Eccellenza?

Spesso si sente dire a proposito dell’università italiana che "nonostante tutto ci sono delle eccellenze". Di solito lo dicono quelli che ci lavorano, o i rettori, o i vari ministri della ricerca. Il che può anche essere vero ma detto così suona come una formula (auto)assolutoria. In Germania, per esempio, "centro di eccellenza" è una attribuzione che viene data, dopo complesse e lunghe valutazioni, da un ente statale apposito. Il centro, il gruppo o il progetto che viene dichiarato "eccellente" riceve per un periodo mi pare di cinque anni un sacco di soldi, che si trasformano in posti per ricercatori, borse di dottorato e postdottorato, finanziamenti per convegni internazionali, pubblicazioni, laboratori, e quant’altro. I centri di eccellenza spaziano su tutte le discipline e attraggono studenti da tutta la Germania e da tutto il mondo, spessissimo con la presenza di ricercatori e professori stranieri che rimangono poi in contatto con il sistema tedesco per sempre (e a chi non ne capisce le conseguenze su economia e crescita complessiva del Paese non posso spiegarle io). L’attribuzione di eccellenza peraltro non dura per sempre, ma banalmente fino a che il centro rimane eccellente e fino a quando altri centri, o anche singoli gruppi, non presentano caratteristiche di eccellenza ancora più elevata. Siccome i fondi non sono infiniti, è durissimo raggiungere lo status di eccellenza e questo genera una forte competizione tra università, dipartimenti, gruppi e singoli. Questo a sua volta cambia l’atteggiamento di tutti nel reclutamento dei giovani ricercatori e dei professori. Naturalmente la cooptazione ha un ruolo importante, ma viene intesa come scelta di competenze certe, di premio del talento e della capacità di generare idee a disposizione di tutto il gruppo. In questo modo è convenienza di tutti (perchè tutti ci guadagnano in termini di finanziamenti) scegliere le persone migliori, siano tedeschi o stranieri. I risultati di questo approccio sono davvero ottimi, me lo ricordano ogni giorno un piccolo striscione appeso all’entrata di uno degli edifici dell’università in cui lavoro: "Qui abbiamo vinto il Nobel nel 2005" (in Italia chi vince il Nobel lo fa fuori dal Paese tanto che non si possono propriamente chiamare Nobel italiani) e le migliaia di studenti stranieri e le decine di colleghi non tedeschi presenti solo a Monaco (peraltro la mia struttura è stata fondata negli anni ’50 da un Italiano). Da noi i concorsi sono così basati su ben altre questioni che in questi giorni gira su internet un appello (che ben volentieri segnalo qui) in cui si chiede al ministro che almeno nei concorsi da ricercatore si dia un punteggio e una graduatoria, mentre oggi si indica invece il vincitore e si dà un giudizio senza graduatoria, con conseguente totale discrezionalità dei membri della commissione. Sarebbe una riforma piccola piccola, tecnicamente non così complessa quella di mettere in competizione per il merito le università e i singoli in Italia. Non mi pare però che nessuno l’abbia chiesto realmente. Non certo i baroni, che credono che non avrebbero vantaggio, ma neppure l’onda mi pare, e neppure quei tanti miei colleghi che si sono (giustamente) scandalizzati per i tagli, ma  che hanno imparato che nelle acque stagnanti della conservazione è possibile strappare qualche piccolo presunto privilegio.

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A Francoforte

Martedi sarò a Francoforte, città dallo skyline sorprendente, invitato dal centro di ricerca sui linguaggi politici della Goethe-Universitaet, fondato dalla struttura del Premio Leibniz. Si parlerà di medioevo, potere, teologia, linguaggi della libertà, ruolo del volgare e del latino.

Immigrazione. Il re è nudo

"Nel senso che esasperando la paura si produce un nemico ma non si risolve il problema". Lo spiegano qui Giuliano Amato, uno dei primi presidenti del consiglio e firmare accordi internazionali con Paesi del Mediterraneo per il rimpatrio di immigrati irregolari e Massimo D’Alema, ministro degli esteri che firmò l’accordo con la Libia nel 2007 (che prevedeva pattugliamenti congiunti nelle acque libiche, ma non respingimenti in acque internazionali, che come tutti sanno creano problemi sostanziali nel rispetto delle convenzioni internazionali e non permettono l’esercizio del diritto di asilo politico). Sono stati firmati accordi anche per lo sviluppo economico dei Paesi da cui partono  i migranti e azioni congiunte contro la criminalità, conformemente a un approccio che Amato e D’Alema definiscono "globale". L’Italia di oggi è plurale e multietnica e lo sarà sempre di più. Gli immigrati sono già un patrimonio, che le politiche dei governi devono far fruttare. Il contrasto all’immigrazione illegale non può invece essere condotta in modo da danneggiare i regolari e da tentare di creare una società impaurita e chiusa, perennemente sulla difensiva fino all’intolleranza.

…e una bottiglia di rum

Siccome ho fatto il servizio militare in Marina e per il periodo che sono stato all’arsenale di La Spezia la mia caserma era vicinissima a dove stavano le navi di Classe Venti, tra cui la fregata Maestrale, la notizia che la Maestrale abbia avuto uno scontro con i pirati ha catturato la mia attenzione. Ho letto la nota del Corriere e ho visto che il giornalista si è sbizzarito forse con reminiscenze salgariane (o forse conosce meglio di me il diritto navale), in particolare ha usato in poche righe il termine "pirati", più volte "corsari" e  "bucanieri". Secondo l’ortodossia dei romanzi d’avventura però i pirati somali sono effettivamente pirati, ma non so se possano anche essere definiti bucanieri, forse sì perchè depredano fuori da schemi statali e politici, di sicuro non sono corsari, perchè non sono al servizio di una marina nazionale e non hanno uno status riconosciuto. In ogni caso, ma questo il giornalista non lo scrive, possono essere considerati dei filibustieri, con tutte le sfumature del termine.

Gallerie di politica

Non tutti diamo alle parole lo stesso significato. Sono capitato per caso (seguendo un link) nelle gallerie fotografiche on line di Repubblica. Le ultime sei Gallerie di Politica hanno i seguenti titoli: "Noemi alla festa Milan", "Berlusconi, un tocco di trucco nel fazzoletto", "Assemblea Confindustria: i gesti di Berlusconi", "Berlusconi-Alemanno: saluti dal balcone", "Berlusconi: la performance in tv", "Berlusconi alla festa della diciottenne". Allora ho guardato i titoli delle sei gallerie politiche precedenti: "Veronica-Berlusconi: il divorzio sui siti", "Silvio e Veronica. Scene di un matrimonio", "Chiara, Giovanna e Maria Elena: le veline escluse", "Berlusconi mangia la mortadella", "Lara Comi, candidata PDL", "Barbara Matera, candidata PDL".

Medievale a chi?

Sono d’accordo totalmente con il post di Wittgenstein sul degrado dei modelli estetici nella comunicazione. Ed è pure divertente la contraddizione tra quanto dicevano da Santoro e lo spot Rocchetta come primo spot nella pausa pubblicitaria. Ma perchè intitolarlo La creatività nel medioevo? Non lo dico solo perchè la creatività medievale ha inventato le università, le cattedrali, ha superato la logica aristotelica, ha rinnovato l’arte delle calculationes, ha prodotto la Commedia e il Decamerone, ha supposto che la Terra girasse intorno al Sole (e le streghe le hanno inventate dopo, e Galileo lo hanno processato nel ‘600, ma sulla distorsione culturale con cui vediamo il medioevo anche qui) ma proprio perchè la creatività alla Rocchetta è caratteristica dei nostri tempi. Naturalmente non sono così pedante da non capire che Wittgenstein voleva solo dare un titolo evocativo e immediatamente comprensibile, ma ci sono tanti elementi di "sgradevolezza" ormai nel nostro vivere quotidiano e nella nostra educazione estetica che non possiamo più tenere a distanza come fossero solo appartenenti a una cultura regressiva, o considerarli residuali e non congeneri ai linguaggi contemporanei, o sperare di renderli inerti esorcizzandoli  come non nostri, come "medievali".

Astro_Mike

La notizia che l’astronauta Mike Massimino dell’Atlantis mandi sulla Terra dei messaggini con Twitter mi lascia a dir poco smarrito (sì lo so, sono facilmente impressionabile). Dalle e-mail agli sms, ai blog a facebook sempre di più e irrefrenabilmente stiamo dando consistenza "ontologica" a pensieri evanescenti, destrutturati, disarticolati (diciamo inutili?), che senza questi media tecnologici non arriverebbero alla soglia di realtà, ma rimarebbero come una corrente elettrica di neuroni che non si strutturano in un pensiero o al massimo si tradurrebbero in associazioni di immagini o sensazioni o emozioni. E quindi avrebbero almeno uno loro statuto di verità e un loro ruolo cognitivo più definito. Perchè è chiaro che anche le informazioni che continuiamo a produrre avrebbero bisogno di una sedimentazione, di un filtro critico, per noi stessi, per capire che ci succede e che cosa proviamo. Dovremmo forse imparare a "ritenere" pensieri e emozioni, per poi poterli offrire più utilmente anche agli altri, per farne una modalità di scambio pubblico, per attribuire loro un significato. Sì lo so, ho un tono da trombone e più apocalittico che integrato, ma ho appena letto il primo messaggio Twitter dell’astronauta dallo spazio, il primo commento, la sua prima informazione via social network : "Hei ragazzi, quassù è fantastico!".