…e una bottiglia di rum

Siccome ho fatto il servizio militare in Marina e per il periodo che sono stato all’arsenale di La Spezia la mia caserma era vicinissima a dove stavano le navi di Classe Venti, tra cui la fregata Maestrale, la notizia che la Maestrale abbia avuto uno scontro con i pirati ha catturato la mia attenzione. Ho letto la nota del Corriere e ho visto che il giornalista si è sbizzarito forse con reminiscenze salgariane (o forse conosce meglio di me il diritto navale), in particolare ha usato in poche righe il termine "pirati", più volte "corsari" e  "bucanieri". Secondo l’ortodossia dei romanzi d’avventura però i pirati somali sono effettivamente pirati, ma non so se possano anche essere definiti bucanieri, forse sì perchè depredano fuori da schemi statali e politici, di sicuro non sono corsari, perchè non sono al servizio di una marina nazionale e non hanno uno status riconosciuto. In ogni caso, ma questo il giornalista non lo scrive, possono essere considerati dei filibustieri, con tutte le sfumature del termine.

Gallerie di politica

Non tutti diamo alle parole lo stesso significato. Sono capitato per caso (seguendo un link) nelle gallerie fotografiche on line di Repubblica. Le ultime sei Gallerie di Politica hanno i seguenti titoli: "Noemi alla festa Milan", "Berlusconi, un tocco di trucco nel fazzoletto", "Assemblea Confindustria: i gesti di Berlusconi", "Berlusconi-Alemanno: saluti dal balcone", "Berlusconi: la performance in tv", "Berlusconi alla festa della diciottenne". Allora ho guardato i titoli delle sei gallerie politiche precedenti: "Veronica-Berlusconi: il divorzio sui siti", "Silvio e Veronica. Scene di un matrimonio", "Chiara, Giovanna e Maria Elena: le veline escluse", "Berlusconi mangia la mortadella", "Lara Comi, candidata PDL", "Barbara Matera, candidata PDL".

Medievale a chi?

Sono d’accordo totalmente con il post di Wittgenstein sul degrado dei modelli estetici nella comunicazione. Ed è pure divertente la contraddizione tra quanto dicevano da Santoro e lo spot Rocchetta come primo spot nella pausa pubblicitaria. Ma perchè intitolarlo La creatività nel medioevo? Non lo dico solo perchè la creatività medievale ha inventato le università, le cattedrali, ha superato la logica aristotelica, ha rinnovato l’arte delle calculationes, ha prodotto la Commedia e il Decamerone, ha supposto che la Terra girasse intorno al Sole (e le streghe le hanno inventate dopo, e Galileo lo hanno processato nel ’600, ma sulla distorsione culturale con cui vediamo il medioevo anche qui) ma proprio perchè la creatività alla Rocchetta è caratteristica dei nostri tempi. Naturalmente non sono così pedante da non capire che Wittgenstein voleva solo dare un titolo evocativo e immediatamente comprensibile, ma ci sono tanti elementi di "sgradevolezza" ormai nel nostro vivere quotidiano e nella nostra educazione estetica che non possiamo più tenere a distanza come fossero solo appartenenti a una cultura regressiva, o considerarli residuali e non congeneri ai linguaggi contemporanei, o sperare di renderli inerti esorcizzandoli  come non nostri, come "medievali".

Astro_Mike

La notizia che l’astronauta Mike Massimino dell’Atlantis mandi sulla Terra dei messaggini con Twitter mi lascia a dir poco smarrito (sì lo so, sono facilmente impressionabile). Dalle e-mail agli sms, ai blog a facebook sempre di più e irrefrenabilmente stiamo dando consistenza "ontologica" a pensieri evanescenti, destrutturati, disarticolati (diciamo inutili?), che senza questi media tecnologici non arriverebbero alla soglia di realtà, ma rimarebbero come una corrente elettrica di neuroni che non si strutturano in un pensiero o al massimo si tradurrebbero in associazioni di immagini o sensazioni o emozioni. E quindi avrebbero almeno uno loro statuto di verità e un loro ruolo cognitivo più definito. Perchè è chiaro che anche le informazioni che continuiamo a produrre avrebbero bisogno di una sedimentazione, di un filtro critico, per noi stessi, per capire che ci succede e che cosa proviamo. Dovremmo forse imparare a "ritenere" pensieri e emozioni, per poi poterli offrire più utilmente anche agli altri, per farne una modalità di scambio pubblico, per attribuire loro un significato. Sì lo so, ho un tono da trombone e più apocalittico che integrato, ma ho appena letto il primo messaggio Twitter dell’astronauta dallo spazio, il primo commento, la sua prima informazione via social network : "Hei ragazzi, quassù è fantastico!".

Gli Africani salveranno Rosarno

E probabilmente anche l’Italia". E’ il titolo suggestivo di un libro appena uscito edito da TerreLibere. Ne ha parlato ieri Roberto Saviano, con la sua consueta lucidità nel comprendere e raccontare i fenomeni culturali congeneri alle mafie italiane, in un articolo per la Repubblica. Rosarno è una cittadina calabrese, il Sud del Sud. Da oltre dieci anni è il centro del mercato delle braccia degli stranieri di tutta la piana di Gioia Tauro. Oltre 600 Africani vivono in uno stato miserevole ammassati in un capannone senza acqua, luce e gas, ammalandosi, a volte morendo (un caso recentissimo di suicidio) e soprattutto lavorando, specie in inverno per la raccolta delle arance, a giornata nei campi dalle 4 del mattino alle 5 di sera per 20euro. Altre centinaia vivono in vari ruderi attorna alla cittadina (di circa 15mila abitanti). "Non potremmo andarcene neanche se volessimo" dicono alcuni "lavoriamo il giorno e la notte ma non abbiamo neanche un euro". Li aiutano alcune associazioni locali, per esempio Africalabria, un Osservatorio costituito da un gruppo di cittadini rosarnesi (gruppo su facebook). Il libro parla di questa situazione

Quello che c’è di nuovo e che Saviano rilancia è che gli Africani, per lo più Ivoriani, dopo l’ennesimo attacco di caporali ed estortori, con il ferimento grave di due Ivoriani, si sono civilmente ribellati, radunandosi tutti insieme e chiedendo interventi alle forze dell’ordine e anche ai politici locali, denunciando lo stato dei fatti e coivolgendo in piazza la popolazione locale, da sempre abituata all’omertà, la quale per la prima volta si esprime collettivamente contro la ‘ndrangheta. E anche per merito della pressione da loro esercitata i colpevoli vengono presi subito. E’ un caso di integrazione, paradossale quanto si vuole, perchè la cultura di questi disperati non conosce l’omertà e difendendo se stessi hanno integrato positivamente un pezzo della loro mentalità in un tessuto sociale che ne ha estremo bisogno, hanno coinvolto città e autorità, loro che sono clandestini. Però vivono ancora nel capannone senza acqua, lavorando dalle 4 del mattino alle 5 della sera, ammalandosi. Ora che Saviano ha lanciato il sasso sarebbe il caso che i media nazionali, le televisioni, i giornali, se ne occupassero. E’ una realtà che va raccontata, per dare forza a quell’integrazione tra culture, per trovare i mezzi perchè quell’integrazione possa avere luogo, ma anche per risolvere la questione concreta delle condizioni di vita di questi uomini. Forse davvero gli Africani salveranno l’Italia, ma l’Italia adesso deve dare una mano a questa gente e a chi li sta già aiutando.

I mostri

La Rodotà scrive oggi sul Corriere un articolo in cui fa l’elogio dei ciclisti a Milano. I ciclisti, quelli che vanno sul marciapiede "perchè non ci sono le piste ciclabili", quelli che quando si avvicinano a velocità olimpioniche alle spalle dei pedoni fanno "drin drin" così si spostano, quelli che aspettano stando in equilibiro sulla bici tra marciapiede e strisce pedonali (pedonali appunto) che scatti il verde e poi ripartono di slancio sulle strisce facendosele tutte fino all’altro marciapiede. Siamo abituati da sempre alla prevaricazione e alla prepotenza, non c’è differenza tra chi parcheggia in seconda fila "perchè non c’è parcheggio", chi col camioncino sfreccia con il semaforo giallo perchè "ho da lavorare" e i ciclisti che scaricano la loro prepotenza sui pedoni. Ognuno di noi ha una sfera di influenza, una possibilità di esercitare un piccolo potere, un perimetro di tirannia personale, più è ampio e più si fanno danni ma il concetto non cambia, e i ciclisti (da marciapiede) sono uguali a quelli che guidano i suv. Lo sappiamo e lo abbiamo accettato. Però per favore Rodotà, evitateci di sentir dire che andate in bici per "senso civico" (che sarebbe di fare "drin drin" prima di arrotare il pedone?), che andate sui marciapiedi "per protesta" (casomai per protesta andate sulle strade e bloccatele, no?), che fate i kamikaze della bici (perchè il fastidio lo procurate a chi va a piedi, mica a voi). Lo fate semplicemente perchè siete dei maleducati.

Italie future

La dichiarazione di Berlusconi rispetto al rifiuto di "un’Italia multietnica" ha il merito di chiarire, con un’espressione semplice e comprensibile, non solo il progetto del governo in materia di immigrazione, clandestina e non clandestina, ma il suo disegno per il futuro. Rende organiche le varie operazioni del governo, traccia una linea culturale capace di filtrare ciò che è significativo da ciò che non lo è e di arricchirsi di possibili nuove articolazioni, depotenzia di fatto agli occhi dei cittadini le accuse di razzismo, rende disponibile una certa idea della società e crea la condizioni per un "proselitismo", come dice Bossi, in quella direzione. Ci piaccia o non ci piaccia, apre un dibattito. Realistica o irrealistica che sia, questa idea di società entra esplicitamente nel mondo, molto "reale", dell’opinione pubblica ed è un esempio chiaro di come si governino le visioni e cioè la politica. Ma è anche una opportunità. Sta ora agli altri soggetti politici, portatori di istanze diverse, trovare un modo per comunicare la propria idea di società futura. L’errore più grande sarebbe quello di assumere il punto di vista contrario e simmetrico, nel solito gioco di polarizzazioni. Bisognerà invece chiarire con i cittadini quali siano gli elementi di "valore" e quali gli stati di fatto, che cosa significhi "società multietnica" e che rapporti abbia con la nozione di "società multiculturale", quali veri problemi queste idee sollevino e come si possano risolvere, quali vere opportunità, economiche e sociali, sprigionino e soprattutto a che condizioni, quale senso della realtà venga delineato dalla società a cui si riferiscono Berlusconi e la Lega e quali fragilità introducano (o meno) nel nostro patto sociale. Bisognerà capire come si tiene insieme una società multietnica, capire se una sorta di costituzionalismo patriottico sia sufficiente e come l’elemento religioso entri nel discorso. Queste risposte, sorprendentemente direi, non sono pronte, o almeno non si sono costituite ancora in una visione semplice e unitaria, capace anch’essa di "proselitismo". Tuttavia la cultura cattolica e quella progressista, e tutto quello che questo vuol dire nel nostro Paese, hanno su questo punto strumenti efficaci e elementi di contatto che possono dar vita a visioni condivise e a un linguaggio popolare certamente più forte di quello di chi non riesce a governare pragmaticamente il cambiamento.

Speculum principis

Anche se non sono un fan dell´Avvenire, devo dire che l`espressione "specchio deformante del Paese" con la quale ha indicato Berlusconi, rispetto a tutta la commedia del divorzio, è molto efficace. Il problema però è che il Paese negli ultimi quindici anni ha imparato a specchiarsi a sua volta in quello specchio, a vedersi così, a pensarsi attraverso quel riflesso, a deformarsi insieme a quell´immagine. Nessuno sa bene come sia successo, ma forse oggi quello di Berlusconi è specchio più fedele di quanto non crediamo.

Universitaet 2

Un dettaglio “tecnico” che mi ha colpito del sistema universitario tedesco (o bavarese) è l’alto numero di attività seminariali rispetto all’Italia. Da noi la stragrande maggioranza delle ore è dedicata a lezioni frontali, almeno nelle facoltà umanistiche, con un professore che parla e gli studenti che ascoltano e prendono appunti. Solo poche ore sono invece dedicate al "seminario", in cui il ruolo degli studenti è più attivo e partecipativo. Qui (in Germania) invece i seminari occupano un gran numero di ore e vengono svolti come una discussione, a cui tutti partecipano a pieno titolo, di solito su un "testo" o un gruppo di testi e con una scarsa presenza di "studi". Cioè se si legge Aristotele, si legge il testo di Aristotele e si discute su quello, mentre gli studi su Aristotele si lasciano sullo sfondo. Credo che l’idea di base sia che il senso critico degli studenti si sviluppa meglio e si affina imparando a dialogare nel merito e dal dibattito con gli altri. Mi pare che con gruppi piccoli (diciamo fino a 7-8 persone) questo approccio abbia il merito soprattutto di avviare quasi da subito alla ricerca, con trasmissione di metodi più immediata e in ogni caso si impara a non avere timori reverenziali. Con gruppi più grandi invece si corre il rischio di dare un’idea del dibattito in cui ognuno dice la propria senza troppi approfondimenti, in cui l’importante è partecipare e parlare, con tutte le potenziali conseguenze anche su ciò che si considera dibattito “pubblico” e con un potenziale affievolimento proprio del senso critico. In Italia si dà invece un’attenzione costante alla contestualizzazione di opere e autori, cosa che si può fare solo con strumenti esterni al testo stesso, cioè banalmente agli studi sul testo (cioè leggendo libri), o grazie alla lezione frontale stessa, cioè si storicizza maggiormente. La filosofia, per esempio, è quasi sempre storia della filosofia (anche presso quegli accademici che si definiscono filosofi tout court). Il rischio naturalmente è quello di risolvere qualsiasi cosa nel suo contesto, qualsiasi novità nelle sue premesse storiche, anche qui con conseguenze culturali più ampie, per esempio su cosa si intende per trasformazione, responsabilità, decisione.

Universitaet

Prima di poter avere ufficialmente un incarico di insegnamento all’Università di Monaco, ho dovuto firmare un  foglio in cui dichiaravo, tra l’altro, di non fare parte di organizzazioni come Scientology o di non aver aderito ad una certa lista di organismi legati alla ex DDR, come la Stasi ed affini. Siccome anche se ho visto Le vite degli altri non sono mai stato membro della Stasi e anche per ragioni anagrafiche non ho mai messo piede nella Germania dell’Est prima che salutassero Lenin, ho naturalmente firmato la mia dichiarazione e quindi non so cosa succeda a chi non firma (immagino un chiarimento con le autorità accademiche).