Il Morgante taumaturgo

"Sconfiggeremo il cancro entro tre anni". La frase sguainata da Berlusconi nel comizio dell’altro giorno, tra gazebo come tende crociate e giuramenti di governatori, mi ha fatto venire in mente uno dei libri di storia più importanti del Novecento, I re taumaturghi di Marc Bloch. Uno dei segni della regalità medievale e fino alla modernità (il XV secolo) era la capacità del re e della sua dinastia di sconfiggere alcune malattie con l’imposizione delle mani. I Capetingi, inglesi e francesi, e i Valois, avevano la capacità di guarire dalla scrofolosi, una malattia della pelle deformante. Il potere sacrale del re rendeva possibile "al tocco" la guarigione, sollevando la stirpe regale al di sopra degli altri esseri umani. Interessante che tutto questo avvenisse, proprio come oggi, attraverso il corpo, mediale oggi, e la sua esibizione o contatto. Un corpo esibito e quasi in ostensione permanente quello invece di Berlusconi, tanto da apparire negli ultimi tempi quasi smisurato e difforme nella sua involontaria valenza simbolica. Un corpo che dopo gli scandali sessuali appare sempre più pantragruelico, non più volitivo ma neppure voluttuoso. Più che al re taumaturgo la nuova cifra simbolica del corpo mediale berlusconiano, anche con i suoi proclami roboanti, fa venire in mente i giganti dell’epica  anticavalleresca, al Morgante del Pulci, il gigante convertito al cristianesimo e alleato di Carlo Magno. Un gigante smisurato che può distruggere ogni cosa a colpi di batacchio di campana, che nella nave in tempesta regge le vele al posto dell’albero maestro, che in battaglia non teme rivali, un ammazzasette che ribalta comicamente la tradizione cavalleresca, apparentemente invincibile e che muore nel modo più inaspettato, punto da un granchietto. Speriamo che il paese, nell’attesa di questo granchietto (politico, sia chiaro) non faccia la fine del gigante Margutte, morto dal ridere perchè una scimmia gli aveva rubato le scarpe.

Stupidus stupidus

La parola "teoria" è il calco di una parola greca che significa visione, osservazione e del verbo corrispondente "theorein", che non significa solo vedere, ma addirittura "vedere uno spettacolo", "essere spettatori". Anche la parola "idea" viene dal greco, dal verbo "eideo" che significa "vedo" e di conseguenza "so". La filosofia greca ha talmente incorporato l’idea del vedere in quella di razionalità da dare a "teoria", "teorico", "teoretico", "teorizzare", "idea", "ideale", la funzione di termini tecnici, passati poi in tutte le lingue occidentali a significare lo sforzo e il metodo del razionalizzare e dell’astrarre. Certo la dimensione del vedere non è stata l’unica, anche se senza dubbio la più importante. Pitagora insegnava nascosto da un velo, perchè i discepoli non lo vedessero, ma lo sentissero, dando quindi valore alla dimensione auditiva della conoscenza. Lo stesso san Paolo dichiarava che la fede si trasmette ex auditu, dall’ascolto, anche se poi veniva rapito al cielo per vedere. Questo fondamento "teoretico" del pensiero razionale, che non è soltanto metaforico, sembra sfuggire completamente a Sartori, che nell’editoriale di oggi sul Corriere se la prende con l’homo videns "forgiato dal ‘vedere’ il cui sapere e capire si riduce all’ambito delle cose visibili a danno delle idee, delle immagini mentali create dal pensiero. Al limite, l’homo videns sa soltanto se vede e soltanto di quel che vede. Il che equivale a una perdita colossale delle nostre capacità mentali". Ma al di là delle semplificazioni di Sartori, che producono un’oggettiva contraddizione in termini, l’obiettivo polemico dell’editoriale è l’homo zappiens, destinato a trasformarsi in homo stupidus stupidus, cioè l’uomo plasmato dalla televisione e dalle tecnologie che lo tengono "iperconnesso" (e qui si mettono insieme cose diversissime tra loro come la tv e la rete). E’ certamente vero che i progressi tecnologici stanno producendo cambiamenti antropologici importanti, ma è pur vero che gli esiti sono tutt’altro che noti e difficilmente saranno apocalittici. Sant’Agostino in un passo sorprendente delle Confessioni, per indicare le facoltà sovrumane del vescovo Ambrogio ne descrive la capacità di lettura "silente", cioè quella che chiamiamo la lettura a mente, che oggi fa un bambino di cinque anni. Ai tempi di Agostino la lettura era ancora a voce, cioè la mente percepiva non direttamente il significato delle parole, ma decodificava il suono che sentiva con l’orecchio e che la voce produceva. Un modo di leggere i testi che nei secoli dell’alto medievo ha dato vita a un tipo di riflessione "muscolare", consistente nel pronuciare parole e frasi lette (magari dalla Bibbia) in un tipo di meditazione e apprendimento chiamato appunto "ruminatio". Ecco forse ci troviamo di fronte a mutamenti di questo tipo, in cui le nostre facoltà mentali e di apprendimento assumono anche forme nuove, non necessariamente illogiche e sconnesse, come vorrebbe Sartori, il quale finisce con una domanda sconcertante e davvero poco logica: se vanno avanti così, questi ragazzi "cosa sapranno combinare da grandi?". Speriamo non quello che combinano i loro nonni confusi.