Non dateci date, dateci scenari alternativi

Non è arrivato il momento di cambiare modo e sostanza nella comunicazione di quello che avviene e di quello che avverrà? Non chiedo date, non chiedo certezze, non chiedo slogan. Chiedo ipotesi, chiedo ventagli coerenti di eventi potenziali, anche alternativi, chiedo scenari.

Mi si consenta: non sono più così utili i punti quotidiani dell’assessore Gallera, che sembrano ormai una rubrica di Luca Sardella; non hanno più grande senso le conferenze stampa quotidiane ansiogene della protezione civile che sembrano la Messa del pomeriggio prefestivo in cui si somministrano dati non molto significativi (che possono essere comunicati ai giornalisti in altro modo, magari con una semplice nota quotidiana e un punto settimanale).

Tutto questo ha avuto una funzione importante, ma quello che ci serve ora è il passaggio a un livello diverso, quello dell’esposizione delle strategie, soprattutto rispetto a quella famosa fase di convivenza con il virus che si sta prospettando.

Gli italiani stanno facendo un esercizio di fiducia e pazienza – però non possono farlo “a debito”, devono essere trattati secondo verità – e forse c’è l’occasione storica di parlare di futuro (prossimo) a una nazione come la nostra, che si è sempre dedicata solo al più effimero presente.

Quello che ci serve, per essere resilienti – e non escludo che come quegli anni famosi furono chiamati gli anni della Resistenza, questi che stiamo per vivere potranno essere gli anni della Resilienza, peraltro virtù che non tutti i popoli europei hanno – , è sapere non quello che sarà (perché non lo sa nessuno), ma quello potrebbe essere.

Che può succedere se gli europei si accordano, per esempio, con i bond? E che cosa può succedere se non si accordano? Quali sarebbero le conseguenze di alcune scelte o di altre? Quanti piani abbiamo, A, B, C? Che cosa succede se la Cina non si riprende? Se gli Stati Uniti si fermano? Abbiamo scoperto che non produciamo mascherine: che cosa ci può servire nei prossimi mesi che non abbiamo? Come si torna nei posti di lavoro, dal punto di vista logistico e spaziale, se il virus non passa?

Non dico che il governo debba mettersi a fantasticare sul futuro. Dico che qualcuno, per conto del governo, deve farlo. E, poi, rapidamente, il governo, o chi per lui, deve spiegarci la pluralità e la diversità degli scenari.

Visto che vi piace la metafora della guerra – e chi sono io per dire che non va bene – direi che se dobbiamo vincere questa guerra di resilienza  – che rischiamo di perdere – non possiamo farla con le scarpe di cartone, ma dobbiamo essere avvertiti del ventaglio di possibilità. Dobbiamo essere messi subito in grado di capire che sacrifici dovremo fare (allo scenario minimo e allo scenario massimo), ci si deve dare il tempo di prepararci mentalmente, dobbiamo per esempio sapere se c’è la possibilità (non la certezza) che neppure a settembre i nostri figli andranno a scuola, che il telelavoro delle nostre aziende debba essere migliorato nel caso in cui l’emergenza durasse tutto l’anno o più, se in uno scenario o in un altro possiamo, noi come lavoratori, imprenditori, impiegati, professori, pensare addirittura di ricavarne opportunità, cambiamenti positivi, nuove proposte.

Non dubito che chi governa stia pensando al futuro. Chiedo che ne approfitti per renderci partecipi dei futuri possibili. Perché imparare a pensare i futuri possibili diventi un esercizio permanente anche per dopo.

Chiedo però che voglia farlo bene e sappia comunicarlo, essendo noi tutti adulti. Non bastano però gli epidemiologi e i tecnici dell’economia, ovviamente essenziali, per pensare i futuri prossimi. Però affiancate queste competenze a quelle di matematici, di architetti, di scrittori, di filosofi, di sceneggiatori di film, di storici, chessò a degli autori di Netflix, ad artisti, cioè alle competenze contemporanee, del nostro mondo, agli immaginatori di professione, cioè a quelli che conoscono lo sviluppo della realtà. Fatelo in fretta, però, e poi diteci cosa ci può aspettare, e tutti insieme cercheremo di andare pronti verso il meglio.

No, non è una guerra

Si dice “è una guerra”. L’ha detto Macron sei volte con la solennità del caso: “Siamo in guerra”. Lo ripetono i governatori regionali e i sindaci, anche nella versione del “resistere”, che nell’immaginario nazionale evoca il Piave e la lotta al nazifascismo, variante anche questa della guerra. Continuiamo a ridircelo sui social e sui giornali e anche i virologi: guerra, guerra, guerra…

Quella della guerra è una metafora potente ed efficace che funziona quasi sempre. Perché? Perché è capace di dirci che c’è un nemico, ci avverte che c’è un pericolo incombente, ci chiama all’azione, ci dà esempi di eroismo, ci dà una linea netta del fronte, ci connette alla storia nazionale.

La guerra poi è uno dei fondamenti estetici della storia europea, se posso esprimermi così. L’Europa comincia con l’Iliade, che è la storia di una guerra talmente bella, talmente eroica, talmente gratuita, da essere raccontata per tutte le generazioni fino alla fine dei tempi.

Però questa volta la metafora della guerra non funziona. Questa non è una guerra.

Non c’è un nemico esterno (c’è chi lo cercherà, ma è un’altra faccenda), non possiamo batterci come in una guerra, non ci dice contro chi agire, non ci spiega in che cosa consisterebbe la resistenza, dove starebbe il fronte, non è una faccenda di nazioni, ma di mondo, non difende frontiere.

Non solo non è una guerra, ma quello che è veramente – cioè un contagio, un’epidemia – è un’esperienza talmente potente che è a sua volta da sempre usata come metafora per altro: il vizio, il male, gli errori sono contagiosi, i cattivi esempi, le idee che non ci piacciono sono morbo, gli eretici erano pestiferi, per non parlare dei dissidenti politici, da mettere nella quarantena del campo di rieducazionoe o da estirpare come una malattia infettiva. O pensiamo a esperienze più comuni e banali, come la comunicazione virale, o i virus dei computer.

La metafora della guerra questa volta non funziona perché ci deresponsabilizza. Lascia pensare che al fronte ci siano solo i medici e gli infermieri che combattono contro il virus (che viene poi sempre personificato…. maledetto virus, sei malvagio, ma non ci batterai). Ci inquieta, ci spaventa, ma in fondo nessuno ci bombarda, nessuno ci spara addosso davvero, e allora tanto vale fare una corsetta (disclaimer: non ce l’ho con chi corre), o prenderci un caffettino (quando ancora si poteva), o tentare di andare a mangiare da mamma.

Intendiamoci, non mi sfugge il valore performativo delle metafore (nel mio piccolo c’ho anche scritto un libro, anni fa…), ma in questo caso specifico forse quella che va detta è proprio la letteralità del fenomeno, se dire epidemia ci pare poco. Si tratta cioè di una catastrofe sanitaria mondiale.

Tralasciando il fatto che anche “catastrofe” è una metafora, di cui però abbiamo perso memoria, introiettare l’idea della catastrofe sanitaria mondiale ci rende più chiaro che ogni comportamento individuale contribuisce all’allungamento o all’accorciamento del fenomeno, ci aiuta a capire che non c’è una linea del fronte, un orizzonte da cui spuntano i nemici, ma un arzigogolo di relazioni, di linee, di punti, che sono i terminali globali del contagio e che noi siamo uno di quei punti e siamo noi a tracciare linee e curve di trasmissione, ci aiuta a comprendere che non ci sono nemici esterni, ma neanche interni e che le armi sono le mascherine (e quelle ci vogliono) perché interrompono gli arabeschi, sono le mani pulite, è un po’ d’attenzione, ovviamente ospedali e formazione e ricerca. Non ci sono attacchi da parte di malvagi conquistatori, ma un po’ di applicazione e concentrazione a cosa facciamo, non c’è odio, ma cura e affetto per lo snodo che noi siamo e il fascio di relazioni che si snodano attorno a noi.

Solo alla fine di questa catastrofe sanitaria mondiale forse, purtroppo, dovremo ritirare fuori la metafora della guerra per far fronte a quel che succederà, o forse no, forse troveremo metafore più efficaci e capaci di aiutarci a mettere a punto soluzioni. Governare è anche trovare metafore che cambiano i processi in corso.

 

Cosa ci succederà dopo il coronavirus?

Nelle ultime settimane sono successe cose che non avremmo mai potuto immaginare (forse) e ci siamo abituati a situazioni che ci sarebbero sembrate impossibili. Navighiamo un po’ a vista, ma sappiamo che ci stiamo dirigendo verso un mare aperto di incertezze. Sappiamo che si è aperta un crisi che avrà conseguenze potenzialmente catastrofiche. Insomma, per la prima volta per le nostre generazioni ci troviamo di fronte a uno snodo storico e capiamo solo ora che i passaggi storici sono sempre privi di garanzie e che solo lo sguardo retrospettivo di chi viene dopo può renderli banali o teleologici.

Ma non è questo il punto. Il punto è che alcune cose le stiamo già imparando, per esempio che il patto di stabilità è uno strumento che funziona in certe crisi e che è ostacolo alla soluzione di altre crisi, che gli aiuti di Stato alle imprese in momenti di pericolo (e forse non sono in quelli) sono uno strumento utile, abbiamo imparato che uno Stato che non investe in un sistema pubblico efficace ed efficiente, che sia la sanità, la ricerca, l’istruzione, la ricerca, è uno Stato che prima o poi si troverà in difficoltà, abbiamo capito che l’integrazione dei Paesi è necessaria, ma forse va fatta davvero e con altri metodi e strutture. Di tutto questo si dovrà tenere conto per costruire un mondo nuovo senza dogmi precostituiti, senza dottrine da applicare acriticamente, perché la storia cambia a volte rapidissimamente. Abbiamo di fronte a noi, in questo senso, la grande libertà e necessità del cambiamento.

Ci sono però abituati anche ad altre cose, sulle quali dovremo vigilare, in primo luogo rispetto a noi stessi.

Abbiamo accettato in queste settimane, per delle ottime ragioni (non vorrei essere frainteso), che lo Stato ci impedisse letteralmente di uscire di casa, di andare a lavorare, di raggrupparci, ci impedisse perfino di andare a messa o alle funzioni religiose, ci impedisse di seppellire i nostri cari.

Sappiamo inoltre che tutte le nostre comunicazioni e le nostre relazioni sociali a distanza sono state di fatto garantite da compagnie tecnologiche che hanno come missione lo stoccaggio e lo sfruttamento dei nostri dati. Sappiamo che le autorità civili possono usare alcuni di questi macrodati per ricavare informazioni sui nostri comportamenti di massa (è per questo – per esempio seguendo le celle telefoniche – che sappiamo che il 60% dei nostri concittadini non si sono attenuti alle consegne in modo scrupoloso). Sono dati anonimi, ma per scelta condivisa, non per impossibilità tecnica e basterebbe un codicillo per trasformare tutto questo in qualcosa d’altro. In alcuni Paesi – non necesseriamente non democratici – si è arrivati a tracciare i movimenti dei contagiati per capire come intervenire in zone e fette di popolazione per prevenire ulteriori contagi. Tutto questo è stato ed è utile.

Gli eventi ci hanno imposto delle limitazioni e delle possibilità inedite di intervento sulle nostre vite che noi abbiamo accettato (e, ripeto, va bene e meno male).

Ma tutto ciò ha colonizzato la nostra mente come orizzonte di possibilità. Tutto questo entrerà nei dibattiti futuri come realtà possibile, come precedente riapplicabile anche in casi diversi. Fino a un mese fa era roba da Netflix, oggi è uno strumento, che qualcuno vorrà usare perché lo abbiamo già usato. E noi, che abbiamo già visto tutto questo all’opera e ci è stato utile, cosa diremo?

È questo un pericolo potenziale per le nostre libertà? Il concetto stesso di libertà, nel mondo che si prospetterà, cambierà? Del resto la libertà degli antichi non è uguale alla libertà dei moderni, e la libertà classica non sarà forse uguale alla libertà dei postmoderni. Sta per cambiare la nostra idea di libertà? È questo uno dei nodi storici al quale assisteremo?

Non ho la risposta, ma per trovarla e per fare in modo che sia una risposta che ci piace, bisognerà impegnarsi molto e, come diceva quel tale, ci sarà bisogno di tutta la nostra intelligenza, di tutto il nostro entusiasmo, di tutta la nostra forza.

Pestiferi

Spesso nel medioevo, e ben oltre, gli eretici e le eresie sono detti “pestiferi”. Sono pestiferi loro, sono pestiferi i loro errori, pestifere le loro dottrine, pestifere le loro opinioni.

Sembra un aggettivo buttato a caso per qualificare una cosa pessima, per demonizzare il più possibile. In realtà si fa riferimento al loro essere un focolaio di contagio. Le idee degli eretici contagiano le idee di tutti gli altri e si propagano come una malattia contagiosa che si espande al contatto con le persone, con le loro parole, con l’espressione dei pensieri, come appunto una peste, un coronavirus della mente (diciamo) all’ennesima potenza.

Per questo motivo è necessaria la scomunica, la “ex-communicatio”, cioè l’esclusione immediata dell’eretico dalla comunità, come in un isolamento che impedisce al contagio di propagarsi. Nessuno può parlare o avere rapporti di alcun tipo con un eretico, che perde anche i diritti civili, va contenuto, la sua influenza ritardata o annullata. Può tuttavia essere risanato, se guarisce dal suo errore, ma una volta sola, perché una “ricaduta” sarebbe segno del ritorno finale del contagio (e un eretico “relapso”, cioè “ricaduto”, è condannato definitivamente).

Il meccanismo è medievale, ma lo ritroviamo in tutte le dittature, in una forma o in un’altra. Dal campo di rieducazione al confino, il dissidente è un contagioso, che va tenuto in quarantena o isolato. Letteralmente isolati, cioè messi in isole, sono stati molti confinati. E un’isola è stata ed è il simbolo delle migrazioni recenti (come un’altra isola lo è stata dell’immigrazione europea in America).

Oggi lo schema medievale (che però è politicamente anche molto moderno) ritorna alle sue basi concrete ed epidemiologiche, ma si porta dietro anche il suo carico politico – che affiora inconsapevolmente anche quando si dice che l’approccio “cinese” purtroppo non è replicabile da noi – se non come pericolo reale, da noi, almeno come senso di inquietudine ulteriore.

L’inglese, le università e le case editrici

Da un po’ di tempo (a volte da tanto), le università italiane – almeno alcune – hanno deciso di offrire non solo degli insegnamenti specifici, o dei Master, ma degli interi corsi di laurea in lingua inglese. E pare che abbiano un certo successo di iscritti. Questo consente di attrarre un certo numero di iscritti – e il numero dipende molto dalle discipline e dalle prospettive offerto – di lingua non italiana.

Non sfugge a nessuno (spero) l’importanza strategica di avere studenti che diventeranno ingegneri, architetti, economisti, o altro, che, provengono da aree  importanti, come l’Europa orientale, o l’Asia, o l’Africa, che formati in Italia manterranno con il nostro Paese delle relazioni strette, un legame culturale con ricadute economiche potenziali.

I saperi tecnici e scientifici hanno già una tradizione di questo tipo, mentre le discipline umanistiche stanno cominciando a ragionare su un’offerta formativa, utile e razionale, di questo tipo.

Quindi si tratta di una strada che sarà sempre di più percorsa. Non è una strada semplice, anche banalmente per il fatto che insegnare in inglese presuppone che le università mettano a disposizione di docenti e studenti degli strumenti per migliorare il proprio inglese, per preparare i propri materiali, per muoversi in un universo linguistico che è comunque diverso; e non sempre è così.

Ma c’è un problema importante – parlo soprattutto per le discipline umanistiche -, che andrà affrontato, anche con le case editrici (so che alcune ci stanno già ragionando), e cioè che se questi esperimenti continueranno e funzioneranno, ci sarà bisogno di testi di autori italiani scritti (in realtà tradotti, è ovvio, perché nessuno può pretendere anche che, come professori, ci mettiamo a scrivere libri in inglese, o francese, o tedesco…) in inglese.

Altrimenti dovremo sempre scegliere dei manuali, o dei testi, o degli approfondimenti di autori anglosassoni. Attenzione, non c’è nessun sovranismo (e lo stesso discorso potrebbero farlo francesi e tedeschi), ma è vero che su molti temi l’impostazione generale e particolare delle scuole e delle tradizioni anglosassoni in campo umanistico in senso generale è molto diversa da quella italiana e europea continentale.

In sostanza ci troveremmo sempre a dover mediare tra il nostro proprio approccio e quello in lingua inglese per il semplice e banale fatto tecnico che dobbiamo dare da studiare dei testi in inglese, mentre i nostri sono naturalmente in italiano. E questo è anche un impoverimento culturale. È una riflessione che, con le università e le case editrici, dovremmo fare.

D’altra parte – e questo pure può essere importante – ciò potrebbe aprire un mercato più ampio al nostro modo di ragionare, alla nostra impostazione (che a volte è migliore, e che comunque è utile che entri in un circuito globale più ampio dell’attuale) che vengono spesso ignorati, o depotenziati, per le barriere linguistiche altrui. Infatti noi e i nostri studenti – anche quelli dei corsi in italiano – siamo in grado di leggere l’inglese, ma gli anglosassoni non sono quasi mai in grado di leggere l’italiano e quindi spesso non integrano i nostri risultati alle loro ricerche o lo fanno in modo convenzionale – parlo sempre di humanities e affini – o alla loro visione delle cose (e della didattica). Ragioniamoci.

Il ritorno della casta dei poverini?

Il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo di Walter Lapini, stimato professore di Letteratura greca dell’Università di Genova, che rilancia la ritornante polemica contro i finanziamenti europei alla ricerca, in particolare gli ERC Grants (ma anche le borse Marie Curie); e lo fa con toni oggettivamente sprezzanti.

Che cosa sono gli ERC Grant e a che cosa mirano? Lo spiega l’UE stessa: “In questo periodo l’Europa non offre ai giovani ricercatori sufficienti opportunità di sviluppare carriere indipendenti né di passare da un’attività svolta sotto il controllo di un supervisore a un attività di ricerca indipendente svolta sotto la propria responsabilità. Questo problema strutturale provoca un grave spreco di talenti della ricerca in Europa. Inoltre ostacola o ritarda l’affermarsi di una nuova generazione di ricercatori eminenti, che apportano nuove idee ed energia, e incoraggia i ricercatori dotati di grande talento all’inizio della loro carriera a cercare di farsi strada altrove”.

Questi finanziamenti sono molto corposi, da un milione e mezzo a due milioni e mezzo di euro (e oltre), sono attribuiti a un singolo ricercatore, che può essere già professore, oppure può essere senza posto fisso (cioè, nel linguaggio di Lapini, un “cane sciolto”). I fondi servono sostanzialmente al vincitore per costruire un gruppo di ricerca per la durata di cinque anni, sulla base del progetto presentato al concorso, da basare in un’università o centro di ricerca europeo. La selezione è molto dura, con un tasso di riuscita del 10% circa.

Sembra tutto molto ragionevole. La posizione di Lapini è invece molto critica, come è del tutto lecito che sia. In particolare è critica perché ai vincitori di Erc, che peraltro in Italia sono pochissimi, in area umanistica all’ultima tornata solo uno, è possibile (non obbligatorio) offrire un posto da professore associato o da professore ordinario (secondo una tabella di conversione decisa dal ministero).

In sostanza, si ritiene che il concorso superato in Europa (perché di fatto si tratta di un concorso, con varie tappe di selezione) possa essere considerato valido anche in Italia e quindi che un dipartimento interessato possa acquisire un nuovo professore vincitore di Erc, non importa da dove provenga.

Questa critica è assolutamente lecita. Del resto non tutti i paesi europei danno questa possibilità. E, più in generale, la stessa UE potrebbe investire quei soldi per la ricerca in mille altri modi, con sistemi diversi.

Io invece credo che questa possibilità – dell’assunzione – sia stata uno strumento utilissimo per attirare in Italia ricercatori che altrimenti sarebbero andati altrove e per arricchire la ricerca di base, perché questi finanziamenti, non dimentichiamolo, sono per ricerche assolutamente libere, dal basso verso l’alto, nel senso che i progetti non vengono finanziati sulla base di linee stabilite centralmente, ma i ricercatori propongono il loro personale progetto. Chi ha vinto ha poi potuto finanziare, a costo zero per le università, postdottorati, dottorati, ricercatori a tempo determinato.

Del resto, hanno fatto così male i nuovi professori assunti grazie all’Erc? Non mi pare. Hanno seguito ricerche strampalate e mal fatte? Non sembra. Hanno assunto postdoc, dottorati e ricercatori ignoranti e improbabili? Non direi.

Sono tutti Einstein? No. C’è qualche cretino? Probabilmente sì. Qualche progetto perfetto e importante non ha vinto? Ci scommetto. Ma l’approccio dell’operazione non è pur nulla negativo – a meno che non si pensi che dare quattro spiccioli a pioggia sarebbe meglio, opinione lecita anche questa. Se l’obiettivo dell’UE è quello indicato in apertura di questo articolo, non si può che ammettere che sia un modello funzionante.

C’è però nell’articolo di Lapini molto altro, che mi sembra rappresentativo di alcuni mal di pancia di accademici, espressi in modo paradigmatico.

Si parla per esempio di “ritornante darwinismo” per definire quel dispositivo di finanziamento. E l’argomento del darwinismo, un po’ stucchevole perché mai spiegato bene, salta fuori spesso quando si parla di competizione per una posizione o per dei finanziamenti competitivi (compresi quelli italiani).

Mi chiedo però: se vogliamo essere (anti)darwinisti non è stata persistente e invincibile darwinismo (e lo è ancora in buona parte) la pratica dei concorsi in Italia negli ultimi decenni? Quando vince sistematicamente il candidato interno, a tutti i livelli (anche a quelli inizialissimi, che determinano una serie di conseguenze nel creare file e aspettative), che cosa si sta dicendo se non che per vincere bisogna essere fedeli, pazienti, soprattutto non disturbare chi può farti vincere un concorso?

E che cos’è questo se non darwinismo, cioè selezione del più adatto a un ambiente che si vuole e si vive come ambiente di conservazione e di fedeltà, di paziente assunzione delle gerarchie costituite, e che esclude sistematicamente chi non ha queste caratteristiche e viene allontanato come “cane sciolto”? Sono sicuro che su questo Lapini la pensa come me, perché si è espresso varie volte in questo senso. Abbandonerei quindi la categoria del darwinismo, che è cattiva retorica.

Che ci siano azioni dell’UE che tengono conto degli impacci – oltre che del sottofinanziamento, ma le cose andavano così anche quando questo sottofinanziamento non c’era – che un ricercatore può subire nello sviluppo della propria indipendenza professionale a me tranquillizza molto e mi pare una delle cose migliori che siano state fatte (la migliore in assoluto è invece questa, che va nella stessa direzione e che è altrettanto criticata). Sono opinioni, che ho spiegato varie volte come ho potuto, e sulle quali amerei confrontarmi con chiunque.

Quello che trovo inaccettabile e insultante è invece definire il ricercatore vincitore di Erc come un “giovanotto intraprendente e opportunamente addestrato che ha saputo esprimere in brillante curriculese una serie di buoni propositi e di parole in voga…”, che “piomba in un dipartimento e scardina la programmazione, salta la fila, taglia la strada ai tanti che attendevano laboriosamente il loro turno e che ora devono farsi da parte davanti all’inesorabile avanzata del Milione”. La trovo una formulazione offensiva per il ricercatore che arriva (e per tutti quelli che provano questo tipo di concorso) e ingiusta per chi sta nei dipartimenti.

Ho partecipato tre volte al concorso Erc, non ho mai vinto, due volte sono arrivato alla short list a Bruxelles – se mi è concessa l’espressione inglese -, mentre sono stato borsista Marie Curie e supervisore di borsisti Marie Curie, e devo dire che ho imparato moltissimo anche solo nello scrivere i progetti, pur non vincendo, nel mettere a fuoco la direzione delle mie ricerche, nel depurare i progetti da elementi che non riuscivo a spiegare, perché erano forse insinceri e inadatti, e nel capire meglio certe traiettorie che la scrittura complessissima di quel tipo di progetto richiede, nel leggere i referaggi finali (molto complessi, con 6-10 diversi referee).

Consiglio a tutti i ricercatori seri di partecipare – e da direttore di Dipartimento ho incoraggiato molto i colleghi a misurarsi con quella procedura, non solo i giovani – non perché uno speri nel jackpot, ma perché il risultato sarà comunque un rafforzamento del proprio punto di vista sulla propria ricerca (e c’è solo un Paese, a mia conoscenza, che dà strutturalmente la possibilità di ragionare davvero sulla propria ricerca, cosa utilissima, cioè la Francia con il suo processo di Habilitation à diriger des recherches, sul quale pure sarebbe bello ragionare).

Ritengo invece stupefacente che si possa pensare che in un Dipartimento di docenti-ricercatori ci si debba mettere in fila, aspettando il proprio turno, senza disturbare i manovratori, cioè i professori ordinari che decidono tutto per tutti, che stabiliscono chi va avanti e chi diventa cane sciolto, che danno la patente di meritevole al poverino di turno e lo stigma di giovanotto addestrato a chi magari ha solo voglia di fare le cose secondo la propria testa. E questa non è questione di ricerca, neppure di didattica o di funzionamento dell’istituzione, ma è semplicemente una questione di potere.

Non si capisce peraltro in che modo chi sta in fila abbia un diritto a qualcosa, chi glielo attribuirebbe in barba a regole e leggi, in che modo una persona che ha vinto un concorso europeo e ha soldi per far lavorare altre persone tagli la strada a qualcuno, tolga qualcosa a qualcun altro, quando è vero il contrario, contribuisce alla ricerca di base e all’arricchimento dell’ambiente della ricerca.

Qualche anno fa, quando ero un cane sciolto, scrissi proprio qui che era ora di smetterla con i poverini in fila e con la casta dei poverini. Da allora l’università italiana è migliorata, la sua cultura è cambiata e sta cambiando.

Sarebbe il caso che un grande dibattito nazionale, sincero, aperto, sui temi veri e non sulle categorie da salotto accademico, sulla funzione e sul destino della nostra università e sull’università europea, venisse aperto. Ormai da troppo tempo questo non avviene e si è persa la fiducia reciproca, fiducia nel Ministero (troppe volte sleale), nell’Europa (spesso incompresa), nei rettori, nei Dipartimenti, nei colleghi, nella sincerità delle opinioni. Sono convinto che attorno a un tavolo saremmo tutti più in accordo di quanto malintesi e mal di pancia non facciano sembrare.

 

 

 

Qualche altro spicciolo di lessico politico

Dopo il lessico spicciolo per populismi di destra, di sinistra e di centro, della settimana scorsa, è rimasto qualche spicciolo di frasi fatte, che non vogliono dire quasi niente o che funzionano come passepartout per talk show e comizi. Ogni ulteriore suggerimento è bene accetto, un po’ ci divertiamo, un po’ ci disperiamo.

Restiamo umani: Slogan di apparente buon senso e buon cuore, tranne quando provoca cortocircuiti come quello del famoso giornalista che twitta contro i genitori di una bambina appena nata lasciata in ospedale perché malata (come una legge importante consente) dando loro degli “infami” per la crudeltà e accompagnando la frase con l’hashtag #restiamoumani. A pensarci bene invece quello slogan non regge mai. Plinio il Vecchio dice che non esiste nessuna specie, come quella umana, che organizza la guerra e i cui individui si scannano tra di loro per motivi futili, neppure i leoni e neppure i serpenti. Gli esseri umani hanno inventato e organizzato le torture più sottili, i dispositivi di repressione più crudeli, le stragi più nefande. Sono sicuro che Plinio il Vecchio sarebbe contento se la smettessimo di restare umani e usassimo gli hasthag #restiamoleoni #restiamoserpenti.

La più bella del mondo: La più bella del mondo è naturalmente la nostra Costituzione, che certo è bella (anche se tutti sanno che non funziona molto bene), ma perché del mondo? Chi usa la frase è contro i cambiamenti costituzionali visibili (perché di meno visibili se ne sono fatti tanti, eh), ma io dico solo: e se quella dell’India fosse più bella? E quella del Madagascar? La conoscete bene? O anche solo quella tedesca?

In questo Paese…: Quando un politico vuole darsi aria da tecnico oggettivo con effetti roboanti e finto impegnati fa precedere la solita banalità da “In questo Paese…”. L’idea è appunto di dare un tono di oggettività, come se si osservasse da lontano, senza essere implicati in quello che il Paese è, con capacità diagnostica e certamente soluzioni: “In questo Paese c’è bisogno di…”, “In questo Paese succede da sempre che…”. Ormai l’effetto però è quello dei due medici, il Corvo e la Civetta, che osservano Pinocchio e devono dire se sia vivo o morto: “— A mio credere il burattino è bell’e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo! — Mi dispiace, — disse la Civetta — di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega; per me, invece, il burattino è sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero”. Suggerimento per i Corvi e le Civette: invece di dire “In questo Paese…”, dite “In questo nostro Paese…”, o “In questo nostro amato Paese”. Sarete meno fanfaroni e più empatici.

In una democrazia matura...: A volte al posto di, o addirittura insieme a,”Nelle grandi democrazie occidentali”. Di solito servono per stigmatizzare gli avversari, evidentemente democratici immaturi. “In una democrazia matura il premier (o l’opposizione) non fa certe cose”, o “nelle grandi democrazie occidentali i giudici se commettono degli errori pagano”, etc. Entrambe le formule presuppongono un’implicita classificazione delle democrazie, che chi parla conoscerebbe molto bene. Grandi democrazie occidentali (le piccole quali sono?) contrapposte forse a democrazie orientali e le democrazie mature (ma attenzione: in economia un mercato maturo è un mercato che non consente ulteriori profitti) che evidentemente sono al massimo dello sviluppo, quindi implicitamente ci sono stadi di sviluppo democratico dati, guarda caso, dall’argomento dell’oratore (“in una democrazia matura succede questo e non quello, etc..”).

Un patto coi cittadini: Ogni tanto si chiede di fare un patto coi cittadini. Non si capisce mai in che cosa consisterebbe e come si stipulerebbe. E poi il patto non c’è già e si chiama Costituzione e Stato? E poi, davvero, patto per cosa? “Facciamo un patto coi cittadini per il fisco”: Ok, ma non c’è bisogno, fai delle leggi efficaci, io intanto evado. E non ti voto. “Facciamo un patto per la buona edilizia”: perfetto, tu fai i controlli, io intanto costruisco sulle aree golenali. E non ti voto. “Facciamo un patto per la crescita con le imprese”: Va bene, abbassami le tasse, che io intanto licenzio qualcuno.

La realtà è più complessa: Non c’è politico di sinistra o di centro che non si sia una volta lamentato del fatto che gli argomenti dell’avversario sono troppo semplicistici, mentre la realtà è complessa. Il che è vero, verissimo, ma non basta dire  che “un argomento è più complesso”, bisogna anche dipanare quella complessità, cioè trovare il modo di renderla comprensibile. Non ci si può accontentare di evocare il “complesso”, ma va creato un percorso anche breve che lo sveli, o anche solo evocare un orizzonte di chiarimento. Ma, diciamo la verità, chi usa la frase “gli argomenti sono più complessi” spesso non fornisce alcuna chiave di lettura e dà l’impressione di non aver capito manco lui. Lo confesso: spesso quando sento qualche politico dire “è più complesso”, mi viene in mente il grande Troisi: “Quali complessi, Robbè, tu tieni l’orchestra intera int’a capa”.