L’antivaccinismo savant e il labirinto enigmistico

Nel dibattito, sempre più intricato e polarizzato allo stesso tempo, sostenuto dai no green pass e da un certo antivaccinismo dotto, savant, ho come l’impressione che si faccia un po’ il gioco del labirinto dei giornali enigmistici, con la differenza che non si segue il labirinto partendo dall’entrata verso l’uscita, ma da un’uscita immaginata, a ritroso, verso il punto in cui siamo.

Vorrei essere chiaro: Si può pensare, con prospettiva storica, che green pass e vaccinazione possano essere l’inizio di un processo che distopicamente porti (e non che sia già) a uno stato di controllo della popolazione sotto la minaccia della salute, con tutto ciò che questo comporta? In un senso del tutto teorico, sì. Ed è assolutamente positivo che ci sia chi lo sottolinea con forza e tenacia.

E se si pensa alla vicenda pandemica e alle risposte degli stati, avendo in mente questa visione distopica, ci si può convincere che questa prospettiva sia non soltanto teorica, ma che sia effettivamente quello che sta succedendo? A quanto pare, sì.

Tuttavia la storia e tutti i processi storici visti nella loro realizzazione concreta non sono deterministici. Accanto a una via che si realizza – cosa che risulta visibile a posteriori e neanche in modo così limpido – esistono tante altre vie pur percorse che si esauriscono, che risultano vicoli ciechi, non nel senso che non portano da nessuna parte, ma nel senso che non hanno condotto ad altri effetti che, a posteriori e solo a posteriori, siano ricostruibili come una via retta o una strada aperta. Queste vie laterali, in sé, esistono in ogni presente (perché il presente non è prefigurazione del futuro, è presente, con tutte le sue possibilità, non infinite ma molteplici) e sono esistite sempre, anche se ne abbiamo perso memoria.

Dunque si può certamente pensare che green pass e vaccini siano potenzialmente l’inizio di una strada distopica, e quindi vigilare, ma credere che necessariamente ciò avverrà se non si rifiutano in blocco vaccini e green pass (metto insieme cose distinte, lo so) e che siamo nella realtà del primo concreto passo in quella direzione significa decidere di ignorare tutte le vie laterali, i vicoli, le realtà concrete che non generano gli effetti che condurrano a quella distopia, ma che porteranno ad altre conseguenze e determinazioni (per es., banalmente, a salvare le nostre società dagli effetti di una pandemia non governata), cioè significa decidere, con un atto fideistico (e su questo fideismo avrei da aggiungere, e lo farò altrove, perché è un processo estremamente interessante di sottrazione, ma anche di trasformazione e arricchimento, per alcuni aspetti, dei legami della comunità), di ignorare le possibilità storiche, cioè di ignorare, tra l’altro, una gran parte del presente. Certamente – aggiungo -, il fatto che ci siano così tante persone che credono nell’imminenza di una dittatura sanitaria è storicamente interessante, anche se questa dittatura non ci sarà, così come è interessante che, per esempio nel medioevo, ma anche in età moderna, ci siano stati gruppi di persone che hanno creduto all’imminenza della fine del mondo, anche se la fine del mondo non c’è stata (ed è questo un esempio di vicolo cieco, che però ha alimentato azioni e pensieri).

In questo senso il labirinto dei giornali enigmistici viene percorso al contrario, cioè da un “a posteriori” che elimina tutte le altre possibilità. Nel gioco del labirinto sappiamo che c’è un’uscita, ma non sappiamo dove e quindi per noi tutte le strade sono percorribili. Nel gioco dell’antivaccinismo “savant”, che si fa al contrario, sappiamo già che alla fine c’è la distopia. E da lì torniamo indietro, verso il punto in cui siamo adesso. E dunque, peraltro, non possiamo accorgerci delle altre strade. Ma i vicoli ciechi del gioco sono il nostro presente e nessuno ha disegnato il labirinto per noi, quindi quei vicoli ciechi potrebbero in realtà dischiudere le vie (più di una) di quel che succederà, mentre la distopia potrebbe essere una semplice possibilità che non si realizza.

Se la visione distopica fosse proprio questo, cioè una possibilità teorica (e teoricamente ben concreta), che magari sarà scartata dalla storia? Pensare che sia certamente la strada maestra non è un’incomprensione della storia e non una sua conoscenza? Non è un atto fideistico pensare davvero che in questo momento ci voglia un Comitato di Liberazione Nazionale, come ai tempi del fascismo, e non prendere in considerazione nessun altro indizio contrario? Del resto non è forse un caso che ad alcuni esponenti dell’antivaccinismo “savant” o del no green pass integrale, sia stato contestato, per esempio, un uso scorretto dell’analogia storica (cioè di un uso del passato completamente decontestualizzato) o anche, in tempi non sospetti, un disinteresse, se non addirittura un disprezzo, per la storia e i suoi meccanismi.

Tutto questo per dire che il dibattito è, sì, estremamente utile, perché i processi in corso sono inediti e quindi misteriosi (anche se per alcuni giocatori del labirinto al contrario non sono inediti, ma ricalcano i fascismi), ma non sarebbe forse meglio – da ambo le parti – assumere gli elementi distopici per disinnescarli, per depotenziarli, per fare in modo che non si verifichino, tenendo conto che se la pandemia non viene governata le nostre società potrebbero esserne squassate? Il dominio della tecnica, che però ci promette di salvarci, sta facendo ulteriori passi avanti? Forse sì, che cosa dovremmo fare allora per prendere il buono o difenderci dal peggio? La nostra idea di libertà sta cambiando? Forse sì, come fare allora per non trasformarla nel suo contrario, ma anzi potenziarla, tenendo conto di forse nuova antropologie che si prospettano? C’è davvero solo dittatura sanitaria, distopia, dominio incontrollato della tecnica davanti a noi?

La mia prima lezione

Devo dire la verità: me lo immaginavo un po’ diverso il mio ritorno in Italia. Dopo dodici-tredici anni all’estero, nei posti più vari (e più belli, devo dire: Parigi, Vienna, Monaco, Strasburgo…), per esigenze varie e per varie opportunità, a un certo punto mi si apre la possibilità di tornare in Italia, in un’università tra le più serie e dinamiche del nostro paese e non solo, e in una città di meraviglie, Venezia. Dopo anni ad insegnare in inglese o in francese, a studenti e studentesse di grande valore, certamente, ma per me pur sempre distanti, almeno a un livello iniziale, con formazione diversa dalla nostra, con aspettative e attese differenti, posso finalmente dirmi: che bello poter tornare a fare lezione in italiano!

Tutto bene, tutto perfetto, ma il mio primo corso italiano è previsto per l’inverno 2020. Faccio solo in tempo a prendere contatto con la nuova università che scoppia la pandemia. Tutto passa on line e le prime settimane sono davvero, dal punto di vista dell’insegnamento, drammatiche (certo, sono drammatiche in senso assoluto): non sappiamo bene che strumenti usare e come. Ci viene chiesto di provare con i pdf commentati a voce, da caricare su una piattaforma di cui eravamo già dotati – e questo ci permette di tenere in piedi i corsi nell’immediatezza repentina dell’emergenza -, poi rapidamente si passa alle lezioni in diretta a distanza, che rimangono però disponibili in registrazione, si cambiano vari strumenti informatici e ogni volta bisognava capire un po’ come fare. Mentre c’era chi dava dei fascisti ai docenti e alle docenti che non si rifiutavano di fare lezione a distanza e che secondo qualcuno stavano addirittura distruggendo una forma di socialità, una forma di vita, un patrimonio secolare, nelle università ci si interrogava continuamente (a distanza) con riunioni, comitati, consultazioni, su come migliorare la qualità delle lezioni, su come non far perdere l’anno, su come prendersi cura della formazione di iscritti e iscritte e anche della loro salute psicologica. L’anno accademico successivo siamo di nuovo pronti e pronte, ma a fare lezione in modalità “duale”, cioè docenti in presenza con un numero di studenti e studentesse in aula ridotto per garantire la sicurezza di tutti (aule semivuote, prenotazioni con app, distanziamento, etc.) e gli altri in collegamento diretto da casa (ma con lezioni registrate disponibili). Però niente da fare: dobbiamo di nuovo fare tutto a distanza, perché muoiono 900 persone al giorno di Covid e non è il caso di scherzare.

Insomma, certo facevo lezione (oltre a tutto il resto: ricerca, pubblicazioni, amministrazione, perché le università non si sono mai fermate), ma non era proprio come me l’ero immaginato, questo ritorno.

Da questo semestre siamo però finalmente in presenza, a parlare, a discutere, a condividere e ho potuto finalmente fare quella che si può considerare la prima normale lezione. Ca’ Foscari, peraltro, ha da qualche anno nel suo canale youtube una serie di video che si chiama “La prima lezione di…”. Si tratta di prime lezioni di corsi tra i più diversi che vengono registrate e offerte a un pubblico ampio, per far vedere che cosa si fa in aula e per stabilire un legame più caldo e intelligente con una comunità più ampia, che poi è un modo ulteriore di costruire socialità e condividere passioni. Qualche settimana fa, mi è stato chiesto il permesso di registrare la mia lezione iniziale di quest’anno e per me è stato come un regalo, perché in fondo quella era davvero la mia prima lezione in Italia e il mio ritorno finalmente comincia davvero (peraltro è una prima lezione in termini assoluti perché è la lezione inaugurale di un corso che abbiamo aperto quest’anno, Storia delle dottrine politiche). Mi sembra allora una bella idea condividere questa lezione anche con chi mi segue da tanto tempo su questo blog – non perché la lezione in sè sia chissà che cosa (uno fa quello che può e che riesce) -, ma perchè è comunque il segno di un nuovo inizio nella normalità (e anche perché Machiavelli, oggetto della lezione, è sempre qualcosa di emozionante e importante, anche al netto dei limiti di chi lo racconta).

Sul green pass e le polemiche

Io capisco molto bene le inquietudini che solleva il green pass e gli elementi critici che teoricamente presenta. E sono anche convinto che il governo non possa puntare tutto su quello strumento di pressione, perché gli spazi di convincimento di una larga fascia di non vaccinati sono molto ampi. Faccio un esempio: perché non vedo degli spazi televisivi in cui si spieghi come funzionano quei vaccini, in che cosa differiscono dagli altri, in cui si risponda in modo semplice alle domande anche strampalate che persone a volte confuse e impaurite si pongono? C’è sicuramente un gruppo di mestatori (quanti sono?) fanatici e pericolosi, che vanno bloccati con tutti i mezzi leciti, ma c’è anche un vasto gruppo di persone che non si vaccinano per paure varie e anche appunto per teorie strampalate. L’ideale sarebbe arrivare ad un numero di vaccinati tale da tollerare statisticamente anche chi non vorrà vaccinarsi. In una società articolata e aperta ci dovrebbe essere posto anche per gli strampalati. E di certo non è la colpevolizzazione l’arma vincente.

Ben vengano quindi le opinioni di tutti e tutte. E certo – per far riferimento agli interventi delle ultime settimane – non si può certo chiedere a persone che di professione hanno sempre studiato le conseguenze storiche delle cose (storici, filosofi, sociologi, etc.), e che hanno una vista particolare per le conseguenze inattese degli avvenimenti e ora hanno davanti agli occhi una cosa, il green pass e gli obblighi vaccinali, che apre una gamma vastissima di potenziali conseguenze impreviste, di stare zitte, di non ragionare o di non immaginare conseguenza potenziali. Non solo non si può pretendere che non lo facciano, ma sono convinto che non possiamo privarci del loro punto di vista (e non credo di pensarlo per questioni corporativistiche, essendo anch’io un accademico). È importante che ne parlino e che mettano sotto pressione i decisori e non sempre bisogna essere d’accordo.

Ci sono però delle cose che non mi tornano nel famoso documento degli universitari e universitarie e nel punto di vista di Barbero o di altri intellettuali intervenuti in questi mesi e giorni.

Del documento apprezzo l’idea di tenere vivo il dibattito sul green pass, che è uno strumento straordinario e che non può essere perennizzato o reso ordinario. Trovo invece un po’ squalificante del documento stesso l’evocazione di altre epoche storiche (il fascismo, immagino, anche se un po’ pavidamente non viene detto in modo esplicito), perché non mi aspetterei di trovare un uso dell’analogia storica così grossolano in un documento di storici. L’intellettuale che nel modo più brutale ha usato l’analogia è stato, a dire il vero, il filosofo Agamben, che fin dall’inizio della pandemia non si è fatto scrupolo di paragonare professori e professoresse che non si fossero ribellati alla didattica a distanza ai professori che firmarono il giuramento di fedeltà al fascismo; poi ha paragonato il green pass a una tessera verde che rende chi ne è privo automaticamente portatore di una sorta di “stella gialla” e espone invece quanti la portano a conseguenze di controllo e di costruzione di un regime dispotico di cui anche loro si renderanno conto a proprie spese.

Ora, dal mio punto di vista, un conto è segnalare dei pericoli e delle incongruenze, un altro conto è l’uso di strette analogie storiche che squalifica metodologicamente chi le propone. Evocare il fascismo, il nazismo, il genocidio, in che cosa ci aiuta a comprendere la situazione attuale nella sua particolarità e nella sua concretezza storica? In che cosa ci aiuta a risolverla, o anche solo a focalizzarla? Quello che spesso viene rimproverato a chi studia ed è alle prime armi, e cioè di attualizzare il passato, di mettere insieme fenomeni diversi, di non avere reale gusto per la particolarità e la concreta diversità storica diventa qui il criterio interpretativo unico. Non solo, introduce anche un’interpretazione del passato quasi meccanica, come a trovare leggi universali. Ogni volta che un governo, un’istituzione, un potere, ha operato in modo eccezionale nel suo momento eccezionale allora si è imposto, si è voluto imporre, ha portato a conseguenze irrevocabili e imperiture? Funziona davvero così la storia? E davvero le difese istituzionali di cui siamo forniti sono così fragili, così evanescenti, così inutili? Per questo trovo scoraggiante che in un documento di persone che studiano la storia si legga che il green pass fa “affiorare alla mente altri precedenti storici che mai avremmo voluto ripercorrere”.

Così come trovo sconfortante che si dica che nelle università chi non ha il green pass non vede riconosciuto il diritto allo studio. Le università hanno fatto uno sforzo gigantesco nell’ultimo anno e mezzo perché studenti e studentesse potessero avere comunque corsi di qualità (ci si è riusciti sempre? No. A marzo-aprile 2020 siamo partiti da zero e con una certa confusione, ma nessuno ha perso l’anno o i corsi), siamo tornati in aula in modo duale (in presenza e a distanza contemporaneamente) non appena è sembrato possibile, un anno fa (e poi ci siamo riposizionati sull’on line con il secondo lockdown) e ora che la situazione è migliorata – perchè ci sono i vaccini! – quasi tutte le attività sono di nuovo in presenza. E chi non ha il green pass? Chi non ha il green pass – cioè non vuole vaccinarsi e non vuole neppure fare il tampone per garantire chi gli sta intorno – nella maggior parte delle università, o forse tutte, può comunque seguire le lezioni a distanza. Certo, la situazione non può perennizzarsi in questo modo, non è così che immaginiamo il futuro prossimo, così come siamo stufi di mascherine e distanziamenti, ed è giusto che si faccia pressione sul governo perché trovi strumenti alternativi, ma davvero possiamo dire che ora, in questo momento, la situazione sia quella di un dispotismo incipiente attraverso il green pass? E che cosa dovremmo fare, ora? Eliminare ogni difesa e poi magari chiudere tutto subito dopo? O fare i corsi a distanza per tutti?

Peraltro non capisco la logica nel dire che sarebbe meglio se il governo si decidesse per l’obbligo vaccinale, perché meno ipocrita del green pass. Ma il green pass è proprio lo strumento che aiuta a non introdurre l’obbligo vaccinale, che sarebbe una soluzione molto più traumatica proprio nella logica del documento degli storici. Com’è possibile che la mia libertà sia messa in crisi da un green pass che mi dice che se non voglio vaccinarmi devo farmi il tampone e non dall’obbligo di inocularmi il vaccino? Si può essere contro il vaccino obbligatorio e a favore del green pass; ma come si regge il contrario, cioè essere contro il green pass ma a favore del vaccino obbligatorio? Si dice che è per smascherare l’ipocrisia dello stato che non si assume la responsabilità di obbligare al vaccino. Ma la questione dell’ipocrisia non è troppo astratta e, nella situazione in cui siamo, del tutto evenemenziale? Se noi ci concentrassimo sulla specificità del presente, non troveremmo che il green pass – lo ripeto: capisco e condivido l’analisi teorica dei rischi potenziali del dispositivo – è uno strumento pragmatico per cambiare il verso degli avvenimenti per un certo numero di mesi? Se si tornasse alle chiusure, il costo sociale e individuale non sarebbe troppo alto? Non si rischierebbe davvero di innescare nella popolazione fenomeni ancora più pericolosi? E se l’eccezione, oggi, nel presente, fosse davvero un’eccezione?





Proposte nuove per la didattica

In questi giorni e settimane il web viene di nuovo infiammato da polemiche e dibattiti sulla lezione frontale (universitaria o meno) e sulla didattica innovativa. Siccome ne leggo e ne sento di tutti i tipi, anch’io ho le mie proposte da avanzare.

Al posto della lezione frontale – cioè uno che viene e ti spiega le cose parlandoti -, si potrebbe provare la lezione nucale preconciliare: uno viene e ti spiega le cose non di fronte, ma di nuca, come si diceva messa fino al secolo scorso. Per non perdere il contatto visivo si può pensare a una sistema di specchi.

Oppure proverei la lezione pitagorica: chi insegna parla effettivamente di fronte, ma tra sè e chi ascolta mette un velo, come faceva Pitagora, in modo che chi ascolta si concentri sulle parole dette. Una versione moderna di questo può essere la lezione “the voice”. Il prof. è normalmente alla cattedra, ma gli studenti sono di spalle con una sedia girevole. Se gradiscono la lezione nei primi 5 minuti schiacciano il pulsante e la sedia si gira e il prof. continua la lezione, altrimenti il prof. se ne va, e vale già come valutazione negativa, e viene riciclato nell’amministrazione pubblica.

La lezione innovativa che preferisco è però quella in cui gli studenti vengono messi a proprio agio e imparano anche divertendosi: il prof. deve insegnare sottolineando le parti importanti con dei passi di danza. Alla fine deve fare 3 minuti di tip tap ed esclamare “That’s entertainment!”, strappando l’applauso degli astanti. Una variante può essere la lezione “the game”: è consentito leggere i testi, o anche cose più raffinate, come la mappa del metro di Londra, ma ogni quarto d’ora bisogna fare una partitina a space invaders, per non dimenticare che il mondo cambia rapidamente, ma un’invasione dallo spazio è sempre possibile.

Altra possibilità è la lezione “attimo fuggente”. Chi insegna sale in piedi sulla cattedra (dispense possono essere date a chi presenta certificato medico di non idoneità), seguito subito da chi ascolta, distrugge le pagine dei libri appena dopo averle lette e di tanto in tanto esclama “Pensate con la vostra testa!”.

Dal punto di vista della tecnologia credo che lo strumento principe del futuro possa essere il vecchio citofono. Uno non ci pensa, ma a volte la soluzione è a portata di mano. Ogni prof. va cercando tutti i suoi studenti a casa loro – perché molti alla mattina sono stanchi, dal momento che la sera prima hanno vissuto, che è la cosa più importante – e fa la lezione tagliata su misura per loro, al citofono. Si risparmia sui trasporti, sugli spazi e soprattutto c’è un rapporto individuale. In questo modo studenti e studentesse saranno anche invogliati a dare un voto più alto ai questionari ministeriali sulla didattica, che puntano molto sul rapporto diretto docente/discente. Se c’è il videocitofono però viene meglio.

DISCLAIMER: Trattasi di plaisanterie. Trovo utile e anzi fondamentale che si parli di nuove forme di didattica. Vorrei però che se ne parlasse in modo serio e non come pretesto per attaccare chissà chi e chissà cosa. Non sono un pasdaran della lezione frontale (sebbene sia la forma che uso di più), anche se sarebbe bello se chi la critica non lo facesse con una lezione frontale. Penso che gli studenti non vadano inseguiti in tutte le loro minute necessità, come siamo spinti a fare da centinaia di regole e questionari, perché questo vuol dire infantilizzarli. Però è necessario ristabilire e rendere nuovo e chiaro il patto tra chi insegna e chi impara. Credo che le aule universitarie o scolastiche non possano fare come se non esistesse un mondo esterno, ma penso anche che dovrebbero ritrovare l’orgoglio (sensato, ragionato e ben costruito) di restituire agli studenti e alle studentesse una porzione di vita quotidiana e uno spazio cognitivo e formativo che consenta di riflettere sul mondo e su se stessi come parte del mondo.

NoVax per un quarto d’ora

Lo confesso: per quindici minuti sono stato antivaccinista. È successo l’altro giorno, alla notizia che Astrazeneca era stato ritirato. I titoli dei giornali e le agenzie hanno dato la sequenza nel giro di pochissimo tempo: la Germania sospende il vaccino, anche la Francia sospende il vaccino, l’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) ordina la sospensione. E, devo confessarlo, sono rimasto confuso e spaventato. Confuso perché la Germania prende spesso buone decisioni ed è bene, molto spesso, seguire attentamente quello che fanno i tedeschi. Del resto i francesi fanno così. Quindi ho subito pensato che il problema ci fosse e fosse concreto. Impaurito perchè avevo ricevuto tre giorni prima la mia dose di Astrazeneca ed ero appena uscito dai classici sintomi post-iniezione: febbre, tremori al braccio, brividi, spossatezza.

Ma quindi che cosa mi hanno iniettato? Non era sicuro ‘sto vaccino? Il colpo di grazia psicologico me l’ha data la notizia che l’Aifa aveva sospeso il vaccino. Ma l’Aifa non è un organo tecnico? Quindi il problema è politico (un eccesso di prudenza della Merkel al crescere di timori irrazionali e quindi un errore grave di valutazione politica dei tedeschi al quali ci siamo tutti accodati), oppure il problema è proprio tecnico e il vaccino non va bene?

A quel punto ho ragionato per un quarto d’ora come un anti-vaccinista. Ho pensato: mi sono esposto, da solo, da persona sana, come un coglione, a farmi iniettare una sostanza sulla cui sicurezza mi sono fidato dello stato e delle istituzioni italiane, europee, mondiali. Solo che se adesso schiatto, schiatto io.

Del resto, non si erano fidati dello stato quelli che si erano infettati in quel famoso ospedale di marzo scorso e poi sono morti di Covid? Non ci siamo fidati dello stato e delle istituzioni mediche quando ci hanno detto che la mascherina non serviva a niente? E quelli che sono andati in Russia con le scarpe di cartone (sì, lo so, non c’entra, ma in quei quarti d’ora c’entra…)? E quelli che sono in galera innocenti?

Qui è in gioco il sistema delle credenze, della fiducia, perché è evidente che quando io mi affido a un’istituzione, lo faccio con la ragionevole certezza che l’istituzione tenga insieme il meglio possibile di conoscenze e tutele; ma questa ragionevole certezza è ovviamente intrisa di fiducia, non è un teorema matematico, e dunque è intrisa di credenza e richiede sempre una certa dose di affidamento (anche solo statistico) alla cieca. Il rischio è allora quello del cortocircuito delle credenze e delle fiducie. Se non mi fido non mi vaccino. Ma se non mi vaccino posso ammalarmi e morire. Ma io, nel caso specifico, mi sono vaccinato, e ora l’Aifa mi dice che è meglio sospendere il vaccino per capire se mi può venire una trombosi.

Poi ho cominciato a leggere commenti su giornali e social che, in modo anche sprezzante, dicevano più o meno: ci sono più morti di Covid che morti di vaccino, quindi il rapporto tra costi e benefici è a favore del vaccino. Da antivaccinista – che sono stato in quei quindici minuti – obietto però che non è la stessa cosa ammalarsi ed esporsi volontariamente da sani a qualcosa che ti può uccidere. E il rapporto costi / benefici non può essere liquidato con una statistica, non può essere un argomento, almeno non nel regime di asfissiante infodemia che viviamo da anni e dal quale non riusciamo a liberarci. E che quell’affermazione sia fatta da tanti bravi “illuministi”, pragmatici filosofi da talk che non hanno mai uno scarto di originalità, non fa altro che aumentare il disappunto.

Nei quindici minuti in cui ho ragionato da NoVax ho chiamato varie persone, per farmi spiegare bene che cosa stesse succedendo. Ho scoperto (ignoranza mia nel non saperlo) che l’Aifa di fatto dipende dal governo (a differenza dell’Ema, che infatti non ha chiesto nessuna sospensione e la cui decisione stiamo aspettando, fidandoci) e che quindi la sua decisione è di fatto politica. È poi risultato chiaro che tutta la filiera delle decisioni è stata un effetto domino di scelte politiche. Qualcuno in queste ore evoca anche il tema geopolitico industriale (Astrazena è inglese e svedese, Pfizer è americana ma ha fatto il vaccino con Biontech, che è tedesca, J&J è americana), interpretando l’azione tedesca come un eccesso forse interessato di sfiducia, diciamo così, per Astrazeneca. O forse davvero una preoccupazione mal gestita. Speriamo non altro.

Poi, certo, ho pensato ai NoVax, quelli veri. Ho pensato alle volte che mi è capitato, negli anni scorsi, di assistere a loro comizi. C’ho pensato con il maggior favore possibile, ma ho dovuto ribadire la più totale illogicità del loro modo di vedere le cose. Mi è tornato alla mente il loro linguaggio, spesso sostenuto da elementi religiosi espliciti, con complotti del diavolo, con maledizioni ai figli di chi vaccina – tutte cose sentite con le mie orecchie – e con le stramberie di discorsi vaneggianti, con le loro chat piene di sciocchezze, di “si dice”, di “pare che”, di “non ve lo diranno mai”. La posizione dei NoVax è inconsistente e ridicola, non ha alcuna struttura logica ed è irragionevole, può sedurre per cinque minuti, ma solo se si è pigri e davvero senza nessun punto di riferimento.

Il quarto d’ora è passato. Però in qualche modo, devo dire, li ho capiti, nella loro rabbia, nella loro diffidenza, nel loro richiamarsi ai “mio figlio è sano e non lo vaccino”, così come capisco quelli che dicono “per vivere non viviamo più”. Li capisco e mi interessano come si capisce e si è interessati alla letteratura, alle serie tv, ma solo fino lì. Non possiamo farci male da soli con teorie di complotto e scemenze varie.

Ed è come se in quel quarto d’ora mi fossi vaccinato ulteriormente anche ai quei sentimenti di dubbio totale, che questo pasticcio può avere ingenerato in molti. Del resto un vaccino è proprio questo, è assumere una certa dose del male per superare il male, incorporarlo per diventarne immuni.

La sospensione del vaccino Astrazeneca è però un disastro assoluto e avrà delle conseguenze. Lo è perché, nel migliore dei casi, può aver incrinato la fiducia di milioni di persone, perché ha creato apprensione, dubbio, lo è perchè sollecita il sistema delle istituzioni. Quando l’Ema darà il suo responso, che si spera essere il più chiaro possibile, si comincerà da zero con dei problemi in più, perché qualcuno ha sbagliato, bisogna ammetterlo.

Mi aspetto che Draghi, se non addirittura il Presidente della Repubblica, vogliano prendere la parola, chiarire quel che è successo e dare una sterzata alla comunicazione sul vaccino. Prima ci vacciniamo, prima ne usciamo.

Il mistero Conte

Sembra che stiamo scivolando verso le elezioni. Che sia vero o no, è interessante il ruolo di Conte (che, forse, a vedere i sondaggi, sarebbe quello che ne avrebbe più a guadagnare). Come tutti sanno, infatti, si parla di una lista Conte o di un suo ruolo di capo dei 5stelle.

Il Conte politico rimane però un apparente mistero. Anche se forse, a ben vedere, l’attuale presidente del consiglio porta a compimento un processo di “neutralizzazione” della politica che ha radici lontane.

Conte infatti può governare con la destra più becera, poi può costituire un governo con tutta la sinistra parlamentare, poi ancora può cercare i responsabili di centro o di centrodestra, e può comunque continuare a salire nei sondaggi al punto che una sua lista avrebbe un consenso molto alto. A pensarla, però, non è facile capire chi ci possa essere in questa lista e quale orientamento possa avere, perché Conte non ha un retroterra politico chiaro.

Sarebbe una lista “neutra”, fatta solo per governare e – sottolineerei – per governare in parlamento, in un sistema parlamentare come il nostro, non importa con chi (un Movimento 5 Stelle al contrario, che invece di non governare con nessuno può governare con chiunque), e non tanto per governare a partire dalle forze del Paese. Non c’è da stupirsi, il parlamento è un parlamento di “responsabili” almeno dal 2013 (lo dicevo, in qualche modo, qui). E questo è l’esito di un processo culturale che viene più da lontano, oltre che l’esito del nostro parlamentarismo che non è mai stato rivisto.

Del resto i partiti di sinistra sono semplici partiti del “buon governo”, cioè della tecnica amministrativa, almeno da 20 anni. E hanno demandato il livello ideale di trasformazione della società al tema dei “diritti” – peraltro, a pensarci bene, in potenziale accordo con visioni di tipo liberale -, perdendo anche solo la grammatica di un’impostazione sociale dei problemi. Il berlusconismo aveva annientato le ideologie di destra, mescolando la retorica liberale e liberista allo statalismo (a convenienza). Il centro cosiddetto moderato non ha negli ultimi decenni espresso ideologie (o idealità) particolari, limitandosi a trattare in subappalto, in momenti strategici, princìpi non negoziabili imposti da altri. Renzi, senza cambiare nulla di sè, è passato da essere leader del più grande partito di sinistra a fondare un partito di centro che in maniera del tutto esplicita voleva assorbire pezzi di centrosinistra e inglobare pezzi di centrodestra. E tutto questo, lo ripeto, senza cambiare nulla del proprio pensiero politico, ma scaricando il problema sulla “comunicazione” (da un certo punto degli anni di governo in poi speculare alla comunicazione pentastellata) e sulla “narrazione”. La stessa destra più rozza, quella leghista, è passata dal regionalismo, consunto dagli scandali, al nazionalismo, pur di rimanere al potere, e tenta ora di riposizionarsi sotto il cappello europeo.

Di tutto questo processo, Conte è il punto, direi, più “concettuale”, più trasparente, proprio perché politicamente neutro.

Può dirsi populista, rifarsi a Trump e poi a Biden, richiamarsi al socialismo (che nessuno sa più cos’è) e al centro moderato, ed essere a sua volta considerato il punto di riferimento dei progressisti, può essere alleato di forze antieuro e rivendicare orgogliosamente il ruolo dell’Europa. Non si tratta (solo) di trasformismo, nel senso tradizionale del termine, cioè di una mancanza di etica del ceto politico che seguirebbe solo i propri interessi, ma mi pare appunto che stiamo assistendo a una trasformazione profonda dei nostri sentimenti politici, alla loro neutralizzazione. E questo è il primo punto, che mi pare interessante.

Il secondo, più evenemenziale, riguarda proprio una ipotetica lista Conte in un’ipotetica elezione imminente. Lista ipotetica perchè Conte potrebbe invece assumere la leadership dei 5Stelle, il che da un lato lo garantirebbe maggiormente, dall’altra lo esporrebbe a una sua emarginazione alla prima difficoltà del partito. Ma ipotetica anche perché la lista Conte, a mio avviso, tramonterebbe nel caso in cui Conte non si presentasse alle elezioni come Presidente del consiglio in carica. Il che potrebbe avvenire se il Conte bis, o un Conte ter, non superasse il semestre bianco. Chi vuole liberarsi di lui, se non ci riesce già ora, potrebbe infatti sbarazzarsene proprio avvantaggiandosi dello scudo del semestre bianco. In sostanza, il momento più propizio per Conte è ora.

Ma come sarebbe composta la lista? Come potrà Conte trasferire la sua diafaneità politica in una proposta elettorale? A quale cultura politica dovrà tentare di rifarsi?

Certo qualche antecedente, vago, esiste. Per esempio, per certi aspetti, proprio quel Macron il cui esempio avrebbe dovuto essere seguito dall’operazione di Italia Viva. Anche Macron era riuscito a cogliere l’attimo della pura concettualizzazione politicista, apparendo di sinistra e di destra e sbucando dal nulla. Era stato però aiutato da un ceto intellettuale e politico di lungo corso e provate capacità (a partire dall’intramontabile Jacques Attali). E lo stesso Sarkozy aveva tentato l’approccio di governo se non proprio bipartisan, almeno includente. Ma era un modo per spaccare il campo avversario, finito male.

Ha Conte abbastanza risorse umane e intellettuali attorno a sè per imbastire almeno una parvenza di abito di cultura politica che possa resistere agli strappi della competizione? O tenterà di mettere in crisi gli avversari proprio includendo nella famosa lista personalità di varie origini politiche?

Altra strada potrebbe essere quella della lista con personalità non note, come nel caso dei primi 5 Stelle, ma rappresentative del Paese, che si prestano alla politica come costruttori che, almeno inizialmente, dipendono esclusivamente dal leader. Potrebbe funzionare, ma per poco tempo, perché dopo poco l’effetto casting devia sempre verso il posticcio. Del resto pensare che possa bastare la neutralità della comunicazione politica sui social e la buona educazione di Conte in televisione per raggiungere il consenso elettorale sembra un po’ ardito. Può davvero essere sufficiente un Casalino – lo chiedo senza ironia – per tradurre la “concettualità” di Conte in un prodotto elettorale? Si può davvero inglobare tutto senza un’elaborazione, solo perché volenterosi?

A meno che, proprio perché diafano, proprio perché conseguenza di una neutralizzazione della politica, proprio perché necessitato a mantenersi in un equilibrio così concettuale, Conte non possa davvero rielaborare tutto questo per proporre agli italiani in modo programmatico, ma neutro, una serie di riforme dello Stato che consentano di riorganizzare le forme della politica. Io ne dubito, ma il mistero è qui.

Muccioli, Sanpa e altre cose

Anch’io ho visto la docuserie Sanpa sulla vicenda di Muccioli e di San Patrignano. E come tutti ne ho ammirata la qualità tecnica e narrativa che la pone ai livelli di analoghi prodotti americani (Wild, Wild Country, per dirne uno). Le polemiche che ne sono seguite, e che perdurano, sono estremamente interessanti e rilanciano in tono minore quelle che furono allora, ma non è questo il dettaglio che vorrei seguire qui.

Mi ha colpito in particolare, della ricezione della serie, il senso di stupore che ha colto molti spettatori rispetto all’esistenza stessa di quella vicenda. Molti non la conoscevano per limiti di età, sono nati dopo, altri, come il sottoscritto, che avrebbero potuto ricordare bene tutti i dettagli, ne avevano un ricordo nebuloso.

Intendiamoci: ricordo molto bene, da ragazzino, “il problema della droga”, come lo si chiamava, che riguardava la diffusione, enorme e visibile, dell’eroina; ricordo certe strade e certi giardini di Milano (dove oggi ti spennano per un daikiri) essere offlimits, le distese di siringhe usate su certi marciapiedi. E ricordo naturalmente la figura di Vincenzo Muccioli e le polemiche sui suoi metodi, anche se non avrei potuto riassumere la vicenda prima della docuserie.

Ma tutto questo all’epoca non mi interessava, perché mi dava l’impressione di essere una cosa proveniente da un mondo precedente, alle spalle, e che non riguardasse il mio presente.

Credo che tutte le generazioni sentano da subito un senso se non proprio di estraneità almeno di distanza, di non completa intimità, con qualcosa che fa parte del mondo nel quale stanno, ma che appartiene a un passato, anche immediato, che incombe e che non le riguarda completamente. Vale per gli eventi storici, ma vale anche per le canzoni, i film, i prodotti della cultura che sono già datati, che hanno il marchio di un altro mondo, alla prima fruizione. E si comincia a essere vecchi, anche se si tengono le redini del mondo, quando le nuove generazioni, arrivate al momento in cui sono pensanti e prendono il loro spazio nelle cose, avvertono con distanza ciò che a noi sembra ancora contemporaneo.

Il punto è questo: la contemporaneità è fatta di temporalità diverse, di durate differenti. E tutte queste temporalità, queste durate, sono inserite nella trama del presente, anche se non le vediamo in modo immediato e distinto.

Mi ha colpito che molti dei protagonisti e dei comprimari, almeno quelli intervistati nella serie, siano tutt’altro che vecchi di un mondo passato. Non sono i partigiani novantenni che parlano (in apparenza) di un tempo consegnato alla storia, non sono i testimoni esotici di vicende magari a noi vicine ma di aree geografiche distanti. Sono persone nel pieno delle forze, nella piena maturità, dello stare al mondo.

Eppure parlano di un mondo che non c’è più, perché nella serie abbiamo visto una scheggia (significativa) di un mondo passato, talmente passato che non ce lo ricordavamo, ma talmente presente che molti dei suoi protagonisti ce lo raccontano. In questo senso ha un effetto spettacolare e quasi metaforico di questa pluralità di tempi che è ogni contemporaneità il fatto che Andrea Delogu, della quale non si può certo dire che appartenga al passato, sia figlia di Walter Delogu e abbia vissuto da bambina a San Patrignano. In questo senso, Sanpa non parla del passato, ma del presente. O meglio, parla di due tempi del presente.

L’effetto spiazzante e straniante della serie allora non è tanto, per me, il contenuto, ma proprio la messa all’opera delle diverse temporalità di un momento storico, in cui lo stupore di chi guarda fa parte del racconto. E lo stupore, dal mio punto di vista, è proprio dato dalla percezione che la storia è un groviglio di temporalità e durate, di contemporaneità che si inseguono.

Quando io ero ragazzino erano ancora vivi i partigiani e i fascisti (quelli veri), ma io non lo sapevo, non era il mio mondo (anche se ero in quel mondo), e quando sono nato c’era la stessa distanza cronologica tra me e la fine della guerra mondiale che c’è oggi tra noi e la morte di Muccioli.

“Sanpa” – e questo è il secondo dettaglio che mi interessa – non è un’opera storica, di ricerca storica, ma è un prodotto dell’industria culturale, fatto molto bene; è un prodotto “letterario”, potremmo dire, ma che dice anche qualcosa della storia (e della disperazione degli storici).

Certamente non bastano le fonti “dirette” per fare un’opera di storia, tanto più che è del tutto evidente in questo caso che ciascuno degli intervistati dice quello che vuole dire, che è una verità, e fa capire di non dire tutto quello che sa, come in un Rashomon giornalistico. E tuttavia ognuno di loro è una fonte diretta.

In fondo non molto diversamente ci si accapiglia, con altri metodi (ma qui il discorso si farebbe lungo e complesso), su fenomeni del passato. Che si parli del fascismo, o di Francesco d’Assisi, la disperazione è sempre la stessa (e un prodotto non storiografico come Sanpa ci dice molto di questo), cioè la paura di un abisso, l’impossibilità di rendere conto dei fenomeni, anzi di non capire neppure che cosa sia significativo e che cosa no in un determinato fenomeno (con la preliminare sdrucciolevole inquietudine di stare costruendo un fenomeno che in se stesso non sia significativo).

Che si tratti di capire le origini del fascismo (cito il fascismo anche perché l’opera, che è letteraria checché se ne dica, di Scurati ha rilanciato il tema delle fonti in un alveo di fruizione culturale ampio), o che sia altro, il gioco tra ricostruzione che si vuole oggettiva (la finzione metodologica dell’oggettività come orizzonte da raggiungere fa parte degli attrezzi degli storici), risignificazione, riuso strumentale, fruizione culturale, è un gioco appeso ad un abisso.

Un altro esempio che mi va di fare perché è un problema classico, direi da manuale in questo senso, è quello della vita di san Francesco, sulla quale sappiamo poco e spesso siamo condizionati da fonti francescane posteriori, attraversate da mille interessi concreti non sempre convergenti e da mille diverse visioni su chi fosse Francesco.

“Nos qui cum eo fuimus”, noi che siamo stati con lui, è la frase che usano tre francescani che appartenevano alla prima cerchia di Francesco. E in particolare la usava frate Leone, che visse ancora molti decenni dopo la morte di Francesco, e che si è trovato quindi ad attraversare differenti francescanesimi e che quindi usava quella frase per esibire la propria autorità di testimone oculare, di persona che aveva davvero vissuto in quella comunità. Ci dava garanzia di oggettività quella testimonianza (non dico testimonianza di buona o mala fede, ma di oggettività)? Cosa c’era di Francesco nei francescanesimi e che cosa c’è nei francescanesimi che ci spiega davvero Francesco?

La storia è spiazzante, anche quella che noi viviamo ancora senza saperlo. Per questo Sanpa, che non è una ricerca storica (ma che, oltre a cambiare il quadro del genere docuserie in Italia, forse crea le condizioni pubbliche perché quella vicenda, che è una scheggia di Italia, sia trattata anche dagli storici, secondo i loro metodi), insegna qualcosa sulla storia. E cioè che spesso arrivi alla fine e ti pare di non aver capito. Pensi tante cose, ma non collimano. Poi le ripensi, ti sembra di aver capito, e non collimano ancora. Se la storia – e la contemporaneità, con le sue diverse temporalità – fosse tutta così?

Corso di Scrittura e comunicazione politica

Alla Challenge School di Ca’ Foscari, a Venezia, abbiamo ideato un Corso di alta formazione in Scrittura e Comunicazione politica, che mi pare una cosa utile e importante, soprattutto per chi si occupa di istituzioni, associazioni, giornalismo, impresa, categorie, giornalismo. Qui le informazioni e qui di seguito il mio video di presentazione:

Buon rientro agli insegnanti e un augurio

Sappiamo che l’apertura di asili, scuole, università, quest’anno assume dei caratteri particolari. Sappiamo quante inquietudini stringano tutti.

Ma qui, per un attimo, vorrei semplicemente fare gli auguri di buon rientro in aula a tutte e tutti gli insegnanti del nostro paese, di ogni ordine e grado. Sì, sappiamo che ci sono differenze di mestiere, che ogni tappa ha le sue specificità e competenze, che gli educatori e le educatrici 0-3 (che belli i gerghi ministeriali) non sono lo stesso lavoro di chi fa 10-13 o 14-18 (i numeri indicano gli anni di età degli alunni), e che chi insegna all’università è addirittura sotto un altro ministero (com’è giusto che sia); è vero, ci sono educatori e educatrici (che bella la parola “educare”, da “e-duco”, cioè “tiro su”, “traggo fuori”, perché questo fanno alla scuola dell’infanzia, tirano su e traggono dai bambini quello che ancora non hanno neppure dentro, ma lo preparano), maestre e maestri, professoresse e professori, docenti, associati, ordinari, ciascuno con la sua laurea, la sua abilitazione, il suo concorso.

Ma nelle prossime settimane saremo tutti ugualmente in aula, timorosi, guardinghi, sospettosi, forse anche un po’ impauriti, ma emozionati noi per primi, perché ricominceremo a fare il nostro mestiere.

Ne abbiamo sentite di tutti i colori in questi mesi. E ne abbiamo anche dette. Sbirciando le lezioni a distanza, prima i genitori si sono accorti di quanto sia difficile insegnare e tenere un’aula, poi a volte hanno preso i maestri e le maestre per dei baby sitter, utili solo a stoccare tutti i minorenni del paese, altri hanno ricominciato con la stupida tiritera del lavorare poco (mai poco come loro poco ragionano, se posso permettermi). Poi ci sono stati i banchi a rotelle, i timori sanitari, un’organizzazione che sarà difficile.

Però ora si torna in aula, che sia alla scuola dell’infanzia o all’università.

E si ricomincia nel paese delle università più antiche del mondo, nel paese del Liceo classico (fermì lì: non voglio riaprire la solita polemica; dico solo che è un’invenzione originale che ha accompagnato un pezzo della storia italiana), nel paese di Maria Montessori, nel paese di Gianni Rodari (ve lo immaginate, Rodari, maestro elementare, che spettacolare rientro avrebbe preparato per i suoi alunni in un frangente come il nostro, come avrebbe esorcizzato paure e attivato energie inaspettate?).

Allora il mio augurio, almeno per i primi giorni, è di non pensare a nulla di tutto quello che c’è intorno a questo rientro, a non pensare alle polemiche, a non pensare alle aspettative (contraddittorie) di tutto il paese, a non pensare a quello che non va (ma certo di segnalarlo e tenerne conto).

L’augurio è di godersi il ritorno in aula, con quel carico di relazioni e di concreta umanità che ci regala. Dobbiamo stare attenti, certo, dobbiamo parlare a dei giovani che avranno le mascherine, che non potremo scrutare fino in fondo, ma faremo in modo che ci bastino gli occhi.

La didattica a distanza ci ha fatto venire in mente tante buone idee, che sfrutteremo, ma ci ha dato anche la certezza assoluta che il rapporto diretto con bambini e bambine, studenti e studentesse, giovani adulti che si presentano in aula non solo per avere informazioni o nozioni o concetti, ma per vivere la formazione e per formarsi alla vita successiva, è insostituibile.

E quest’anno molti di loro – pensiamo a chi si iscrive a un primo anno, in cui ai timori della novità, in queste condizioni, si aggiunge forse il senso di incompiutezza per non aver chiuso come si avrebbe voluto un ultimo anno in emergenza – sono ancora più affamati di contatto, di parole che accendono scintille, di discorsi che aprono orizzonti, di una vita quotidiana che si nutre di affetti. E noi abbiamo la fortuna di poter dar loro tutto questo, per mestiere.

Pensiamoci: c’è tutta una lunga generazione dagli 0 ai 18 o ai 23 anni, c’è tutta la linea del futuro che nelle prossime settimane entra in aula e chiede a noi di fare sapere, di conoscere quello che c’è di bello e utile; non lo chiede in primo luogo ai libri, non ce lo chiede a distanza, non lo chiede a video e tutorial, lo chiede a noi, persone in carne e ossa, gli insegnanti e le insegnanti.

Non sappiamo se arriverà una seconda ondata, non sappiamo come si concluderà l’anno. Però auguro a tutti e tutte di godersi l’enorme responsabilità e piacere di ricominciare un mestiere che ha il privilegio, come diceva qualcuno, di scrivere nelle anime dei singoli.

 

 

Disunità nazionale

È piuttosto triste doversi interrogare su certe sollecitazioni che vengono dalla politica, su certi dibattiti incompleti e quindi non comprensibili, soprattutto in un periodo come questo, in cui ci tutti siamo impegnati nell’immaginare una prospettiva per il nostro futuro immediato. Tuttavia è ormai da un pezzo che una buona parte delle energie dei commentatori è assorbita dalle sollecitazioni sul destino di questo governo, tema lecito, ma mal concepito.

Un problema in realtà c’è. È chiaro infatti che questo governo non era nato per condurre una nave attraverso una tempesta furibonda. Era nato perchè una barchetta non si allontanasse troppo dal porto. Era nato, in particolare ma non solo, su iniziativa di Renzi che cercava un contesto per fondare il proprio partito personale, il quale in pochi mesi avrebbe dovuto consolidarsi, prendere il 10% nei sondaggi; a quel punto il governo sarebbe caduto immediatamente e si sarebbe andati alle elezioni.

Al disegno avevano aderito i 5 Stelle per disperazione e il Pd, che si era disposto a un governo di legislatura nel tentativo di costituire un campo di centro-sinistra, il meno debole possibile, e compresi i 5 stelle, per far fronte all’apparentemente inevitabile vittoria della destra salviniana. Il governo fu fatto e la barchetta cominciò a navigare nei pressi del porto, come da mandato.

Poi è accaduto l’imprevedibile e si è diffusa una pericolosa pandemia. Il governo che aveva come principale assillo non alzare l’Iva si trova in un mondo in cui l’Iva praticamente rischia di non esserci neanche.

Peraltro – e anche questo è chiaro – noi non siamo ancora dentro la tempesta furibonda, la stiamo solo intravvedendo, ma si sta avvicinando. La vera tempesta scoppierà con la fase 3 e comunque a ottobre, quando bisognerà fare la finanziaria più difficile e disperata della storia della repubblica.

L’ipotesi di  un cambio di governo, all’avvicinarsi della tempesta, è quindi un’ipotesi che ha una sua concretezza e anche una sua teorica ragionevolezza, perché si entra in un mondo completamente nuovo che alla formazione del governo non era prevedibile
Il modo taumaturgico in cui se ne parla è però ridicolo e sconfortante (anche se conosciamo il ridicolo e lo sconforto che la politica italiana produce senza sosta).

Soprattutto è sconfortante quando si parla di governo di unità nazionale come panacea e senza minimamente prevederne la natura o abbozzarne le caratteristiche eventuali. Perché? Per tanti motivi.

Uno di questi motivi è che il governo della fase 3 dovrà essere fortemente europeista. L’Europa con la BCE ci compra il debito, ci dà accesso al MES e ci dà accesso al fondo per la ricostruzione. (Un tema collegato è chi beneficerà di quei fondi ingentissimi. Come si faranno gli investimenti? Che cosa sarà da considerare strategico? Tante voglie e interessi sono già in movimento e nessun governo è esente da pressioni).

Sarà quindi soprattutto con l’Europa e con i paesi dell’UE che dovremo cercare soluzioni.

È dunque evidente che il governo di unità nazionale non potrà includere forze radicalmente antieuropeiste. Non avrebbe senso. Mettiamo Borghi all’economia o in qualsiasi altro ruolo importante? Chiediamo a Salvini di trattare con la Bce?
Quindi le forze non europeiste non potranno fare parte di un governo di unità nazionale e quelle forze urleranno proprio al fatto che il governo non sarà di unità nazionale.

Se invece saranno incluse quelle forse non sarà un vero governo di unità, ma un governo eterogeneo di lotta politica interna quotidiana, cioè il contrario di quello che si dice di voler ottenere.
L’altra alternativa sarebbe un altro governo con le stesse forze attuali, e magari con Forza Italia, ma con dentro tutti i big, a garanzia della concordia, perché altrimenti sarebbe un governo esattamente come questo. E voi ve l’immaginate l’armonia di un governo con Renzi ministro degli esteri, Brunetta all’economia, Zingaretti agli interni, Crimi alla difesa e con il Letta di turno minacciato ogni ora della sua vita?

Si dice allora “chiamiamo Draghi”. Benissimo. Immaginiamoci quindi al vertice di ciascuno di questa ipotesi Draghi. Vorrebbe dire mandare Draghi allo sbaraglio e perdere per sempre questa opportunità.

Immaginiamo allora un governo solo tecnico con Draghi al vertice. Ecco, il giorno dopo tutti i partiti che lo appoggiano comincerebbero a dire che farebbero le cose diversamente, per non assumersi elettoralmente nessuna responsabilità dei sacrifici e per prepararsi alle elezioni e scaricarlo dicendo di non averlo mai appoggiato.
Quindi il governo Conte è il più adeguato, l’unico possibile e ci lascia tranquilli? No, per nulla. Ma dire che Conte non è Churchill – cosa chiara anche se forse Conte crede il contrario – è una verità che serve solo per qualche meme divertente, ma non è un argomento politico.

La verità è che la tempesta è vicinissima e noi la stiamo affrontando con una barca che non doveva uscire dal porto. L’obiettivo è cercare di attraversare la tempesta il più possibile sani e salvi e il più velocemente che si possa.

Chi oggi non cerca soluzioni, ma pretesti (vale anche per chi ha responsabilità nel governo, a partire da Conte), non può essere una soluzione per domani.

Chi oggi sostiene il governo e cerca altri governi non può limitarsi a minacciare questo governo, ma dovrebbe spiegarci che altro governo vuole, con quali forze, quali nomi (sì, ci vogliono i nomi) e soprattutto con che mandato. Se la linea è la stessa di questo governo  (perchè una linea c’è, per quanto faticosa) o si riduce a un semplice cazzeggio verbale sugli “affetti stabili”, sulla libreria sì e il barbiere no, allora si farebbe meglio a irrobustire questo governo, magari chiedendo di parteciparvi più direttamente assumendosi delle responsabilità (perchè no?).

E chi sta all’opposizione e giustamente critica il governo dovrebbe spiegare quale sarebbe la linea alternativa, concretamente, per affrontare la tempesta con un altro governo, per esempio un governo delle destre, che in fondo è teoricamente possibile in questa legislatura. Magari chiarendo anche come bisognerebbe guardare alla Cina e alla Russia, anzichè all’Europa. E decidere, per esempio nel caso della Lega, se qualcosa è andato storto in Lombardia e se non sia il Veneto l’esempio di miglior governo e perchè.

Tutto è consentito e tutto è lecito, cambi di linea e di governo. Ma spiegateci cosa e come.
Sappiamo che il peggio deve ancora arrivare e ci pare purtroppo di capire che la politica non avrà nessuno scatto d’orgoglio particolare. Sarà durissima e disorientante. Rischiamo che il nostro paese venga spazzato via. Gli italiani lo stanno capendo e, per quanto fessi siamo un po’ noi tutti, ho l’impressione che non siano interessati solo a politiche del jackpot, alla politica ludopatica, al “chiamiamo uno che risolve”, ma si aspettano lavoro, serietà e spiegazioni (anche spiegazioni dei dubbi!).

Siete in grado di darci chiarezza non su come andranno le cose, ma su che cosa immaginate voi rispetto a questi scenari? Cioè quali sono i vostri scenari? Perchè se non ci dite questo vuole dire che tutto è tattica, tutto è “mo’ vediamo”, vuol dire che tutto è buttato lì per interessi che sono i nostri.

Gli italiani, io credo, si aspettano poi una comunicazione più sincera, che non sia il paternalismo di Conte, l’abracadabra sui numeri della regione Lombardia, la retorica pomposa del giovanilismo fuori tempo, l’aggressività di chi bonfonchia mezze frasi da bar (e che coi bar chiusi non ha più niente da dire). Ma è possibile che un parlamento, un governo, le forze politiche di così tanti orientamento non siano in grado di studiare una comunicazione chiara e corretta, che non ne sentano il bisogno neanche in questo frangente?

Gli italiani si meritano sincerità nella diversità, si aspettano scenari differenti ma logici. Sono disposti tutti a dare una mano (e quante risorse umane ci sono nel paese! lo abbiamo visto nella pandemia) e, chi lo sa, magari premieranno chi si dimostra serio (almeno un po’). Non “coerente”, non rappresentativo, non giocoliere, non fuoriclasse, ma semplicemente serio. A destra, a sinistra, al centro.