Non fategli gli auguri…

() e soprattutto non rompetegli le palle

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Ma cos’è questa

Sembra che il dibattito americano sulla "crisi" si stia concentrando anche sul significato etimologico della parola stessa, che avrebbe al suo centro la nozione di cambiamento (yes, we change).

Piccolo contributo postumo al dibattito di Lorenzo Rocci, Vocabolario Greco-Italiano:

Il sostantivo: Krìsis– Forza distintiva; separazione; scelta; elezione 2) giudizio, b, contestazione; lotta; contesa; querela; lite – giudizio; decisione; sentenza 3) esito; risoluzione; evento; riuscita b, spiegazione; interpretazione, di sogni ecc.

Il verbo: "Krino- distinguo; scevero; separo. Es.: Separare al soffio dei venti il grano e la pula; ordina gli uomini per tribù; distinguere i buoni; il vero e ciò che non è tale 2) scelgo; preferisco 3) decido; giudico; spiego; interpreto; stabilisco; risolvo; 4) giudico 5) fo entrare in fase decisiva o critica (termine medico) 6) stimo; penso; credo; giudico; dichiaro b) valuto; stimo.

La crisi può aprire le menti?

Edgar Morin parla da decenni di complessità e di necessità di pensare in modo multidimensionale il futuro (cioè prendendo in considerazione tutte le dimensioni della vita individuale e collettiva). Lo fa da sociologo francese, che vuol dire con estrema concretezza e senza autocompiacimenti (è anche per questo che ogni volta che qualche azienda mi chiama a parlare di modelli di organizzazione, di problem solving o anche di comunicazione introduco sempre qualche sua tesi). La Repubblica di oggi rilancia una sua intervista apparsa qui. La crisi è un’occasione, dice Morin, per ripensare la nostra civiltà. Non è un proclama. E’ un tentativo di entrare nell’incertezza trasformandola in un sistema complesso e interconnesso, sintetizzando direi in un ecosistema nuovo e comprensibile.

E’ una sfida enorme. Abbiamo il senso di non poter prevedere nulla di quello che succederà. Non è solo un problema psicologico (collettivo), ma la mancanza di strumenti concettuali per comprendere le novità di questo passaggio ed è dunque anche una spinta a crearne di nuovi. La parola "crisi" in fondo ha sempre indicato il momento in cui si filtra, si riorganizza, si ripensa la realtà, in cui "si riaprono le menti", come dice Morin.

Natale e dintorni

Un milione di euro. E non è il signor Bonaventura. Il fondo "Famiglia-Lavoro" stanziato dall’arcivescovo di Milano perchè "chi perde il lavoro non perda anche la dignità" è una buona notizia. Ma è interessante anche il linguaggio che Tettamanzi usa nell’omelia del Natale (in cui annuncia l’operazione) e nel documento ufficiale di presentazione dell’iniziativa (i due documenti qui). Senza il rispetto della dignità anche l’economia prima o poi viene meno. In questo senso economia e società si reggono sullo stesso fondamento. Quello che trovo più interessate è l’idea che il fondo debba dare il "la" a iniziative dal basso, sottoscrizioni locali, a un intreccio con le reti territoriali, secondo un principio di "delega assistita". In questo modo non si tratterebbe solo di un progetto di assistenza, ma di uno sforzo di riflessione collettiva sul lavoro e sull’economia, cioè della costruzione di una visione condivisa, di un linguaggio civile, di una prospettiva. Per ora è un esempio di comunicazione credibile e concreta, spero diventi un inizio di elaborazione politica ed economica ai tempi della crisi.

Con buona pace

Con buona pace dei razionalisti irrazionali; di chi pensa seriamente (e lo scrive) che nel diario scolastico vadano reintrodotti i santi come antidoto alla secolarizzazione; di chi mette sullo stesso piano Babbo Natale e Dante Alighieri; di chi per difendere la Verità dice le bugie; di chi ama le feste etniche ma preferisce dire "Buone feste"; di chi crede che per indagare sul mistero basti un dolcevita e un libro all’anno (con fonti di seconda mano) in ogni salotto televisivo; di chi per portare la lumière della ragione deve vivere a Parigi, portare giacche destrutturate, fare inchieste e rispondere alla posta; di chi dice la natura è la natura, ma a volte no; di chi pensa che se si dice "etiam si Deus daretur" salviamo capra e cavoli; di chi è dogmaticamente senza dogmi. Con buona pace di tutti costoro e di molti altri (me compreso). Buon Natale a tutti. Con Buona Pace.

 

Trash again

Stazione ferroviaria di Cambridge, quattro giorni fa. Ho un bicchiere di plastica da buttare. Non trovo il cestino. Non c’è alcun cestino. Giro, guardo. Niente. Vedo due ferrovieri sulla banchina. Mi avvicino a uno dei due, forse con tono albertosordiano gli chiedo: "Excuse me, where is the trash, please?". Mi guarda e mi fa: "In your hand, sir". Rimango un po’ così. Guardo l’altro e mi fa: "It was good". Ci mettiamo a ridere. Il primo mi prende il bicchiere e se lo porta in ufficio. (Giuro. E’ andata così. E comunque i cestini non c’erano).

Smells

Apprendo da Ciwati (ma quante ne sa?!) della battaglia del Kebab su facebook. Una battaglia politica per la salvaguardia (sic) dei centri storici italici. Mi chiedo se chi propone la cosa abbia mai visto centri storici di città come Parigi, Berlino, Monaco, dove anche quello italiano è cibo etnico e se la gioca con kebab e sushi. Ma non importa. Condivido tutto quello che dice Ciwati su questo. Però il cibo è importante. Sta diventando una nuova frontiera di indentità e di sicurezza, ci protegge (dicevo qui) o ci minaccia. Consumare il cibo può diventare un atto di riflessione, addirittura di apertura – come dice Enzo Bianchi nel suo ultimo libro – perchè sulla tavola convergono alimenti di ogni parte del mondo e gli sforzi e le economie di chi ha contribuito al nostro pasto, ma può diventare addirittura un atto politico (qui, per esempio, ma poi è vero che l’ananas brucia i grassi?). Un capitolo di Loretta Napoleoni, Economia canaglia, Il Saggiatore 2008, spiega molto semplicemente anche gli aspetti schiavistici (in senso quasi letterale) legati alla produzione del cibo nel mondo e il legame tra cibo e organizzazioni criminali (come nel caso del pesce illegale che invade i mercati europei proveniente dai mari del Nord, in mano alle mafie russe). Ma colpisce come l’elemento simbolico del cibo investa anche il suo odore. Il 16% delle liti condominiali riguarda gli odori di cibo, di solito orientale. Non posso fare a meno di pensare al forte odore della cucina tedesca, un misto di grassi e minestre presente in gran parte della città dove lavoro, un odore intenso che certo non ti fa sentire a casa, ma che in certo modo rappresenta per me anche un’opzione, una possibilità in più, una accoglienza che in fondo mi è stata concessa. Insomma anche gli odori stanno diventando un punto sensibile, insieme ai cibi? Ci divideremo anche su quello? Veicoleranno sempre di più paure e insicurezze? Arriveremo a dire che il curry è inintegrabile?