La teologia di Coccia

Uno degli intellettuali italiani più interessanti di oggi si chiama Emanuele Coccia, ha 35 anni e insegna filosofia medievale a Friburgo in Germania. La settimana scorsa ha presentato all’EHESS di Parigi il libro, curato con Giorgio Agamben, "Angeli" (Neri Pozza editore). Si tratta di un’enorme antologia di testi sugli angeli nelle tre tradizioni monoteistiche, ebraismo, cristianesimo, islamismo, dall’antichità alla prima modernità. Il fatto che si tratti di 2012 pagine pare che sia un caso e non un’allusione alla fine del mondo, ma parlando di angeli non si sa mai. L’intervento di Coccia tuttavia si è concentrato su un’interessante provocazione sui rapporti tra teologia e filosofia negli studi medievistici. La riassumo per come mi pare di averla capita e faccio qualche osservazione. La teologia sarebbe radicalmente irriducibile alla filosofia, dal momento che è intrinsecamente legata alla norma, costituita dalla riflessione sulla norma. In che senso? Non nel senso banale della riflessione sul dogma, ma sullo specifico tipo di conoscenza e certezza a cui aspira. Detto con le parole di Ugo di San Vittore, la teologia è determinata da una "voluntaria certitudo", certezza volontaria, dove cio’ che è importante è la volontarietà della certezza, quindi a un livello superiore all’opinione, ma inferiore alla "scientia". Insomma oggetto della teologia sono gli "obiecta fidei" e quello della fede rimane il suo livello costitutivo di indagine. Avvicinare la teologia medievale alla filosofia, cercandone ad esempio i legami con l’aristotelismo o altre forme di autorità filosofica risulta in questo senso un errore e rende impossibile la comprensione del  teologico. I teologi non sono intellettuali, sono "magistrati della verità". Fin qui Coccia, per come l’ho capito (aspetto e auspico un saggio scritto per capire meglio e so che ci legge e quindi se sbaglio del tutto mi correggerà). L’ipotesi è seducente, come tutte le tesi che fanno discutere. La volontarietà e la norma sono gli elementi più interessanti e generano tuttavia una serie di ambiguità. In primo luogo mi pare che i due concetti si avvicinino quasi a confondersi. La norma sarebbe proprio la volontarietà della fede e dei suoi "obiecta". In questo senso si tratterebbe di una forma (Coccia non l’ha detto pero’) di governamentalità intellettuale, o un’altra forma di potere pastorale. La forma teologica di Coccia allora si avvicina alla sua stessa visione della vita monastica, incardinata su una norma che non si estingue mai, data dal voto, e che coincide con la vita stessa. Insomma la teologia sarebbe una forma intellettuale di monachesimo condotta con altri mezzi, per cosi’ dire. Inoltre in questo senso, ma potrei non aver capito nulla, teologia ed esegesi tenderebbero a confondersi, perchè è piuttosto l’esegesi che puo’ essere ‘normata’ come intende Coccia. D’altra parte esiste un altro problema, la pluralità delle teologie medievali e le metamorfosi della disciplina teologica medievale. Davvero Tommaso pensa a un discorso teologico à la Ugo di San Vittore? O non è proprio lo scontro tra razionalità teologiche in concorrenza che informa i dibattiti del XIII e in parte XIV secolo? Più che di "teologia" bisognerebbe parlare di "teologie" al plurale. E la definizione di Coccia illumina certo molto bene alcune teologie (certo una parte di quelle monastiche) ma a me pare non tutte, per esempio non a quelle che cercano di fondarsi esplicitamente sulla nozione di scienza aristotelica . Rispetto al tema dell’irriducibilità di teologia e filosofia direi invece che cio’ che manca nel discorso di Coccia è la definizione di filosofia, sia di filosofia in generale (cosa che io non riuscirei a fare) che di filosofia medievale, cioè il modello specifico di razionalità medievale, che appunto tocca il tema dei rapporti tra le discipline teologiche e filosofiche, nei metodi, nei contenuti, negli scopi, e quello delle nostre domande di storici e filosofi.

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6 thoughts on “La teologia di Coccia

  1. Ho avuto modo di conoscere E. Coccia anche personalmente e ne ammiro la straordinaria erudizione, così come la brillante e notevole intelligenza.
    Tuttavia, io non trascurerei la critica fatta da uno di quelli che sono intervenuti in questo blog; pur non avendo la preparazione di Coccia, nè essendo arrivato a lavorare in strutture di ricerca così prestigiose, ritengo però che il suo modo di affrontare il problema della religione non sia distaccato e disincantato, ma un pò pregiudiziale; il problema della fede, anche da un punto di vista laico, meriterebbe una trattazione che ne mettesse in luce la singolarità, anche per l'esperienza conoscitiva umana, laddove mi sembra che la teoria di Coccia su questo punto, per quanto documentata in maniera vastissima e sorprendente, sia piuttosto debole.

  2. La ringrazio di aver pubblicato il mio commento nonostante sia critico (non nei suoi confronti, del resto). Il mio nome non le direbbe nulla, ma non mi pare di aver scritto nulla che non sia liberamente verificabile. Non capisco il suo riferimento a Figes. Ad ogni modo, non vedo perché un giudizio debba essere più meritevole di considerazione se firmato dal professor Agamben piuttosto che da un ignoto – a meno che, s'intende, non si tratti di qualcos'altro che la mera oggettività del giudizio. Se le falsità che circolano anonime di bocca in bocca sono pericolose, quelle che circolano di libro in libro sotto l'autorità di una firma che dà loro credito non sono migliori. 

  3. Se è l'Emanuele Coccia autore di La trasparenza delle immagini, forse deve fare ancora un po' di strada prima di poter essere considerato «uno degli intellettuali italiani più interessanti di oggi» solo perché firma la curatela di un libro con Giorgio Agamben. Egli tratta infatti «il cristianesimo» – senza curarsi di fare la minima distinzione tra teologia, dogma, pratica religiosa, chiesa ecc. – come se fosse un'unità immobile, uniforme, chiusa e le cui caratteristiche astoriche sarebbero facilmente riconoscibili in testi dalle origini più disparate (questo punto, del resto, è stato ben individuato, seppure con più indulgenza, dall'autore di questo blog). Fidarsi ciecamente dei nomi (come «cristianesimo») e prenderli per delle essenze, non è atteggiamento che si consiglierebbe a chi vuol fare lo storico. Come pure quello di sentenziare grossolani giudizi su testi del passato sulla base del senso comune del proprio tempo, come fa Coccia quando nel suddetto libro bolla come «involontario ossimoro» la formula secondo cui la fede è «voluntaria certitudo absentium» e, facendo una incredibile confusione tra legge e dogma, diritto canonico e teologia, ne ricava l'idea secondo cui «il cristianesimo» avrebbe inventato qualcosa di completamente nuovo: la fede come obbedienza «gnoseologica» – obbedienza a cosa non si sa, ma la curiosa formulazione rivela un talento per gli «ossimori» nello stesso Coccia, che ribadisce la sua sovrana noncuranza per le contraddizioni affermando, due pagine dopo avere attribuito a «il cristianesimo» la demoniaca invenzione della fede-obbedienza, che pure «il cristianesimo» non presenterebbe nessuna idea nuova rispetto all'ellenismo (sic) che si contenta di rielaborare. – Quello di cui un qualsiasi liceale, purché abbia studiato il manuale, si sarebbe accorto è piuttosto che quella formula non è che l'applicazione di una nota dottrina stoica, come pure il suo precedente antico, la formula agostiniana per la quale «credere nihil aliud est quam cum assensione cogitare», la quale si trova in un'opera che, se letta per intero, dovrebbe dare già essa sola qualche suggerimento per una riflessione ben più ricca, dalla quale emergerebbe presto come il concetto per cui la fede è rimessa alla volontà del soggetto conoscente – tale è la pretesa di Coccia, che può così opporrgli il buon averroismo – sarebbe per più di un teologo, e Agostino per primo, perfettamente ridicolo.

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