Perchè Marino può vincere le primarie, battere Berlusconi e governare il Paese (1)

Alcune idee centrali alle quali si coordina un numero ampliabile a piacimento di immagini visive (i primi quatto computer della storia in rete tra di loro negli anni ’60 e il miliardo di connessioni attuali per esempio) e i vari contesti di applicazione (diritti, meritocrazia…), una sintassi semplice con l’uso a volte del discorso diretto nel racconto di brevissimi aneddoti (“Rubbia mi ha detto: Ignazio..”) e un attacco frontale finale al senso stesso di realtà della cultura politica apparentemente egemone in questo momento (“Non ci credo che bisogna riportare indietro una donna incinta con le navi militari…”), dove l’enfasi cade non sull’errore altrui, né su una solidarietà astratta o su una considerazione sociologica o economica, ma sul credere o non credere a una realtà e quindi nella pretesa di modificarne i contorni.
Il discorso (quasi a braccio) di Ignazio Marino al Lingotto di un paio di settimane fa mi ha impressionato soprattutto per la sua struttura. Non si tratta solo di una questione retorica o linguistica, ma della capacità di creare un sistema di segni politici incardinati sulla sua storia personale, sulla sua battaglia politica recente e sulla sua visione delle cose come espressa dalle sue parole. Se la politica contemporanea è soprattutto capacità di costruire delle narrazioni condivise, sensi nuovi di realtà, a partire dalle personali storie dei leader, che in questo modo diventano allo stesso tempo garanti della realtà, personaggi e icone della narrazione stessa, allora mi pare che la candidatura di Marino abbia delle enormi potenzialità perché la sua biografia è politicamente (in questo senso specifico) rilevante. In primo luogo perché racconta l’Italia in un modo diverso e radicalmente alternativo all’Italia berlusconiana. L’eccellenza nel lavoro e nell’impegno, il merito personale come dinamica sociale, come medico il vedere il mondo dal lato di chi soffre e la capacità di razionalizzare la sofferenza e porvi rimedio, come direttore di un centro di eccellenza americano l’integrazione globale e uno sguardo differente su una America così diversa da quella cupa e ottusa che negli ultimi dieci anni ci è stata proposta, un cattolicesimo concreto e non ipotecato da distorsioni clericali che nel Paese forse è già maggioranza tra i credenti, ma al quale manca una rappresentazione chiara, e poi la capacità di discutere ma soprattutto di decidere. Insomma in Marino si esprime, ad un livello ancora potenziale, non una sfilza di risposte ai problemi politici espressi dagli ultimi 15 anni di bipolarismo, ma la possibilità di formulare domande nuove, di riproblematizzare in un senso più ampio la direzione del nostro Paese. In questo senso Bersani, più ancora che Franceschini, sarà a mio avviso il banco di prova di questa candidatura, l’avversario più importante. E Marino dovrebbe fin da subito, nella sua comunicazione e nella sua impostazione, ambire non tanto alla direzione del PD, ma al governo del Paese, cercando di innescare un effetto moltiplicatore del consenso, a varie tappe. Bersani, candidato capacissimo e credibile, sarà il banco di prova perché è comunque portatore di una visione del mondo di buon senso, ma  tutto sommato tradizionale. Può certamente risolvere rompicapi economici e trovare equilibri provvisori a tensioni datate. Buone risposte a vecchi problemi, “solutions” direbbe la Clinton. Mentre Marino dovrà puntare a formulare problemi nuovi per un mondo nuovo, un senso della realtà più coerente e inclusivo delle storie e aspirazioni degli Italiani, dovrà cercare di raccontare agli Italiani una storia collettiva che li rappresenti con meno residui e strettoie, che ne liberi le energie invece che sottrargliele. Una storia nuova, cioè una realtà nuova, che esiste già ma che per dispiegarsi pienamente, ha bisogno di essere pienamente raccontata.
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