I miei Mille lettori

Grazie molte agli amici de iMille  che ospitano oggi sul loro blog un mio post.

Visitate il loro blog, ma riporto il post anche qui di seguito

Una delle metafore-guida del pensiero politico occidentale è quella del corpo dello Stato. Lo Stato vive come un corpo, ha delle membra, delle funzioni, ha un’organizzazione interna, come nel racconto di Menenio Agrippa in cui lo stomaco e la testa si mettono d’accordo in nome di un interesse generale. Il bene comune lega tutte le parti, rende la comunità il centro delle attività dei singoli, conferisce loro appartenenza e protezione. Per s. Paolo anche la chiesa è un corpo, è il corpo di Cristo. I fedeli sono le membra rese vive dalla fede e unite dall’amore. L’anima del corpo politico è data dalla giustizia e dall’equità, secondo Giovanni di Salisbury, uno degli autori più importanti del medioevo, e ogni individuo e ceto è tenuto insieme al corpo da questa anima politica. Il repubblicano Machiavelli nota che la repubblica dei Romani, fu per un certo tempo un corpo vivo e sano, senza re nè tiranni, quasi acefalo. Ed è Hobbes a usare la metafora del corpo per descrivere lo Stato moderno, trasformato però in un meccanismo di ingranaggi.

Ma la metafora ha risvolti di vario tipo. Il corpo ha una gerarchia e dei limiti esterni, un perimetro. Include ed esclude, costituisce un “noi” e un “loro”. L’immagine del corpo dello Stato non dà solo forma all’idea di un bene collettivo che trasforma gli individui in cittadini, ma evoca e produce paure che popolano il nostro immaginario. Forse la paura più potente è quella della malattia del corpo stesso. Una parte del corpo non proporzionata alle altre va corretta. Il meccanismo di inclusione funziona solo se ne esiste uno di esclusione, la malattia va guarita o lasciata all’esterno. Il timore della contaminazione con ciò che è esterno e può infettare l’interno del corpo genera tensioni e minacce.

Il famoso decreto sicurezza che dà ai medici la facoltà di denunciare il clandestino in cerca di cure, non solo colpisce le persone nel momento della loro massima debolezza, quella del corpo malato, ma si inserisce anche nell’ancestrale evocazione di paure associate all’immaginario del corpo dello Stato. Non riuscendo a regolare il flusso della migrazione, si individua uno strumento che di fatto associa clandestinità e malattia. Il clandestino segnalato dal medico è un malato portatore anche di malattia sociale, di disordine. E il clandestino che rinuncia alle cure per paura della denuncia diventa un potenziale focolaio di infezioni per la popolazione, potenziando la propria immagine di corpo estraneo e pericoloso. La minaccia è chiara: ciò che viene dall’esterno è portatore di malattie, capaci di infettare i corpi in salute degli individui e il corpo sociale, il corpo sano della comunità. Che questo articolo del decreto sicurezza crei molti più problemi di quanti non ne risolva è davvero evidente.

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