Questa poi

Chi ha una certa età si ricorda benissimo il momento in cui Fonzie ha saltato lo squalo, forse la prima  e unica volta che Happy Days andava in esterna (e si ricorda anche l’anomalo Fonzie contro Mork, ma va be’). Quello che io francamente non sapevo (e che ho letto qui, che spiega qui a proposito della telecronaca di Caressa della partita dell’Inter) è che quella puntata segnò il declino della serie, tanto che l’espressione "saltare lo squalo" è diventata proverbiale e di uso corrente in America e indica proprio il declino di una serie televisiva.

 

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Cartografia dell’impero

L’Economist qui (ripreso anche qui) rifà la mappa d’Europa in base alla situazione attuale. Il Regno Unito, in una versione disunita, dovrebbe stare a lato di Portogallo e Spagna, per la situazione dei suoi conti pubblici. La svizzera andrebbe a incunearsi tra Svezia e Norvegia, ben felici di avere come vicino uno stato non appartenente all’Unione Europea. La Polonia, finalmente libera da incubi di invasioni tedesche o russe, andrebbe al posto del Regno Unito. Macedonia, Albania e Kosovo ruoterebbero in modo da allontanarsi o avvicinarsi alla Serbia. L’Austria prenderebbe il posto della Svizzera e fonderebbe uno nuovo stato insieme all’Italia del nord e la Slovenia, governato da un doge. Da Roma in giù l’Italia si separerebbe dal resto e fonderebbe un’unione monetaria con la Grecia. Il nuovo stato italiano sarebbe "nicknamed" da tutti il "Regno di Bordello" (in italiano nel testo).

All’estrema destra del Padre

In Francia il movimento lefevriano, il cosiddetto "tradizionalismo", ha una presenza particolare. E’ nato qui. L’antisemitismo di cui viene accusato, il suo legame ideale con la Francia di Vichy, il rifiuto netto di qualsiasi dialogo extra ecclesiam, sono suoi elementi caratteristici. Un’indagine giornalistica di France 2, svolta infiltrando un giornalista in un gruppo fascista di Bordeaux, ha anche mostrato la contiguità tra sacerdoti lefevriani e attivismo di estrema destra. Quello che però è risultato più sconcertante è stato vedere, con camere nascoste e grazie a un finto maestro infiltrato in una scuola cattolico-tradizionalista (a partire circa dalla mezz’ora del video), come gli alunni, provenienti ovviamente da famiglie di quella estrazione, siano educati sistematicamente alla distorsione della storia, a un revisionismo senza senso e soprattutto a un antisemitismo sordo e violento. La naturale fiducia dei bambini nei loro genitori e nei loro maestri si traduce in un’educazione fatta di canzoni razziste e raccapriccianti, di evocazioni di campi di concentramento, di complotti e di tutto l’inventario paranoico del nazismo e del fascismo. Il tutto viene amplificato da un senso di identità che sia i ragazzi che gli attivisti fascisti, con la mediazione dei sacerdoti lefevriani che si vedono nell’inchiesta, chiamano "cattolico". Il documentario è in francese e in buona parte sottotitolato (sempre in francese) e si può vedere qui.

La Madonna piangente

La Madonna della chiesa ortodossa di via San Gregorio a Milano piange. O almeno così dicono, io non l’ho vista. La madonna piange. Come una di quelle mamme di una volta che per tenere i figli sotto ricatto emotivo piangevano sempre, che dicevano "fallo per me". Del resto è la "madre di Dio" (non semplicemente "di Gesù", come voleva ambiguamente Nestorio); non solo: è donna. E le donne possono solo piangere, non possono parlare, non posso predicare, non possono spiegarsi insomma, l’ha stabilito il più maschile degli apostoli, Paolo di Tarso: le donne non parlino in assemblea, e si coprano con il velo, perchè la donna è la gloria del capo, ma il capo è l’uomo. Maria infatti non predicava, vedeva tutto quel che succedeva e "lo serbava in cuor suo". Ma i conti non tornano, perchè la Madonna è la madre di Dio, ma è anche figura della Chiesa ("Donna, ecco tuo figlio. Ecco tua Madre") e la Chiesa è Madre sì, ma è anche Maestra. I maestri però sono maschi, i padri, gli anziani, il papa (padre per eccellenza). Sono loro che insegnano. Uomini senza donne. Le metafore allora non reggono. Il padre però continua a essere severo e la madre continua a piangere, noi restiamo figli adolescenti, o nella migliore delle ipotesi, fratelli. Perchè la Madonna di via San Gregorio pianga non è dato saperlo. E l’unico commento che mi viene in mente, non so perchè (o forse è molto evidente), ma è la frase che Fellini premiato sul palco dell’Accademia a Los Angeles con l’oscar alla carriera disse alla moglie Giulietta che stava in platea: Please, stop crying…

Lingue italiane

"Quello che per l’Inghilterra è il Commonwealth, per la Francia è la francofonia". I francesi lo ripetono spesso e ne vanno anche molto orgogliosi. Il francese è una lingua diffusa in molti Paesi e dà vita a una letteratura vitale e vasta, che a sua volta contribuisce a sviluppare legami culturali ed economici solidi e molto dinamici. Si pensi al Québec, con il suo francese che suona un po’ arcaico (in Francia i programmi di produzione québecquoise sono sottotitolati), e ai rapporti strettissimi, anche politici e identitari, che mantiene con la Francia. Ma si pensi ai cosiddetti territori d’Oltremare, che vanno dalle Antille, alle isole africane (io posso vedere senza satellitare il telegiornale de La Réunion) o agli atolli vari. Ma soprattutto si pensi ai territori ex coloniali, che producono letteratura, poesia, saggi in lingua francese. Questa varietà e pluralità è uno dei punti di forza ancora della Francia contemporanea e contribuisce alla sua presenza nel mondo. L’Italia ha invece precocemente rinunciato a mantenere contatti vivi con gli "italofoni" nel mondo, disperdendo un patrimonio enorme. Si pensi all’Argentina, dove la metà dei cognomi è italiana, o agli Usa, ma si pensi anche alla comunità italiana di Alessandria d’Egitto, completamente dimenticata, e ora scomparsa, lasciata a se stessa dopo la seconda guerra mondiale. Certo non si tratta di ex colonie, ma del flusso dell’emigrazione di massa otto-novecentesca, che tuttavia mantiene ancora in vita un’immagine della patria d’origine. Per almeno tutti questi motivi mi ha colpito molto l’articolo del Corriere sulla nascita di una letteratura italianofona oggi. Una letteratura del tutto inaspettata, perchè prodotta da italiani di seconda o addirittura prima generazione. L’articolo conta almeno una quindicina di nomi. Scrittori, giovani e giovanissimi, di varie origini, che decidono di esprimersi in italiano per i motivi più diversi. In questo modo non solo gettano ponti preziosissimi tra le comunità e i Paesi, non solo manifestano una reale e concreta vicinanza alla cultura italiana, ma danno una spinta essenziale alla crescita dell’Italia, da tutti i punti di vista. Qui siamo ben oltre l’integrazione, siamo alla fase positiva di un contributo inimmaginabile fino a pochissimi decenni fa. Forse questa letteratura che sarà varia anche dal punto di vista sintattico, lessicale, espressivo, ci aiuterà pure a impostare e arricchire un dibattito che secondo me è diventato improcrastinabile, quello sull’identità italiana. Può suonare di destra, può sembrare un discorso già fatto, non è così e comunque non importa. Mi pare che sia arrivato il momento di capire perchè stiamo tutti insieme e che cosa vogliamo fare, con chi e come. I nuovi italiani una mano ce la stanno già dando.

Liberazione

Da un’intervista a un ex partigiano di qualche anno fa (virgoletto a memoria): "Molti giovani mi dicono: peccato non aver potuto partecipare alla resistenza. Io rispondo: Non dite così. Non sapete cosa sarebbe potuto succedere. Sareste potuti morire in guerra. Voi o uno dei vostri amici. Vostra madre o vostra sorella forse sarebbero state vittima di un bombardamento. O forse i tedeschi o i fascisti vi avrebbero presi e vi avrebbero fatto parlare. E forse non ce l’avreste fatta a non fare i nomi dei vostri compagni e il rimorso non vi avrebbe lasciato per tutta la vita. Perchè ora non potete sapere cosa sarebbe potuto succedere". Buon 25 aprile.

Birth of a Nation

Adro o whatever. C’è un problema tecnico. Ci sono competenti e incompetenti (a risolverlo). Un sindaco dà i numeri (sbagliati): 50mila. Un concittadino lo sbugiarda: 10 mila e faccio io. Una trasmissione interpella un campione (non significativo) di "gente". La gente di competenti e incompetenti non parla. Però ora il problema nell’opinione pubblica è "ci siamo noi" e "ci sono loro". Chi cerca di spiegare è un professorino. Fuori i professorini dal campo di battaglia. Il tema adesso è l’identità. Come effetto immediato il problema di partenza si aggrava. Non c’è più un problema da risolvere, ma una minaccia. Non interessa più il competente o l’incompetente, ma chi difende dalla minaccia e chi non difende dalla minaccia. Chi vuole difendere dalla minaccia ha una prova dell’esistenza della minaccia: la presenza del problema. Chi dice che i problemi si possono risolvere, evidentemente non coglie la minaccia. E se spiega troppo è un fighetta. Il problema di partenza intanto si è aggravato ulteriormente. Vince le elezioni quello che ci difende dalla minaccia. La gente lo premia. Perchè è evidente: se il problema di partenza si è aggravato, c’è una minaccia. Poi si ricomincia.

Life is life: ce lo chiede il Popolo

"Ce lo chiede il popolo". Questa la motivazione con cui Bossi chiede "le banche del Nord". Del fatto in sè non c’è nulla da scandalizzarsi. La Lega è una forza di governo e di sottogoverno da 15 anni. Ha costruito un sistema di potere come tutti gli altri partiti e come tutti gli altri partiti ha bisogno della "greppia". Poche balle. Un movimento che si proponeva come rivoluzionario, nel senso stretto, si è trasformato in un partito statalista, nel senso proprio. Quello che è interessante è che invece la retorica antipartitocratica, antistatalista, antiromana, populista, sia rimasta quasi intatta. Vogliamo le banche perchè ce lo chiede il popolo. L’"arrangiamento" dell’affermazione è epico e nazionalistico, ma la canzone è sempre la stessa. Come nella parodia nazional-balcanica di Life is life del video sloveno che segue (tornato alla memoria guardando qui).

 

Psicologi e penitenze

Ancora due brevissime osservazioni sulle polemiche di questi giorni per lo scandalo pedofilia. Poi basta. La prima riguarda la frase di Bertone, che mette in relazione pedofilia e omosessualità. Moltissimi si sono giustamente indignati per il contenuto della dichiarazione, ma nessuno ha notato la falla aperta da Bertone nello schema ecclesiastico classico del ragionamento sull’omosessualità. Bertone non ha citato il Levitico, non ha citato San Paolo, non ha citato le Scritture. Ha citato "studi di psicologi" (senza dire quali peraltro), ma così ha poggiato tutta l’autorità del suo discorso su una fonte "esterna" al dominio della fede. Ha riconosciuto – senza accorgersene – che su certi argomenti esistono saperi più attrezzati e più autorevoli. Per dare peso a una sua affermazione ha aperto il campo a una disciplina con i suoi metodi, scopi, argomenti. In questo modo la sua stessa affermazione, come tante altre delle gerarchie, può essere sottoposta a critica e a sconfessione. Se l’autorità è la psicologia, e il dibattito deve essere quindi scientifico, allora non resta che aspettare che Bertone si convinca che la psicologia, sull’omosessualità, non dice per niente quello che pensa lui.

La seconda nota è sulla penitenza invocata dal papa e sulla richiesta di perdono. Iniziative ottime. Tanto più che provengono dalla persona che nel 2000 non fu d’accordo con l’atto penitenziale di Giovanni Paolo II (almeno così si disse). Invocare il perdono per gli errori della Chiesa nella storia sarebbe stato  ammettere non solo che la Chiesa ha sbagliato tante volte e commesso o avallato drammatiche atrocità, ma avrebbe voluto dire che, se la Chiesa ha sbagliato, può sbagliare ancora: Dunque i fedeli sarebbero in certo modo chiamati a vigilare sempre, io credo, sulle stesse gerarchie e sulle loro decisioni, esercitando anche un dovere di critica e di pressione. Curioso che proprio a Ratzinger sia toccato, da papa, invocare la penitenza per un "peccato" orribile commesso ai nostri giorni.