Buone leggi e buoni costumi. Collaborare alla ricerca

Qualche tempo fa avevo segnalato l’appello di un’associazione di ricercatori precari che chiedevano che le nuove regole di reclutamento per i ricercatori contemplassero una graduatoria e un punteggio numerico. Attualmente infatti non ci sono punteggi, ma solo giudizi, che sono solo un inutile esercizio retorico che impegna malamente i professori membri delle commissioni, che devono inventarsi qualcosa di scritto per giustificare una decisione già presa prima di bandire il concorso. E non c’è neppure una graduatoria. Uno vince, gli altri perdono a pari (de)merito. Le nuove regole per quel tipo di concorso non ci sono ancora, però in vista di quei cambiamenti sono cambiate le regole di altri concorsi. L’università statale di Milano ha di recente bandito un concorso per 90 assegni di collaborazione alla ricerca, su tutte le discipline, cioè posti biennali per ricercatori (non rinnovabili). Gli aspetti interessanti sono molti. Per la prima volta si introduce un valore numerico per il curriculum e per il progetto di ricerca presentato dal candidato e una lista di competenze o risultati che vanno quantificate e non semplicemente giudicate o ignorate. Per intenderci, se hai avuto tre fellowships all’estero e se hai scritto tre libri, non puoi avere un punteggio inferiore a quello di un tuo concorrente che non ha avuto alcun fellowship e ha scritto un articolo (però puoi superarlo solo di un punto ed essere sorpassato nella seconda parte del concorso, dove il merito non conta più ma solo il gradimento della struttura). Fino a oggi invece era possibile e statisticamente la norma (del resto lo aveva dichiarato due anni fa il ministro della ricerca). Ora i controllori, quelli che danno il punteggio esclusivamente sul merito, sono referee esterni all’università che bandisce il concorso e sono esperti della particolare disciplina in esame. Purtroppo sono anonimi, ma non per i professori che chiedono il collaboratore alla ricerca. In ogni caso un passo avanti, perchè almeno non è il professore direttamente a decidere. L’aspetto più innovativo è infatti che i professori che chiedono l’assegno per la collaborazione non fanno poi più parte della procedura di valutazione. Non sono referee, anche se probabilmente li indicano informalmente alla commissione interna, non fanno parte della commissione di garanzia che sovrintende alla procedura, ma che a sua volta non giudica e non dà punteggi nè giudizi, non fa parte neppure della commissione ristretta che rappresenta il gradimento dell’area scientifica messa a concorso dell’università e che invece può attribuire un ulteriore punteggio ai candidati che sono passati al colloquio in base alla graduatoria numerica composta con i punteggi di tutti i referee. Sembra tutto molto complesso, ma è un sistema, che recepisce in buona sostanza alcune ipotesi di Mussi, escogitato per cercare di evitare che i professori facciano i giochi tra loro a scapito dei candidati migliori, cioè quelli con (citando alcuni documenti europei) "independent thinking, leadership, originality" che sono esattamente le qualità che spesso i nostri professori non vogliono in un collaboratore. Sono molto curioso di vedere come si riuscirà a rendere inerti le nuove regole e come si farà ad abbassare e alzare punteggi numerici. Certo gli effetti delle nuove regole saranno più positivi se si presenteranno più candidati validi, magari quelli che sono all’estero, che hanno molte pubblicazioni e in sedi più importanti, perchè certo sarà facile abbassare il punteggio di un singolo curriculum, ma più difficile statisticamente tenere a bada, senza incorrere in contestazioni e ricorsi, una partecipazione numerosa di ricercatori preparati. Non so se quest’anno tale affluenza ci sarà, perchè in fondo c’è una diffidenza verso il sistema e non si ha fiducia che le nuove regole possano cambiare i comportamenti, ma se ci sarà qualche buon risultato e si troverà l’equilibrio machiavelliano tra "buone leggi e buoni costumi", forse nei prossimi anni qualche cosa potrebbe cambiare.

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