Ma il federalismo?

È un peccato che il parlare di federalismo degli ultimi mesi e anni non abbia provocato un vero e ampio dibattito culturale nel Paese. Si sono trascurate le specificità della storia intellettuale e politica italiana, di cui il municipalismo e l’esperienza comunale e regionale sono uno degli aspetti più interessanti e un “elemento dell’identità italiana”, secondo un saggio recente di Mario Ascheri sulle Le città-Stato (Il Mulino 2006). La riflessione sulle città, sulla singolare unità e diversità delle storie cittadine italiane, che caratterizza una vasta letteratura medievale e moderna, è stato uno dei contributi più duraturi del pensiero italiano alla storia intellettuale europea e anglosassone. Non a caso le idee repubblicane di Machiavelli sono sempre al centro del dibattito americano e uno dei libri storici più influenti del secolo scorso, The Foundations of Modern Political Thought del britannico Quentin Skinner, stabilisce i nessi tra quel contributo italiano e le teorie repubblicane inglesi. Assillati dalla paura del conflitto di interessi, i legislatori delle nostre città per primi hanno elaborato procedure e teorie per disinnescare quel pericolo, chiamando i governanti da altre città, legandoli a statuti precisi, oppure inventando forme elettive complessissime per impedire accordi e partigianerie nelle commissioni pubbliche. Ma pure al di là di questa eredità preziosa e specificamente cittadina, basterebbe pensare alle diversità territoriali. Come sarebbe utile introdurre lo studio anche elementare della geografia storica, cioè l’evoluzione dei paesaggi politici, istituzionali e culturali che hanno dato vita al Paese, capire la fluttazione dei limina interni. Si capirebbe forse meglio il gioco mutevole delle identità, la costruzione degli spazi di convivenza come equilibrio sempre aperto e instabile. Pensare alla natura delle città piccole che una volta erano grandi, come Bassano da cui passavano gli imperatori tedeschi in viaggio verso l’incoronazione a Roma, o come Cassano sul confine dell’Adda, che le cronache medievali ricordano per l’incredibile battaglia notturna in cui trovò la morte il demoniaco Ezzelino, oppure capire le antiche frontiere di civiltà, quella tra i Longobardi che calcolavano le grandezze dei boschi in base a quanti cinghiali potessero nutrire e i Bizantini della Romània (la Romagna) poco distanti, che invece sapevano coltivare la terra trasformando il paesaggio rurale per secoli. O ai Greci fuggiaschi nel Salento che parlavano la loro lingua e ancora la parlano, mille anni dopo. Forse sarebbe utile per una volta partire dal federalismo e parlare della complessità dell’Italia.
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