potresti dire, tu che ancora non sei iniziato alla comprensione dei complotti, che negli ultimi anni c’è stato un piccolo spiraglio, non nel mettere a posto la situazione, cosa che nessuno vuole fare, compreso te che leggi e io che scrivo perché siamo troppo comodi, ma nel cercare di gestirla, di ritardare quel crack che nel 2011 sembrava a pochi mesi di distanza.

Certo, ma è proprio questo uno dei problemi. È qui che si manifesta la necessità del complotto.

L’Unione Europea sa che finché rimaniamo nell’euro e nell’Unione per noi è più difficile fallire e che se ci andiamo vicino abbiamo dei paracadute: abbiamo voce in capitolo, possiamo dialogare con la Banca Centrale (che ogni mese ci aiuta prestandoci soldi, contro il parere furioso dei tedeschi), possiamo rifiutarci di far passare il bilancio, possiamo influire su tutte le politiche (se solo ci concentrassimo su cose concrete e credibili), possiamo addirittura imporre, come abbiamo fatto, di prevedere dei fondi speciali per salvare stati in difficoltà.

E l’UE sa anche che è difficile che facciamo fallimento in tempi troppo brevi (che sarebbe ottima ragione per mandarci a quel paese), perché la nostra economia è piuttosto grande e ci dà margini di assorbimento di queste crisi e però sa anche che non ci risolleveremo mai, che il nostro fallimento sarà a lungo a bassa intensità.

Invece di aspettare il fallimento naturale, il corso delle cose, non sarebbe più utile per i paesi dell’Unione che non hanno minimamente il nostro problema se ce ne andassimo, se sparissimo dai tavoli, ci riprendessimo la nostra cara Lira con Giuseppe Verdi e chi s’è visto s’è visto?

Del resto, riflettiamo, se noi usciamo la Francia e soprattutto la Germania con i suoi paesi satelliti potrebbero approfittarne, potrebbero farsi la loro Europa a tutta velocità e sbarazzarsi finalmente della cugina latina e magari anche di altri.

Tu dirai, ma solo perché non hai capito il complotto, ma noi con la nostra Lira vendiamo più pomodori. Può darsi, ma se usciamo e svalutiamo, poniamo, del 20-30% la nostra moneta (e non decidiamo mica noi se è il 30% o il 50%, lo decide sempre il mercato), poi quello che viene da fuori penisola, compresi semilavorati, materie prime e tutto quello che c’è in un’economia ormai integrata, con che cosa lo compriamo? I debiti che abbiamo con che moneta li paghiamo, con una stabile o una che non si sa? I mutui di casa come li gestiamo?

E siamo poi sicuri che alla Germania e alla Francia non convenga avere un paese vicino come l’Italia con una moneta debole per poter comprare le nostre industrie migliori? Non i prodotti, le industrie. I francesi sono da sempre in agguato per comprarci il possibile. Sarebbero contenti di avere anche lo sconto e di integrare alla propria economia quel di più di creatività e di capacità che, diciamocelo, spesso abbiamo dimostrato.

No, no, l’Italia non può rimanere in Europa e non può rimanere nell’euro. Solo che non possono sbatterci fuori così, senza motivi.

E non sono i soli che sarebbero contenti. Pensiamo a Putin e ai cinesi. Il primo vuole da sempre sgretolare l’Unione Europea e non è che lui abbia problemi di moneta. Semplicemente non vuole avere un vicino forte alle sue porte. Se noi uscissimo sarebbe felicissimo di aiutarci, magari facendoci uno sconto sull’energia e secondo me Gazprom ci comprerebbe anche qualche squadra di calcio, perché no? Magari in cambio potrebbe cogestire, di qui a vent’anni, anche qualche porto italiano. Non sono sicurissimo che altri affari potremmo farne, con un paese che ha un potenziale industriale relativo. I cinesi poi non vedono l’ora di metter piede in Italia. Quello che lascia la Francia loro lo prendono senza problemi. Per non parlare dell’enorme piacere che avrebbe uno come Trump di parlare con noi faccia a faccia, ma senza tedeschi e francesi, senza 250 milioni di persone dietro a spalleggiarci.

Tutti sarebbero poi felicissimi di risolvere definitivamente il problemone dell’immigrazione. Come? Be’, se l’Italia esce dall’UE si chiudono anche le frontiere, no? I migranti continuerebbero ad arrivare in Italia e si fermerebbero lì,  e non potremmo certo fare battaglie europee per risolvere il problema. Già l’Austria e la Francia ora chiudono le frontiere, figuriamoci quando non staremo più agli stessi tavoli.

E poi, diciamocelo, a quel punto i neri ci servirebbero davvero, per essere competitivi con gli altri europei, certo sarà dura per i caporali scegliere tra neri e bianchi. Però una volta svincolati dall’Europa non avremmo più questi freni sul lavoro, sui diritti, sui salari, saremmo finalmente sovrani.

Diciamocela tutta: solo un cieco non vede che stanno complottando questo contro l’Italia. Ma come fare per realizzarlo e senza che i suoi mandanti, Francia, Germania, Russia, Cina, America, possano essere scoperti? Lo fanno fare agli italiani!

Basta che si trovi una maggioranza per fare un governo che chieda di non pagare i debiti, cioè che dica (perché questo è): “Non prestateci più soldi, perché noi non ve li restituiamo”. Già basterebbe questo ad accelerare il processo, perché qualcuno che ce li presta lo troviamo, ma per prestarceli vuole un po’ di interessi in più, altrimenti, dice, li presto alla Germania che mi dà meno ma me li dà (quella roba lì dello spread).

Però attenzione, anche così l’Italia potrebbe cavarsela, allora forse è meglio che questo fantomatico governo a un certo punto dica chiaro e tondo che si deve uscire dall’euro. Non dev’essere la Germania a chiederlo, devono proprio essere gli italiani, convinti di fare un dispetto ai tedeschi e ai francesi.

Anzi, ci scommetto, tedeschi e francesi si mostreranno molto comprensivi e chiederanno con forza al Fondo Monetario Internazionale di aiutarci e di prestarci soldi per poter trovare ogni anno i 400 miliardi di euro (non oso pensare a quanto siano in lire pentastellate) che ci servono per non chiudere baracca. Il Fondo Monetario le presterà con gioia, come fa sempre, solo che detterà le sue regole e le sue riforme e ci centellinerà il prestito in cambio forse della privatizzazione degli ospedali, del licenziamento di maestri e professori (che poi sono già troppi), magari della gestione del patrimonio storico (che male ci sarebbe, in fondo, se il Louvre gestisse anche il Colosseo e gli Uffizi?), e naturalmente del taglio delle pensioni e dell’aumento delle tasse.

E a quel punto all’Italia rimarrebbe il sovranismo, non certo la sovranità.

Se il  complotto per distruggere l’Italia c’è, per consegnarla ai poteri forti della finanza mondiale e all’influenza di potenze straniere di tutte le taglie non saprei immaginare niente di meglio che un governo Lega-5 Stelle con la linea politica emersa nei giorni scorsi.

Disclaimer e aggiunta per lettori troppo aggressivi e troppo letterali: ovviamente non credo che ci sia un complotto (anche se…), questo post è stato scritto prima della crisi istituzionale scoppiata ieri e soprattutto prima dell’idea folle di mettere in stato d’accusa del presidente, che ha rivelato il bonapartismo dei 5 Stelle (vedremo la Lega). Il post era un gioco ad imitare i complottisti, ma è evidente che il tempo degli scherzi è finito e che in gioco, complotti o non complotti, c’è il destino del paese.

 

 

 

Ci vediamo a Lecce

Dopo un piacevole incontro, giovedi scorso, all’Università del Piemonte Orientale (Vercelli), invitato dal prof. Gianni Paganini, a parlare di alcune idee del mio libro Stato d’innocenza. Adamo, Eva e la filosofia politica medievale (Carocci), questo mercoledi, 3 maggio, sarò molto contento di essere all’Università di Lecce, sempre a parlare del libro, invitato dalla prof. Alessandra Beccarisi (dalle h 11 alle h 13, via Calasso 5).

Sempre mercoledi, alle h 16, avrò poi il piacere di parlare, con la moderazione di Ubaldo Villani-Lubelli, sempre all’Università di Lecce, al laboratorio “Comunicare la filosofia”, che è rivolto agli studenti, ma anche ai giornalisti (che possono acquisire i crediti di aggiornamento). Parleremo di comunicazione, cultura e altro. Qui i dettagli di questo secondo incontro della giornata.

Le Marie Curie dell’Unione Europea

Da questa settimana, e fino a settembre, sono di nuovo aperti i bandi europei per i postdoc Marie Skłodowska Curie dell’Unione Europea.

Chi fa ricerca in Europa – in tutti i settori – sa a cosa mi riferisco: si tratta di uno dei programmi di finanziamento più amati dai ricercatori europei, soprattutto nella fase di consolidamento del loro percorso, cioè quando si hanno buone idee e una buona capacità di strutturarle, ma non si ha ancora una carriera consolidata e dunque tutto può diventare più difficile.

Questo programma dell’Unione Europea è un programma di mobilità, cioè finanzia per due anni il singolo ricercatore (con ottimo stipendio rispetto agli standard e con un fondo aggiuntivo per le spese connesse alla ricerca, dall’organizzazione di convegni ai viaggi di lavoro, a materiali vari) che basa il proprio progetto in un’istituzione di un paese europeo diverso da quello in cui ha significativamente lavorato negli ultimi tre anni. Per intenderci, chi ha lavorato per più di un certo numero di mesi in Italia negli ultimi tre anni, dovrà basare il proprio progetto in un altro paese europeo.

Questo naturalmente implica un lavoro di presa di contatti, di una ricerca del luogo scientificamente più adeguato e della costruzione di un progetto che tenga conto degli interessi scientifici di chi ospita (è necessario accordarsi con un professore, che avrà la funzione di supervisore in caso di attribuzione del postdoc). E il progetto sarà giudicato dall’Unione Europea in base al suo valore complessivo, alla sua credibilità, al profilo del ricercatore, in relazione all’età, e alla coerenza del luogo scelto. Non capita sempre di essere liberi da cordate, condizionamenti, opinioni di baroni.

Dietro queste azioni di finanziamento c’è una grande idea di scambio, di rafforzamento dello spazio comune della ricerca, di integrazione nella diversità e anche di ampliamento di opportunità di lavoro nell’area europea. Posso anzi dire, come ex postdoc Marie Curie, che se non avessi avuto l’opportunità di entrare in Francia, anni fa, con questo progetto, difficilmente sarei poi diventato, a distanza di anni, professore in quel paese, perché è sempre difficile avere l’occasione di comprendere un sistema di ricerca e di istituzioni diverso dal proprio.

Uno dei punti interessanti è proprio questo: il programma è costruito anche per far capire altri sistemi di ricerca (e, a seconda delle discipline, anche metodi di lavoro, scuole locali, idee e orientamenti), perché le differenze nazionali sono a volte forti, ma permette anche di ampliare la rete delle proprie conoscenze, dei contatti tra centri di ricerca, tra dipartimenti, tra singoli ricercatori.

Alcune università italiane se ne sono accorte e stanno investendo su questi progetti. Ca’ Foscari a Venezia, per esempio, è da qualche anno l’università italiana che accoglie più postdoc Marie Curie dall’estero (noi a Strasburgo ci difendiamo piuttosto bene).

Spero che nessuno si offenda se dico che si tratta di un successo dell’Unione Europea  – che in vent’anni, con questo sistema, ha finanziato e fatto muovere circa centomila ricercatori -, il successo di un’idea semplice, sebbene molto complessa nella sua realizzazione, concepita da quell’Europa che va nella direzione giusta. Non è l’unica buona idea, anche se di questa, come di altre azioni concrete, utili, e anche con un alto valore simbolico, sembra che non si abbia mai tempo di parlare. Eppure sarebbe proprio su questo piano che la discussione sull’Europa potrebbe arricchirsi in modo concreto, fornendo all’opinione di tutti elementi più concreti di riflessione.

In ogni caso, se siete ricercatori, sappiate che la procedura è molto complicata e il progetto non è solo di ricerca, ma anche di training, di diffusione dei risultati e di tanti altri elementi di complessità; ma se siete ricercatori con delle idee e con un po’ di voglia di misurarsi con contesti nuovi (la stessa scrittura di un progetto di questo tipo lo è), secondo me vale la pena di prendere in considerazione questa possibilità.

Per esempio, se vi occupate di filosofia, potreste pensare a Strasburgo. Mi rendo conto: da qui in poi il post è piuttosto, come dire, orientato. Ma davvero, se vi occupate di alcuni settori che a noi quest’anno interessano particolarmente, noi stiamo proprio valutando a partire da questa settimana (e lo faremo ancora per un paio di mesi) i progetti che ci sentiamo di poter appoggiare. Le informazioni più importanti, comprese le aree filosofiche che ci interessano quest’anno, si trovano in questa pagina del nostro sito.

Prima di contattarci va però studiata la Guide for Applicants MSCA-IF del nuovo bando e vanno seguite bene le istruzioni che diamo nella pagina. Non risponderemo a email approssimative, a persone che non si sono date la pena di comprendere il dispositivo della competizione, non daremo informazioni che trovate da soli (perché non siamo tutor), anche se so che è difficile districarsi. Soprattutto valutate bene l’impegno richiesto, che non è poco. Ma ne vale certamente la pena.

Potete naturalmente condividire questa pagina, se pensate che sia utile a qualcuno, o diffondere il video qui sotto. Sì, sì, lo so, ognuno ha l’inglese che si merita e l’aspetto che l’insonnia da presenza di infanti gli aggrava, ma ricordo che anni fa fu proprio la segnalazione del bando Marie Curie, che non conoscevo, fatta da un amico, a permettermi di partecipare a questo progetto e a continuare a fare ricerca, spostandomi dall’Italia – via Germania – verso la Francia. Chissà che oggi un video su una bacheca possa aprire un pezzo di strada a qualcuno.

 

 

 

Il grande crack di Firenze

Di seguito l’articolo su libro di L. Tanzini, 1345. La bancarotta di Firenze. Una storia di banchieri, fallimenti e finanza, Salerno, Roma, apparso sul supplemento culturale del Sole 24 Ore 8 aprile 2018:

Non sarà certamente il primo grande crack della storia della finanza, ma le spettacolari bancarotte dei banchieri fiorentini e dello stesso comune di Firenze, negli anni ’40 del Trecento, marcarono profondamente l’immaginario dei contemporanei e condussero a un riordino di assetti e a soluzioni interessanti e creative.

È nel 1345 che la decisione di Edoardo III d’Inghilterra di annullare il debito che aveva contratto con i Bardi e i Peruzzi per finanziare una guerra fallimentare porta a conseguenze drammatiche. Già da qualche anno il modello finanziario di prestito ai sovrani sembrava essere entrato in una fase pericolosa, ma è con quella decisione inglese che rapidamente falliscono non solo le famiglie dei grandissimi prestatori, ma tutta la rete di finanziatori, di cui Bardi e Peruzzi sono i capifila e i garanti. Come in un effetto domino conseguente e inarrestabile, non solo le famiglie di mercanti-banchieri perdono l’enorme quantità di denaro investito, ma vengono anche accusati di malversazioni e sospesi o esclusi da mercati e reti europee. Insieme a loro tutta una filiera di piccoli investitori finanziari affonda in una crisi potenzialmente letale.

Ma non basta, perché questi eventi si intrecciano e potenziano un’altra crisi finanziaria, quella del Comune di Firenze, che nello stesso giro di mesi dichiara la propria impossibilità a pagare i prestiti concessi dai cittadini, cioè i propri titoli pubblici. O meglio, stabilisce che non potrà pagare il valore nominale dei titoli, ma si impegna a pagare un interesse annuo perpetuo del 5% calcolato su quel valore.

Lorenzo Tanzin, professore di storia medievale all’università di Cagliari, in un libro agile e godibile, parte da questi due eventi per ritracciare la storia di quella crisi di sistema e le soluzioni messe in opera per farvi fronte. Ne risulta anche un bello spaccato della società trecentesca fiorentina e toscana, delle sue dinamiche finanziarie e del suo respiro internazionale.

Il fallimento dei mercanti-banchieri, dei prestatori finanziari, è anche conseguenza di un gioco sottile e pericoloso, fatto di relazioni politiche internazionali ambigue, della ricerca del massimo profitto, di una struttura del prestito che di fatto non conosce la responsabilità limitata e a volte entra nell’area dell’azzardo. Il comune si trova a gestire queste procedure di fallimento tentando soluzioni condivise e durevoli, come la ristrutturazione concordata del debito, che però non sempre sembrano praticabili. Quando da ogni punto d’Europa compaiono creditori delle grandi compagnie o addirittura regnanti o istituzioni pubbliche estere, riuscire a gestire la crisi diventa difficile, ma è anche un impegno di ordine politico e strategico, perché la caduta della fiducia produrrebbe ripercussioni incalcolabili sulla tenuta stessa della città, provocando perdite di mercati e addirittura rappresaglie sui fiorentini all’estero.

Come se questa situazione non fosse bastata, lo stato delle finanze pubbliche della città si era già degradato negli anni che precedono il crack dei privati, e il debito pubblico fiorentino assume proporzioni insostenibili, tanto che il debito viene indicato contabilmente con un nome che ne rivela la massa e cioè “il Monte”. Due tipi di debito pubblico – ci mostra Tanzini con dovizia di dettagli e chiarendone agevolmente le caratteristiche tecniche – si accumulano. Da un lato abbiamo somme prestate in modo forzoso, come imposizioni che sono soggette però a una forma particolare di restituzione, cioè alla corresponsione di un interesse (ma non del capitale). Dall’altro lato abbiamo prestiti volontari, di breve termine, che costituiscono un vero e proprio mercato in cui la città negozia interessi e modi della restituzione. Il default di Firenze del 1345 dichiara, come abbiamo visto, la non restituzione dei crediti, ma li trasforma in una rendita del 5%. Comincia per il Comune una battaglia contabile, simbolica e politica per preservare la fiducia nella città di tutte le componenti del sistema. Un passo simbolico di grande importanza è la realizzazione dell’imponente registro pubblico di tutti i creditori del Comune: l’istituzione comunale non cancella la memoria del proprio debito, ma anzi la rende pubblica, come segno di una volontà di soluzioni. È l’autorità pubblica il tesoro comune, sembra voler dire quel registro, e la sua credibilità va difesa. A questa dichiarazione simbolica se ne aggiunge una molto tecnica e concreta: chi avesse tentato di abolire l’interesse annuo del 5% avrebbe dovuto pagare una multa di 2000 fiorini, metà della quale non al Comune, ma alla Camera apostolica, cioè al papa. In questo modo si vincolava la parola del Comune a un’autorità esterna, che tanto più è efficace quanto più avrebbe ben volentieri incassato le ammende (e ne avrebbe avute tutte le capacità e l’autorità).

Dunque calcolando la massa delle proprie entrate attraverso le tasse, non provocando panico tra creditori e investitori, avendo ristrutturato il debito, Firenze riteneva di poter gestire “il Monte” (e forse abbassarne un po’ la cima).

Furono allo stesso tempo escogitate alcune forme piuttosto “creative” di approvvigionamento al credito. I cittadini creditori del Comune erano infatti incoraggiati a prestare altro denaro in cambio dello scongelamento del valore nominale del loro credito pregresso. In pratica, chi avesse avuto un credito lo avrebbe avuto indietro integralmente – ciò che la legge del 1345 proibiva, avendolo trasformato in un interesse annuo -, se avesse prestato altro denaro (anche questo restituibile totalmente). Per dirla tutta, si era creato un mercato del debito: il valore nominale del proprio titolo poteva infatti essere venduto a terzi, che l’acquistava a prezzo enormemente ridotto garantendosi solo il pagamento dell’interesse. Ma ora poteva reinvestirlo nel Comune prestando altro denaro, ma riguadagnando tutto il credito nominale del titolo e dunque con un enorme profitto.

Insomma il sistema tiene, non solo quello pubblico, ma anche quello privato, perché i mercanti-banchieri avevano da tempo consolidato i loro prodotti e processi manifatturieri, le loro reti internazionali, dopo un primo sbandamento, si erano ricostituite e la loro capacità di raccogliere e investire denaro era di nuovo richiesta.

Neppure la grande peste, quella del 1348-’49, che pure è uno choc e riduce drammaticamente la popolazione, affonda il sistema, perché paradossalmente la diminuzione di manodopera fa aumentare i salari e innesca meccanismi produttivi e di consumo che assecondano, pur nel dramma come in una sorta di dopoguerra, la ripresa della città. Non sarà sempre così e l’equilibrio si romperà di nuovo, nel 1378, con la rivolta dei salariati esclusi da tutto, i Ciompi.