Italie future

La dichiarazione di Berlusconi rispetto al rifiuto di "un’Italia multietnica" ha il merito di chiarire, con un’espressione semplice e comprensibile, non solo il progetto del governo in materia di immigrazione, clandestina e non clandestina, ma il suo disegno per il futuro. Rende organiche le varie operazioni del governo, traccia una linea culturale capace di filtrare ciò che è significativo da ciò che non lo è e di arricchirsi di possibili nuove articolazioni, depotenzia di fatto agli occhi dei cittadini le accuse di razzismo, rende disponibile una certa idea della società e crea la condizioni per un "proselitismo", come dice Bossi, in quella direzione. Ci piaccia o non ci piaccia, apre un dibattito. Realistica o irrealistica che sia, questa idea di società entra esplicitamente nel mondo, molto "reale", dell’opinione pubblica ed è un esempio chiaro di come si governino le visioni e cioè la politica. Ma è anche una opportunità. Sta ora agli altri soggetti politici, portatori di istanze diverse, trovare un modo per comunicare la propria idea di società futura. L’errore più grande sarebbe quello di assumere il punto di vista contrario e simmetrico, nel solito gioco di polarizzazioni. Bisognerà invece chiarire con i cittadini quali siano gli elementi di "valore" e quali gli stati di fatto, che cosa significhi "società multietnica" e che rapporti abbia con la nozione di "società multiculturale", quali veri problemi queste idee sollevino e come si possano risolvere, quali vere opportunità, economiche e sociali, sprigionino e soprattutto a che condizioni, quale senso della realtà venga delineato dalla società a cui si riferiscono Berlusconi e la Lega e quali fragilità introducano (o meno) nel nostro patto sociale. Bisognerà capire come si tiene insieme una società multietnica, capire se una sorta di costituzionalismo patriottico sia sufficiente e come l’elemento religioso entri nel discorso. Queste risposte, sorprendentemente direi, non sono pronte, o almeno non si sono costituite ancora in una visione semplice e unitaria, capace anch’essa di "proselitismo". Tuttavia la cultura cattolica e quella progressista, e tutto quello che questo vuol dire nel nostro Paese, hanno su questo punto strumenti efficaci e elementi di contatto che possono dar vita a visioni condivise e a un linguaggio popolare certamente più forte di quello di chi non riesce a governare pragmaticamente il cambiamento.