Vista da Vienna

Essendo a Vienna per lavoro non ho seguito bene la vicenda dell’aggressione a Berlusconi. Però ho potuto vedere la puntata di Vespa, che mi è sembrata sconfortante. Tuttavia forse proprio essendo a Vienna, che è la patria di Freud e della psicanalisi, la mia attenzione è stata colpita da due piccoli dettagli (che insieme forse fanno un lapsus e mezzo).  Donadi, capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera, e uno dei più fermi oppositori al premier ha detto: "Quando ho visto Berlusconi ferito ho pensato a mio padre". Chissà cosa ne dice l’analista. E Bonaiuti, portavoce del premier, ha detto che "Berlusconi riceve continue visite da ministri, deputati, sindaci, assessori, messi comunali…". Perchè messi comunali? Attende notifiche?

Verona ai tempi delle città

Quando Verona ha cominciato ad essere una delle città più ricche, belle e importanti d’Europa, cioè ai tempi di Cangrande della Scala, tra XIV e XV secolo, tutti sapevano che la ricchezza e l’importanza sono anche funzione della capacità di attrarre gente da altri posti e paesi, incrociando lingue, interessi e culture. Un veronese anonimo, in quello scorcio di anni in cui anche Dante "bazzicava" la città, riferendosi al cosmpolitismo di Verona scriveva con gioia e orgoglio (anche se, bisogna dire, con una metrica piuttosto alla buona):

"Baroni e Marchesi / di tutti i paesi, / gentili e cortesi, / qui vedi arrivare. / Quivi astrologia / con filosofia/ e di teologia / vedrai disputare. / Quivi Tedeschi / Latini e Franceschi / Fiamenghi e Ingheleschi / insieme parlare; / e fanno un trombombe / che par che rimbombe / a guisa di trombe / che pian vol sonare / (…)/ Quivi babbuini, / romei, peregrini, / Giudei, Sarracini / vedrai capitare (…)".

A proposito di tradizione.

Be Italian (se puoi)

Ormai da qualche tempo si sta diffondendo un equivoco, quello che chi va a lavorare all’estero lo faccia per avere successo e chi resta in Italia lo faccia per generosità. Basta vedere i commenti dei lettori a qualsiasi blog o articolo on line, dove si trova l’immancabile "loro vanno via, noi rimaniamo qui a cercare di migliorare le cose, vadano vadano". Anche la lettera pubblica con cui Celli esortava il figlio a lasciare l’Italia in fondo si chiudeva con la stessa leggenda: sei generoso, non gliela darai vinta, rimarrai in Italia. Il retropensiero è "quelli che vanno all’estero gliela danno vinta". La risposta del presidente Napolitano a Celli, con l’appello ai giovani (Non andatevene, rimanete a migliorare il paese), a sua volta apre delle questioni. In entrambi i casi l’idea è che per quelli che vanno ci sia una vera alternativa nel rimanere. Con la disoccupazione che in alcune zone supera il 20 e il 30 % non si capisce dove sia l’alternativa per un cameriere o un muratore. Ma il sospetto è che non sia questo il tipo di emigrazione a cui si pensa quando si fanno certi discorsi, perchè ci si rivolge sempre ai laureati, ai ricercatori, a quelli che con infelice e urtante espressione vengono definiti "cervelli in fuga". La lamentela è un esercizio odioso e antieconomico, per questo cerco di non praticarla. Noto però che in Italia non sono mai riuscito a vincere un concorso in università, nè ci sono andato mai vicino (veramente in Italia non ci sono neppure i punteggi), invece all’estero ne ho vinti parecchi, e in parecchi altri sono andato vicino a vincere, e ho decine di colleghi che conosco personalmente con storie simili alla mia. Gli stipendi all’estero sono discreti, non ci si arricchisce, e in Italia molti di noi sarebbero pronti a lavorare anche prendendo la metà, ma l’alternativa non c’è, i posti vengono assegnati con altri criteri. Celli lo sa, perchè è rettore di un’università importante e deve anche sapere che chi va via non lo fa per ingenerosità. Quello che dice invece Napolitano mi risulta misterioso e un po’  mi inquieta. Perchè chi lavora all’estero non contribuirebbe a migliorare il Paese? Che cos’è il Paese, che cos’è l’Italia? Un territorio delimitato dai confini dello Stato? Ha senso fare quel discorso nell’epoca in cui le frontiere non ci sono più? Che idea di Italia ha il presidente degli Italiani? O forse crede che gli Italiani che lavorano all’estero non lavorino anche per l’Italia, non guardino costantemente all’Italia, ai suoi problemi, non cerchino il modo per dare un contributo e non lo facciano proprio lavorando come Italiani nei laboratori, nelle università estere? C’è una generazione di Italiani che si trova fuori dai confini nazionali, che cerca una sponda all’interno e dà una sponda a chi è all’interno, che non la dà vinta a nessuno, non recide le proprie relazioni e anzi le rafforza, non taglia i ponti ma anzi li crea, e che proprio per questo si sobbarca la responsabilità della propria professione, dei propri progetti e anche senza alcun dubbio dell’immagine dell’Italia all’estero. Chi lavora all’estero sa bene quanto positiva sia l’idea che si ha del nostro Paese, anche a volte basata sui luoghi comuni della bellezza e della creatività, della capacità di inventare; non ci si sente così tanto Italiani come quando si è fuori dall’Italia e quello che fai e il modo in cui lo fai sono visti comunque come "italiani" ("Be Italian", la canzone del video che metto in fondo e che ho trovato qui fa vedere anche la positività dei luoghi comuni sugli Italiani). Non è vero, come dicono alcuni, che il meglio dell’Italia oggi sia fuori dall’Italia. E’ però sicuramente vero che fuori d’Italia c’è una generazione di italiani che lavora per sè e per il Paese (e per chi li ospita) e che ne è molto consapevole, che forse tornerà e continuerà a lavorare con queste finalità. Il presidente e Celli dovrebbero darci una mano. Seriamente.

Costo zero

Parlando nel tempo con studenti di varie università italiane (in discipline umanistiche) mi sono reso conto di come vengano condotti gli "stage in azienda", a cui gli studenti sono obbligati ricevendone 3 o 6 crediti, cioè meno di un esame. Nel caso di aziende piccole o medie, gli studenti lavorano a tempo pieno per 6 mesi senza ricevere alcun compenso, o rimborsi spesa che vanno dal pagamento del biglietto del tram a 100 o 200 euro al mese. Svolgono lavori di segreteria o in casi più fortunati scrivono articoli o fanno lavori di copying, o di editing, esattamente come quelli che invece lavorano regolarmente in quelle aziende. Non viene quasi mai fatto un programma di formazione vera, non viene insegnato nulla in modo articolato, non c’è training. Semplicemente si spreme lo stagista, inducendolo a farsi spremere facendogli balenare l’idea che magari alla fine dello stage "succede qualcosa". Quello che succede è che gli stagisti (spesso sono molti  nella stessa azienda) vengono poi sostituiti da altri stagisti a costo zero, che lavorano a tempo pieno. I soliti realisti della domenica diranno che in fondo il mondo del lavoro oggi è questo. Quello che mi chiedo è perchè l’università che dovrebbe dettare i ritmi del cambiamento, dell’eccellenza, della correttezza, della "regola d’arte" trasmetta invece ai suoi studenti l’equivoco che il lavoro sia sfruttamento, la legalità una retorica, l’impegno una cosa da fessi, che è esattamente lo stato d’animo con cui escono gli studenti da questi stage. Non sarebbe il caso di controllare periodicamente le aziende e i loro metodi e magari sentire anche che cosa hanno da dire gli studenti?

Un discorso cool

Il discorso del papa a piazza di Spagna per l’8 dicembre quest’anno è stato molto incisivo. L’immagine guida è quella della città che nasconde i deboli e che poi li espone, li offre allo sguardo del consumo e della falsa pietà. E poi è interessante nella sua brevità l’idea di una comunicazione che intossica, inquina le coscienze, trasforma le persone in spettatori, in certo modo li rende massa. Il tono del discorso è moderno, non ci sono parole inutili, è molto breve e addirittura "cool" nei suoi passaggi fondamentali, soprattutto coglie dei meccanismi latenti e li rende visibili e oggetto potenziale di riflessione ulteriore. Anche il richiamo alla protezione di Maria (sì, il papa è cattolico) nella logica del discorso assume un valore anche per i non credenti. Insomma mi pare un ottimo contributo al discorso pubblico. Ne riporto alcuni passaggi (non essendo riuscito a linkarlo):

"Ogni giorno attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci, perché il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula. Il cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono. Per questo la città ha bisogno di Maria, che con la sua presenza ci parla di Dio, ci ricorda la vittoria della Grazia sul peccato, e ci induce a sperare anche nelle situazioni umanamente più difficili.
Nella città vivono – o sopravvivono – persone invisibili, che ogni tanto balzano in prima pagina o sui teleschermi, e vengono sfruttate fino all’ultimo, finché la notizia e l’immagine attirano l’attenzione. E’ un meccanismo perverso, al quale purtroppo si stenta a resistere. La città prima nasconde e poi espone al pubblico. Senza pietà, o con una falsa pietà. C’è invece in ogni uomo il desiderio di essere accolto come persona e considerato una realtà sacra, perché ogni storia umana è una storia sacra, e richiede il più grande rispetto.
La città, cari fratelli e sorelle, siamo tutti noi! Ciascuno contribuisce alla sua vita e al suo clima morale, in bene o in male. Nel cuore di ognuno di noi passa il confine tra il bene e il male e nessuno di noi deve sentirsi in diritto di giudicare gli altri, ma piuttosto ciascuno deve sentire il dovere di migliorare se stesso! I mass media tendono a farci sentire sempre “spettatori”, come se il male riguardasse solamente gli altri, e certe cose a noi non potessero mai accadere. Invece siamo tutti “attori” e, nel male come nel bene, il nostro comportamento ha un influsso sugli altri"
 

7 non più 7

Navarro-Valls è sicuramente un uomo preparato e mai banale, che quando parla o scrive va dritto al sodo e che come portavoce di Giovanni Paolo II ha vissuto un’esperienza straordinaria, contribuendo davvero alla storia della comunicazione politica degli ultimi 50 anni, Per questo mi ha lasciato di stucco l’inizio della risposta che ha dato l’altra sera alla Gruber che gli chiedeva della tendenza machista della cultura tradizionale spagnola. Navarro Valls ha cominciato con "Sa, la cultura spagnola ha delle sue particolarità, innanzitutto 7 secoli di dominazione islamica…". La dominazione islamica è durata in alcune zone fino al XV secolo (in altre zone molti secoli meno, per esempio la Castiglia stessa). Dei 7 secoli successivi di cultura cattolica, reyes catolicos, limpieza de sangre, inquisizione (spagnola) & c., che una qualche influenza sul tema delle donne dovrebbero pure avercela, Navarro Valls non fa menzione. C’è da ritenere che non faccia parte delle particolarità della cultura spagnola.

Cittadini, benvenuti

Come è noto, il No B Day è nato sulla rete e per il suo successo in rete ha poi "costretto" i media tradizionali ad occuparsene e di conseguenza si è potuto trasformare in una manifestazione pubblica molto riuscita. E’ una delle prime volte in Italia che si crea un circolo virtuoso rete-media tradizionali-realtà, ma succederà sempre di più. Io ho trovato interessanti anche gli "spot", in particolare il seguente che prende a prestito il discorso di V per Vendetta (noi lo avevamo usato l’anno scorso qui aspettando il discorso di Napolitano di fine anno), non solo per l’idea stilistica, per il "concept", ma soprattutto perchè il testo innova anche un po’ il discorso politico, recuperando una certa retorica civile (retorica in senso buono ovviamente) che a noi tradizionalmente manca e un certo gusto del comunicare, cose che se diventano lo stile della rete potranno avere effetti benefici sul tono del discorso pubblico.