Young men! (and women)

Questa storia dello scontro tra giovani e vecchi è ormai grottesca. Non che uno scontro non ci sia, ma definire giovani persone che hanno dai 30 ai 40 anni è un po’ troppo. Eppure la categoria esiste, inutile negarlo. Un paio d’anni fa, all’uscita di un mio libro, mi chiamò una redattrice di un programma televisivo di libri su una rete nazionale. Mi disse che il libro era piaciuto e che pensavano di farci un’intera trasmissione a partire da quello spunto. Ma c’erano due problemi. Il primo era quello di trovare dei motivi di attualità per un argomento che era comunque congegnato come una ricerca storica. Dissi subito che non c’erano problemi. Il mio libro trattava una certa forma del linguaggio e della teoria politica e aveva un’implicita presa di posizione su temi contemporanei ed era poi estendibile a temi economici e culturali più particolari. Parlammo un’oretta al telefono fino a fare una possibile scaletta della trasmissione. Poi la redattrice mi disse: "Bene, ora il problema più difficile: di solito su temi accademici e scientifici preferiamo non invitare persone troppo giovani, e purtroppo non dipende da me". La mia risposta fu: "Guardi che io ho 36 anni, non sono mica giovane". Proposi anche di tingermi i capelli di bianco (per scherzo naturalmente) e aggiunsi che comunque gli anni me li portavo proprio male. Alla fine mi promise che avrebbe cercato di convincere la persona che decideva, perchè la puntata poteva venire bene, e mi avrebbe fatto sapere. Alla fine rimasi troppo giovane per quella trasmissione. Nell’università italiana invece la parola "giovane" ha un significato diverso, indica chiunque a prescindere dall’età svolga un’attività di ricerca ma non abbia un posto fisso nell’accademia. Ho sentito presentare, più volte, come "giovani studiosi" persone di circa cinquant’anni (che spesso, bisogna dire, si comportano davvero da  giovani imbarazzati e timorosi dei "maestri", altra parola chiave). Ho partecipato mesi fa a un convegno in cui la presenza di studiosi non "incardinati" (questo è il termine tecnico) e quindi giovani – a occhio la loro età media era sui 35-40 anni- era così alta da essere notata dal presidente della sessione di studio, il quale alla fine dei lavori salutando i partecipanti esclamò, e devo dire senza ironia ma rendendosi conto della situazione paradossale nella quale viviamo: "Auguro a tutti questi giovani di diventare vecchi al più presto".

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Scusate la citazione

Ci sono vari modi per citare un libro in una nota a piè di pagina. Di solito la rivista o la casa editrice forniscono lo style-sheet con le proprie regole. Per esempio, il bel libro di Mauro Simonazzi dal titolo "Le favole della filosofia. Saggio su Bernard Mandeville" pubblicato a Milano dalla Franco Angeli nel 2008, verrebbe per lo più citato così:

Mauro Simonazzi, Le favole della filosofia. Saggio su Bernard Mandeville, Milano, Franco Angeli, 2008.

La variante piu diffusa sarebbe con solo l’iniziale del nome (M. Simonazzi), o inziale del nome e inversione nome cognome (Simonazzi, M.). Mi dà invece un po’ fastidio il sistema di citazione anglosassone autore anno, fintamente pragmatico. In questo caso si evitano le note e si cita direttamente nel testo, per noi Simonazzi (2008), e poi ti si costringe a vedere la bibliografia alla fine del libro per sapere il titolo, la casa editrice, l’anno e la città. Ancora peggio nel sistema americano quando si chiede di citare il nome della città in inglese. In questo caso sarebbe Milan al posto di Milano. E’ come se noi scrivessimo Nuova York invece di New York o Friburgo in Bresgovia invece di Freiburg in Bresgau. Naturalmentoe il principio guida dovrebbe essere la chiarezza. Ma poi ognuno ha le proprie fissazioni. La mia è quella della città e dell’anno. Io infatti preferisco citare così:

Mauro Simonazzi, Le favole della filosofia. Saggio su Bernard Mandeville, Franco Angeli, Milano 2008.

La città e l’anno non vanno separate dalla virgola, e vanno tenute insieme e alla fine, anzi io ci metterei pure un trattino per legarle, Milano-2008, come fossero la stessa cosa. E’ un riconoscimento alla città, alla società cittadina che nel suo complesso ha dato vita a una casa editrice e a un libro in un anno preciso, in un periodo determinato. Mica è così scontato. Così si dà anche un valore comune al lavoro dell’autore, che è sì l’autore, ma non è mica sceso dalla luna con il suo libro. Per i libri dal ‘500 al ‘700 vedere sul frontespizio la città in cui il libro è stato stampato dà già delle indicazioni importanti. Si tratta di città cattoliche? quindi il libro non è stato messo all’Indice dall’Inquisizione. E’ una città protestante? Se è l’edizione di un testo medievale sull’eucaristia, può essere che la tesi sia la consustanziazione. E’ stampato a Padova? Forse qualche tesi averroista la si trova. E’ un autore inglese stampato in Olanda? C’è sicuramente qualcosa di interessante sul potere regale.

(PS Heinrich Kuhn, studioso del Rinascimento, mi fa giustamente notare che le tesi averroiste le si trovano più facilmente in volumi stampati a Venezia).

Esperimenti

"Qual è la prima proposta che farà al nuovo segretario?"
"Un esperimento. Proviamo per due mesi a non rispondere a nessuna delle provocazioni di Berlusconi e a parlare di un solo tema, uno solo, la crisi economica".

Maurizio Martina propone l´esperimento "Etsi Berlusconi non daretur" proposto qui. Scherzo, naturalmente, but I agree. (Il resto dell´intervista su Repubblica)

Infedeli alla linea

Anche Wittgenstein ritiene (qui, come noi qui) che la "libertà di coscienza" sui temi etici non possa essere una linea politica. Intanto un appello di parlamentari di tutti i partiti chiede di rinviare la legge sul testamento biologico di qualche mese, per recuperare la "serenità necessaria". Mi pare opportuno. Qui ne parleremo ancora.

Superare le diffidenze

Attirato dal sottotitolo "Come riconciliare i credenti con una politica democratica", ho letto "La mia fede", libretto introdotto da Giancarlo Bosetti (I libri di Reset, Marsilio) che raccoglie tre discorsi di Barack Obama e in Appendice le note "Osservazioni sullo stato della Virginia" di Jefferson e il "Secondo discorso inaugurale" di Lincoln. Lettura certo interessante, ma deludente, se si vogliono trovare "soluzioni" per la situazione italiana dei rapporti politici tra credenti e non credenti. Troppo diverse le storie, come testimonia proprio il discorso di Jefferson (1781) sul valore politico della pluralità di religioni e di opinioni. L’Italia invece non sa storicamente che cosa sia la diversità religiosa, basti pensare che quando Jefferson pronunciava il suo discorso un terzo del territorio italiano era governato direttamente dal potere temporale della Chiesa romana e il resto non aveva una legislazione che tollerasse civilmente altre religioni (almeno fino al 1848). E’ un fatto, va tenuto presente come specificità italiana e non trattato solo come ritardo da colmare. Tuttora il nodo delle relazioni tra credenti e non credenti è fondamentalmente riassunto nel rapporto tra Chiesa cattolica e non credenti. Uno spunto tuttavia è interessante. Ed è l’invito di Obama a superare la diffidenza tra gli uni e gli altri. Io non credo, come si dice, che l’Italia sia spaccata in due, da questo punto di vista, anche perchè non esiste una sola opinione cattolica (e non è un paradosso) e le posizioni sono molteplici in ogni versante. Lo sforzo che va fatto, a mio avviso, è allora quello di trovare un linguaggio se non proprio comune, che almeno metta in comunicazione le parti. Certo esistono come dire forze centrifughe e interessi materiali e "di posizione" che rendono estremamente difficile il contatto, che accreditano l’idea dello scontro tra concezioni irriducibili sui temi sensibili. Ma gli stessi fatti recenti hanno spostato a mio avviso, al di là delle apparenze, l’opinione di singoli e famiglie, opinione che tuttavia non è ancora "pubblica" e attende una sua "rappresentazione", verso una consapevolezza del valore della coscienza e della responsabilità nelle decisioni relative alla morte (sul fatto concreto mi ero espresso qui). Su questo bisognerebbe rimettersi a ragionare collettivamente, al di là dei talk show e dei 5 minuti a me e 5 minuti a te, riconoscendo un valore per così dire sapienziale all’intelligenza propria e altrui. Se ne arricchirebbero le stesse istanze religiose dei credenti e le richieste di responsabilità dei non credenti. E sarebbe un passo importante verso la costruzione di una laicità pubblica duratura.

La gilda dei teologi

Ci sono dei giochi al pc molto interessanti. Ad esempio quelli alla Civilization, pensato dal mitico Sid Meier, che ha inaugurato il genere dei giochi strategici. Ormai gli ideatori sono arrivati a una grandissima precisione anche nei dettagli delle situazioni storiche. Esiste un Rome, total war, in cui il giocatore (capofazione di una gens romana) non deve solo far crescere i propri insediamenti e città, ma tener conto degli interessi delle altre famiglie romane e delle esigenze del senato, che non necessariamente coincidono con le sue. Il rischio è quello di essere fagocitato dalle altre famiglie, osteggiato dal senato, oppure scatenare una guerra civile (oltre alle guerre esterne, che anzi sono occasioni per accrescere il proprio potere e influenza). Insomma le condizioni del gioco riprendono dettagliatamente quelle della Roma repubblicana del I secolo a.C. Ora ne ho visto un altro, ambientato nel medioevo, in cui è necessario far crescere le città, la popolazione, investire nel commercio, decidere che linee di sviluppo seguire. Tutto nel massimo dettaglio storico. Ma l’altro giorno una delle città mi chiede un investimento con la domanda "Vuoi installare una gilda dei teologi"? Poi il gioco mi spiega che i teologi sono conservatori, quindi una loro corporazione rende la città che la installa più tranquilla, la popolazione più controllata e con meno eretici.

I teologi nel medioevo sono tutto tranne che conservatori. Basti pensare ad un episodio-chiave della storia intellettuale europea: la censura che nel 1277 il vescovo di Parigi opera sull’università parigina (il che non è banale, perchè le università, invenzioni medievali, nascono come corporazioni che associano studenti e professori e li "liberano" da alcuni obblighi fiscali e giuridici nei confronti di alcuni poteri locali), stilando una lista di centinaia di errori in cui i teologi dell’università erano incorsi nella loro produzione intellettuale di quegli anni. Tommaso d’Aquino è morto da tre anni, ma la lista è piena di "errori" presi dalle sue opere e da quella di alcuni suoi allievi, alcuni dei quali perdono anche la cattedra. Il vescovo tentava così di frenare l’uso della filosofia greca, di Aristotele (che era da poco disponibile all’Occidente grazie alle traduzioni delle sue opere fatte dall’arabo), di certo neoplatonismo, dell’influenza dei filosofi arabi. Nelle università si stava dando vita a filosofie e teologie originali, innovative e per nulla conservatrici. Questo lavoro di rielaborazione delle filosofie greche e arabe, stimolato dalle esigenze del pensiero cristiano, stava preparando il decollo intellettuale europeo. E i teologi in fondo anche in quegli anni di censura andarono avanti, non solo furono riabilitati quelli che avevano perso la cattedra, ma nel giro di qualche decenno Tommaso in virtù del suo progetto intellettuale venne portato agli altari. Ora, l’errore del giochino nel dire del conservatorismo dei teologi medievali e la pedanteria del sottoscritto (anzi soprascritto) nel rilevarlo, sono un pretesto per notare un atteggiamento diffuso nel sentire comune e nell’industria culturale, quello di attribuire al medioevo errori, attitudini, comportamenti che invece appartengono ai secoli successivi, cioè all’età moderna. Il che è evidente anche in parte del pensiero politico contemporaneo e di ricostruzioni storico-giornalistiche di varia tendenza, con il risultato che, attribuendoli al medioevo, non si vede come questi difetti ed errori siano invece congeneri alla modernità e al suo pensiero. Il che non è strabismo concettuale di poco conto. Comunque sì, ho pagato 2000 fiorini d’oro e ho installato la gilda dei teologi.