A presto

Un paio di settimane di stop in agosto se le sarebbe prese anche JK, figuriamoci chi non lo è (le e-mail e gli altri blog continuo a leggerli). E intanto ri-posto la "ragione sociale" del nome del blog. Buone vacanze.

In breve, sullo scontro Bentsen-Quayle del video: A chi lo accusava di non avere abbastanza esperienza per ambire alla carica di vicepresidente degli USA, Dan Quayle rispondeva piccato e con una buona dose di vanità di avere più esperienza di quanta ne avesse avuta Kennedy al momento di diventare presidente. La risposta di Loyd Bentsen, l’altro candidato alla vicepresidenza, merita di essere ricordata. Quayle: Ho più esperienza di molti altri, che furono vicepresidenti. Ho più esperienza nel Congresso di quanta ne avesse Jack Kennedy quando diventò presidente… Bentsen: Senatore, ho lavorato con Jack Kennedy, ho conosciuto Jack Kennedy, Jack Kennedy era uno dei miei amici. Senatore, lei non è Jack Kennedy.

Annunci

In gioco

Che i giochi al computer fossero una cosa seria lo avevamo detto in un post (poi ripreso scherzosamente anche dal blog Vita digitale del Corriere on line). Oggi Le Monde pubblica qui un articolo che sostiene più o meno le stesse cose, ma dando enfasi all’aspetto "pedagogico" di alcuni giochi ambientati nel presente (o con forti allusioni al presente), nel senso che insegnano a vedere le cose sotto aspetti molteplici e meno ingenui della semplice realtà (la chiosa è mia, ma penso corretta). A questo riguardo si citano giochi sul Darfur, sulla Palestina, sull’Onu (che non conosco). L’articolo è molto interessante, ma non dimentichiamo che i giochi non sono dati di natura e non hanno possibilità infinite (anche se sono molte di più di quante un giocatore possa esplorarne), ma nascono da una concezione delle cose, della storia, hanno un loro logica interna ed esprimono una cultura. Insomma non sfuggono ai rischi e alle seduzioni delle ideologie. Come la realtà.

S.P.Q.R.

Da queste parti si discute sui giornali su come interpretare varie scoperte archeologiche recenti e degli ultimi decenni nell’area attorno a Parigi. Dalla cittadina di Nanterre, periferia di Parigi, sono emerse le prove di una notevole importanza nel periodo dell’invasione romana e tutto farebbe pensare a un centro di potere importante. Mentre a Parigi, o meglio Lutetia Parisorum, il nome romano della città gallica che era tutta compresa nell’attuale Île de la Cité, l’isola su cui sta Notre Dame per intenderci, nonostante i molti scavi fatti nel tempo non ha mai dato un solo reperto della città pre-romana. Insomma qualche archeologo mette in dubbio che Lutetia fosse davvero la "capitale" delle tribù galliche di questa zona dell’attuale Francia, ruolo che invece calzerebbe per Nanterre (che per una questione di mere proporzioni attuali in fondo sarebbe un po’ come dire che la capitale del ducato di Milano fosse Sesto San Giovanni) oppure ipotizza che fossero la stessa città, distrutta (Nanterre) e poi ricostruita poco più in là. Un ritrovamento degli anni ’70 viene ora rianalizzato. Pare infatti che fosse stato trovato un soldato abbigliato alla romana, ma anche alla gallica, morto in battaglia. Ora si azzarda che potesse essere membro di una tribù gallica (forse i Senoni) alleata dei Romani in una battaglia nota, quella vicino alla capitale dei Galli Parisii. Ora, siccome il guerriero è stato trovato nel giardino del Luxembourg (sic) che dista in linea d’aria meno di un chilometro da Notre Dame, cioè Lutetia, questo porterebbe prove che l’isola fosse proprio la città più importante. Però la considerazione non è risolutiva: Nanterre, o meglio Nemetodurum, è solo a 10 chilometri. Inutile dire che esiste un testimone di quelle vicende piuttosto autorevole, Giulio Cesare, che nel De bello gallico ha raccontato tutto quello che è successo per filo e per segno, nominando spesso Lutetia e mai Nanterre, parlando di una città sull’isola ed esprimendo anche una certa ammirazione. Nel tentativo di rileggere le sue informazioni speriamo che non si usi il principio interpretativo chiave dei Galli (almeno quelli di Goscinny e Uderzo): Sono Pazzi Questi Romani. (altre informazioni qui)

Quizás

Sull’università avevo postato qualcosa proprio nei giorni scorsi (qui e qui) e la graduatoria delle università e alcune nuove regole (uscite oggi) erano attese. La cosa importante della classifica delle università in base agli standard "di qualità" è che finalmente si crea un interesse economico perchè le università migliorino. Mi sembra che il principio sia ineccepibile, anche se ci può essere disaccordo su alcuni criteri (non sulla maggior parte, mi pare, specialmente quelli legati alla ricerca). Per i nuovi concorsi per professori e ricercatori si introduce il criterio del sorteggio per comporre le commissioni e della valutazione esplicita di ogni singolo titolo (e non cumulativo, in cui di fatto non si valutava niente e a volte i titoli dei candidati neanche si menzionavano). Il tentativo è quello di scompaginare accordi tra professori e di dare un minimo di oggettività ai curricula dei candidati. A parte alcune cose che non capisco bene (e cercherò di vedere il documento ufficiale), a me sembra un passo avanti.

Senza nulla a pretendere

Faccio parte di alcune "learned societies", italiane e internazionali, cioè associazioni di studiosi di campi molto specifici. Tra le finalità di queste associazioni c’è l’incontro tra specialisti, con convegni e congressi, la diffusione della produzione scientifica, l’incoraggiamento agli studi "alti". E spesso fanno un buon lavoro, di alto livello e di sicuro impegno ed entusiasmo. Queste associazioni, quando sono nazionali, coincidono di solito con alcune "classi di concorso" universitarie, cioè in pratica sono costituite in primo luogo dai professori e dai ricercatori di una determinata disciplina accademica e, anche se ne fanno parte moltissimi studiosi non stabilmente impiegati in università, sono governate da professori. Si dà per esempio il caso, per intenderci, di società in cui le decisioni collettive vengono prese solo da chi ha già un posto in università, anche se la base dei soci non "strutturati" è assolutamente più ampia del gruppo degli accademici. In poche parole, si dà il caso (non è la regola) di società scientifiche alle quali si accede solo per meriti scientifici (a volte minimi, tipo avere un PhD, altre volte presentando anche pubblicazioni), in cui però non si ha diritto di voto se non si ha un posto fisso in università, al di là dei meriti scientifici (noto di sfuggita, forse lo riprenderemo un’altra volta, che la maggior parte dei "prodotti scientifici" in determinate discipline – e della didattica in alcune università – è ormai data da ricercatori precari). Si tratta insomma di corporazioni che riproducono il meccanismo dentro/fuori delle università. Negli ultimi mesi mi sono arrivate da due distinte associazioni, che corrispondono a due diverse aree scientifiche in cui ho pubblicato, due progetti di autoregolamentazione relativi ai concorsi universitari nelle aree di competenza delle due società. Gli accorpamenti di discipline diverse che il ministero ha imposto, le nuove attese regole di reclutamento universitario, soprattutto il montare di un’opinione pubblica sfavorevole alle corporazioni accademiche hanno probabilmente indotto a produrre questi nuovi regolamenti. In pratica si stabiliscono i requisiti minimi per diventare ricercatore fisso, professore associato, professore ordinario. In uno dei due regolamenti si richiede di aver scritto almeno un libro scientifico e alcuni articoli in riviste riconosciute e avere già ottenuto un dottorato di ricerca per fare il ricercatore, due libri e un numero maggiore di articoli per fare il professore associato, e così via. Nell’altro regolamento invece si indica il ranking di vari prodotti della ricerca e dalla combinazione, piuttosto complessa, dei vari "prodotti" si arriva a un ranking minimo per accedere a un determinato posto. Si tratta forse di un piccolo passettino in avanti. Purtroppo è da segnalare come nessuno dei due documenti sia vincolante e come anzi non abbiano proprio alcun valore legale. Del resto, a indicare quale potrebbe essere l’effettiva operatività di queste soglie minime c’è l’avvertenza inserita nei documenti che suona più o meno così: la società produce questo documento senza voler minimamente interferire nell’autonomia di università e commissioni. In sostanza, gli estensori dei documenti, che sono professori e solo professori, perchè nessun ricercatore senza posto fisso in università viene coinvolto in queste elaborazioni, rinunciano a esercitare qualsiasi pressione su commissioni e professori (cioè su loro stessi, che hanno gestito e continueranno a gestire i concorsi) perchè assumano le regole di soglie minime.

Endorsment in forma di piagnisteo

Quello di Gilioli qui. Oppure è già uno scaricabarile sul Paese che non capisce, nel caso di insuccesso? Oppure al contrario è il solito conservatorissimo "sarebbe bello, ma è un’utopia"? In ogni caso come sarebbe utile cambiare i toni e i termini dei ragionamenti, ogni tanto.

Buone leggi e buoni costumi. Collaborare alla ricerca

Qualche tempo fa avevo segnalato l’appello di un’associazione di ricercatori precari che chiedevano che le nuove regole di reclutamento per i ricercatori contemplassero una graduatoria e un punteggio numerico. Attualmente infatti non ci sono punteggi, ma solo giudizi, che sono solo un inutile esercizio retorico che impegna malamente i professori membri delle commissioni, che devono inventarsi qualcosa di scritto per giustificare una decisione già presa prima di bandire il concorso. E non c’è neppure una graduatoria. Uno vince, gli altri perdono a pari (de)merito. Le nuove regole per quel tipo di concorso non ci sono ancora, però in vista di quei cambiamenti sono cambiate le regole di altri concorsi. L’università statale di Milano ha di recente bandito un concorso per 90 assegni di collaborazione alla ricerca, su tutte le discipline, cioè posti biennali per ricercatori (non rinnovabili). Gli aspetti interessanti sono molti. Per la prima volta si introduce un valore numerico per il curriculum e per il progetto di ricerca presentato dal candidato e una lista di competenze o risultati che vanno quantificate e non semplicemente giudicate o ignorate. Per intenderci, se hai avuto tre fellowships all’estero e se hai scritto tre libri, non puoi avere un punteggio inferiore a quello di un tuo concorrente che non ha avuto alcun fellowship e ha scritto un articolo (però puoi superarlo solo di un punto ed essere sorpassato nella seconda parte del concorso, dove il merito non conta più ma solo il gradimento della struttura). Fino a oggi invece era possibile e statisticamente la norma (del resto lo aveva dichiarato due anni fa il ministro della ricerca). Ora i controllori, quelli che danno il punteggio esclusivamente sul merito, sono referee esterni all’università che bandisce il concorso e sono esperti della particolare disciplina in esame. Purtroppo sono anonimi, ma non per i professori che chiedono il collaboratore alla ricerca. In ogni caso un passo avanti, perchè almeno non è il professore direttamente a decidere. L’aspetto più innovativo è infatti che i professori che chiedono l’assegno per la collaborazione non fanno poi più parte della procedura di valutazione. Non sono referee, anche se probabilmente li indicano informalmente alla commissione interna, non fanno parte della commissione di garanzia che sovrintende alla procedura, ma che a sua volta non giudica e non dà punteggi nè giudizi, non fa parte neppure della commissione ristretta che rappresenta il gradimento dell’area scientifica messa a concorso dell’università e che invece può attribuire un ulteriore punteggio ai candidati che sono passati al colloquio in base alla graduatoria numerica composta con i punteggi di tutti i referee. Sembra tutto molto complesso, ma è un sistema, che recepisce in buona sostanza alcune ipotesi di Mussi, escogitato per cercare di evitare che i professori facciano i giochi tra loro a scapito dei candidati migliori, cioè quelli con (citando alcuni documenti europei) "independent thinking, leadership, originality" che sono esattamente le qualità che spesso i nostri professori non vogliono in un collaboratore. Sono molto curioso di vedere come si riuscirà a rendere inerti le nuove regole e come si farà ad abbassare e alzare punteggi numerici. Certo gli effetti delle nuove regole saranno più positivi se si presenteranno più candidati validi, magari quelli che sono all’estero, che hanno molte pubblicazioni e in sedi più importanti, perchè certo sarà facile abbassare il punteggio di un singolo curriculum, ma più difficile statisticamente tenere a bada, senza incorrere in contestazioni e ricorsi, una partecipazione numerosa di ricercatori preparati. Non so se quest’anno tale affluenza ci sarà, perchè in fondo c’è una diffidenza verso il sistema e non si ha fiducia che le nuove regole possano cambiare i comportamenti, ma se ci sarà qualche buon risultato e si troverà l’equilibrio machiavelliano tra "buone leggi e buoni costumi", forse nei prossimi anni qualche cosa potrebbe cambiare.