La crisi può aprire le menti?

Edgar Morin parla da decenni di complessità e di necessità di pensare in modo multidimensionale il futuro (cioè prendendo in considerazione tutte le dimensioni della vita individuale e collettiva). Lo fa da sociologo francese, che vuol dire con estrema concretezza e senza autocompiacimenti (è anche per questo che ogni volta che qualche azienda mi chiama a parlare di modelli di organizzazione, di problem solving o anche di comunicazione introduco sempre qualche sua tesi). La Repubblica di oggi rilancia una sua intervista apparsa qui. La crisi è un’occasione, dice Morin, per ripensare la nostra civiltà. Non è un proclama. E’ un tentativo di entrare nell’incertezza trasformandola in un sistema complesso e interconnesso, sintetizzando direi in un ecosistema nuovo e comprensibile.

E’ una sfida enorme. Abbiamo il senso di non poter prevedere nulla di quello che succederà. Non è solo un problema psicologico (collettivo), ma la mancanza di strumenti concettuali per comprendere le novità di questo passaggio ed è dunque anche una spinta a crearne di nuovi. La parola "crisi" in fondo ha sempre indicato il momento in cui si filtra, si riorganizza, si ripensa la realtà, in cui "si riaprono le menti", come dice Morin.

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