Senza nulla a pretendere

Faccio parte di alcune "learned societies", italiane e internazionali, cioè associazioni di studiosi di campi molto specifici. Tra le finalità di queste associazioni c’è l’incontro tra specialisti, con convegni e congressi, la diffusione della produzione scientifica, l’incoraggiamento agli studi "alti". E spesso fanno un buon lavoro, di alto livello e di sicuro impegno ed entusiasmo. Queste associazioni, quando sono nazionali, coincidono di solito con alcune "classi di concorso" universitarie, cioè in pratica sono costituite in primo luogo dai professori e dai ricercatori di una determinata disciplina accademica e, anche se ne fanno parte moltissimi studiosi non stabilmente impiegati in università, sono governate da professori. Si dà per esempio il caso, per intenderci, di società in cui le decisioni collettive vengono prese solo da chi ha già un posto in università, anche se la base dei soci non "strutturati" è assolutamente più ampia del gruppo degli accademici. In poche parole, si dà il caso (non è la regola) di società scientifiche alle quali si accede solo per meriti scientifici (a volte minimi, tipo avere un PhD, altre volte presentando anche pubblicazioni), in cui però non si ha diritto di voto se non si ha un posto fisso in università, al di là dei meriti scientifici (noto di sfuggita, forse lo riprenderemo un’altra volta, che la maggior parte dei "prodotti scientifici" in determinate discipline – e della didattica in alcune università – è ormai data da ricercatori precari). Si tratta insomma di corporazioni che riproducono il meccanismo dentro/fuori delle università. Negli ultimi mesi mi sono arrivate da due distinte associazioni, che corrispondono a due diverse aree scientifiche in cui ho pubblicato, due progetti di autoregolamentazione relativi ai concorsi universitari nelle aree di competenza delle due società. Gli accorpamenti di discipline diverse che il ministero ha imposto, le nuove attese regole di reclutamento universitario, soprattutto il montare di un’opinione pubblica sfavorevole alle corporazioni accademiche hanno probabilmente indotto a produrre questi nuovi regolamenti. In pratica si stabiliscono i requisiti minimi per diventare ricercatore fisso, professore associato, professore ordinario. In uno dei due regolamenti si richiede di aver scritto almeno un libro scientifico e alcuni articoli in riviste riconosciute e avere già ottenuto un dottorato di ricerca per fare il ricercatore, due libri e un numero maggiore di articoli per fare il professore associato, e così via. Nell’altro regolamento invece si indica il ranking di vari prodotti della ricerca e dalla combinazione, piuttosto complessa, dei vari "prodotti" si arriva a un ranking minimo per accedere a un determinato posto. Si tratta forse di un piccolo passettino in avanti. Purtroppo è da segnalare come nessuno dei due documenti sia vincolante e come anzi non abbiano proprio alcun valore legale. Del resto, a indicare quale potrebbe essere l’effettiva operatività di queste soglie minime c’è l’avvertenza inserita nei documenti che suona più o meno così: la società produce questo documento senza voler minimamente interferire nell’autonomia di università e commissioni. In sostanza, gli estensori dei documenti, che sono professori e solo professori, perchè nessun ricercatore senza posto fisso in università viene coinvolto in queste elaborazioni, rinunciano a esercitare qualsiasi pressione su commissioni e professori (cioè su loro stessi, che hanno gestito e continueranno a gestire i concorsi) perchè assumano le regole di soglie minime.

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