Fede, istituzioni e storia

Un bel post di Wlodek Goldkorn (segnalato dal blog Wittgenstein) attraverso un frammento talmudico molto significativo sottolinea una morale interessante e semplice: "Sono gli umani, in un processo dialogico, e non perché c’è uno che decide e comanda, a stabilire le verità della fede". Luca Sofri la consiglia alla Chiesa per un nuovo approccio ai "problemi correnti". Stabilire le verità della fede in forma dialogica non sarebbe una novità. "Inquirere veritatem" (investigare la verità) è una delle formule che i teologi medievali usavano per enfatizzare la necessità di dibattito tra gli esperti come metodo per risolvere questioni sulle quali non ci fosse stato accordo (per esempio proprio il rapporto tra potere spirituale e potere temporale). Quello che tuttavia spesso si ignora è che la maggior parte delle discussioni su temi inerenti la Chiesa non sono immediatamente "verità della fede". Il diritto canonico ad esempio, da cui dipendono le questioni sul celibato dei sacerdoti, o sulla impossibilità per i risposati di fare la comunione, può mutare, e infatti è mutato continuamente nei 2000 anni di storia cattolica (o nei 1000 in cui è esistito), senza che questo determini nessun tipo di mutamento della fede e delle sue verità. Mi spiego meglio: se domani il papa ci dicesse che Cristo non è il figlio di Dio, allora sarebbe eretico ipso facto, ma se ci dicesse che un prete si può sposare o che un divorziato può fare la comunione continuerebbe a essere il papa dei cattolici. O se si decidesse di organizzare diversamente la Chiesa, con i suoi rapporti tra vescovi e papa, se si pensasse di ridefinire il "primato petrino", cioè il potere del papa nella Chiesa e i rapporti tra vescovo di Roma e, ad esempio, i vescovi greco-ortodossi (del resto una parte significativa del pontificato di Giovanni Paolo II ha enfatizzato questo tema), semplicemente ci sarebbe un altro modello ecclesiologico, tra i tanti che si sono proposti e praticati nella storia. Certo si può anche decidere "dialogicamente" che uno decide e comanda e gli altri obbediscono (cosa avvenuta raramente sulla lunga durata), ma mai fino a negare l’idea e il fatto che la Chiesa sia un’istituzione storica e quindi mutevole e dialogante.

Sull’ecclesiologia politica, in una prospettiva di lunga durata ma con un’attenzione ai molteplici modelli del XIII e XIV secolo e, si spera, con un taglio non inutile al dibattito contemporaneo, Sylvain Piron e il sottoscritto terranno nel primo semestre del prossimo anno accademico un corso all’EHESS di Parigi.

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