Quelli dei diritti

Avendo lavorato per vari anni nella pubblicità, le campagne pubblicitarie mi attraggono sempre molto. Anche perchè dicono sempre qualcosa anche al di là del messaggio pubblicitario. Per esempio nel caso della campagna di Darty, i negozi che vendono elettronica e elettrodomestici. Fin dai colori si vede che il tipo di messaggio è "promotion", cioè punta molto sui prezzi. Il nostro occhio è educato a cogliere la "promozione" dal rosso (e dal blu) su un grande sfondo bianco – il giallo solo in casi di svendita vera e propria – e anche se in questo caso i manifesti sono animati da disegni vari che "sgrezzano" il messaggio, tuttavia i colori parlano direttamente all’occhio di prezzi bassi. La cosa più interessante però è il “claim”, cioè "Darty. Quelli dei diritti". Il tema principale viene poi declinato in tutte le forme possibili, per esempio "Aspirare alla perfezione nella pulizia della casa è un tuo diritto", “Trovare il top al prezzo più basso garantito è un tuo diritto”, o "Un Natale senza ingorghi è un tuo diritto" (per la consegna a domicilio), etc.
La pubblicità, ma anche l’intrattenimento, riescono spesso a riutilizzare nozioni o idee presenti nella società o nel dibattito pubblico. In questo modo queste parole chiave possono avere una funzione di provocazione quando la nozione usata è ancora avvertita come calda, come irrisolta, come urgente, oppure se ne usa il linguaggio perché è già riconosciuto da tutti ed è solo una forma tra le altre, che può essere riempita di significati diversi (commerciali o evocativi). Mi pare questo il caso di Darty, che mostra come l’idea di diritti nel suo uso linguistico comune sia spuntata, consunta, non resistente. Un involontario suggerimento anche al linguaggio politico corrente, che a volte parla di diritti come se il loro significato fosse ancora autoevidente.

Dal populismo al gentismo

Al TG1delle 13.30 di Santo Stefano va in onda un vero e proprio spot del cinepanettone "Natale a Beverly Hills" (ma qualcuno li paga questi spot?).
Il servizio riprende le immagini del promo pubblicitario, poi aggiunge quello che all’inizio sembra uno spunto critico: il film ha molte parolacce. Ma l’obiezione si volge nel suo contrario. Si intervista la "gente" della strada, per la precisione quattro persone. La risposta è sempre la stessa, modulata diversamente: "Sì, ci sono le parolacce, ma la gente vuole ridere, la gente vuole allegria, la gente vuole evasione".
Insomma l’onere della parolaccia ricade su chi non la dice. Su quei musoni che vedono film noiosi, che non sanno divertirsi, sempre a pensare a chissà che.
Non ho nulla contro i cinepanettoni, anzi (ecco, magari se non prendessero i soldi statali come "film d’essai" sarebbe meglio, vedi
qui e sono d’accordissimo con qui), ma farne il cavallo di Troia del nuovo "gentismo" (e dal TG1), che ridicolizza e marginalizza chi non è d’accordo con la "gente", è un’operazione che ha proprio stufato e che, mi dispiace, non passerà.

Genius

La nuova stazione centrale di Milano è un tripudio di scale mobili ed è tutta un tapis roulant. Il che va bene. Soltanto la farmacia, aperta 24 ore su 24, domenica compresa, è stata spostata dove una volta c’era il "gran bar", ma sollevata di un piano, a cui si accede tramite una rampa di scale piuttosto ripide. Solo lì non c’è né una scala mobile, né un ascensore. Le vecchiette del quartiere ringraziano.

Pesci e pulcini

Prendendo il tram oggi mi sono trovato di fronte alla tabella con gli articoli salienti del regolamento Atm. L’articolo 4: " I pesci e i pulcini sono ammessi al trasporto gratuito, con un massimo di due per passeggero".

Dunque non è chiaro se si possano portare con sè due pesci più due pulcini. O solo due pesci, o solo due pulcini. O un pesce più un pulcino.

Che bello!

Non c’è niente di peggio che dare una buona notizia e leggere la delusione nel volto dell’interlocutore. A volte per un attimo, altre volte proprio per tutto il tempo della conversazione. Il risultato peggiore però è a carico del deluso, perchè ti segnala il suo disagio e imbarazzo e così ti dà un vantaggio di comprensione enorme rispetto alla sua vera attitudine nei tuoi confronti e una grande soddisfazione se la conoscevi già. Provare fastidio o invidia per un successo altrui in fondo può essere naturale, soprattutto in quegli ambienti in cui tutti pensano (sempre a torto) che il lavoro sia un gioco a somma zero. E in fondo si può anche provare una punta di fastidio e non essere d’accordo con la propria sensazione, dissociarsi da se stessi senza colpevolizzarsi troppo. Però appunto perchè dare vantaggi emotivi o riconoscimenti indiretti ma così evidenti? Consiglio agli infastidibili facilmente, in questi giorni ne ho incontrato qualcuno, di preparare una frase iniziale standard  del tipo "Che bello!", "Ma davvero?", o anche "Che figata!", "Finalmente buone notizie!". Basta il tempo di una frase per ricomporsi emotivamente, e poi magari a furia di dirla ci si accorge anche che i giochi a somma zero non esistono, se non nella testa di chi crede il contrario.

Classe unica

Non per fare il Gabanelli, ma perchè sul sito delle Ferrovie Nord riguardo al Malpensa Express si scrive "Prima classe: 11 euro" e si indica poi la seconda classe senza il prezzo, e poi quando si va in stazione a fare il biglietto si scopre che c’è una classe unica e costa 11 euro? Non sarebbe più corretto segnalare già sul sito che non c’è prima e seconda?

Operazione trasparenza

Per ottemperare alla nuova legge "trasparenza" le università – e penso anche altri enti pubblici –  stanno pubblicando on line gli stipendi e i curricula dei dirigenti (per esempio qui). Quello di mettere gli stipendi on line mi pare piuttosto un esercizio di voyerismo da grande fratello, sui curricula invece sono d’accordo che siano sempre pubblici. Però perchè si possa parlare di trasparenza bisognerebbe forse confrontare i curricula dei dirigenti con i curricula dei loro concorrenti nei vari concorsi che hanno fatto per arrivare alla loro posizione. La stessa cosa sarebbe molto bella per i docenti, con in più l’indicazione dei membri della commissione che ha fatto avere loro il posto.