L’inferno sono gli altri

Non sono riuscito a trovare il discorso integrale di Mons. Scicluna in cui dice, riportato da tutti i giornali, che per i preti pedofili "l’inferno sarà più terribile". Le citazioni di Scicluna chiamerebbero una serie di riflessioni, che però non faccio non essendo riuscito a leggere il discorso nella sua interezza. Una cosa però la si può dire. Dopo la morte, la chiesa non ha alcuna giurisdizione sull’inferno e neppure sul paradiso. Per il purgatorio le cose stanno diversamente. E fu inventato proprio per questo, 1000 anni dopo Cristo. Anche la scomunica, per esempio, cessa una volta che lo scomunicato muore, né la chiesa può vincolare Dio nel suo giudizio. Quindi l’affermazione di Scicluna è importante, dal punto di vista retorico e politico, per così dire, ma teologicamente del tutto impropria. In attesa di risolvere la questione sull’al di là, io insisterei sulla giustizia terrena.

I titoli li fa Escher

Nella definizione di razzismo è compresa la convinzione che ci siano differenti capacità intellettive tra razze diverse, con conseguente superiorità di una razza sull’altra. Ecco perchè il titolo del corriere on line di oggi, (che parla di una ricerca scientifica sugli aspetti neurologici del pregiudizio) che dichiara che "il cervello dei razzisti funziona diversamente" suona paradossalmente razzista. Poi come al solito se uno legge l’articolo le cose sono un pochino sfumate e le conclusioni sono che "bisogna educare all’empatia" (e un po’ lo sapevamo).

C’è crisi, c’è grossa crisi

Il rapporto dell’Istat è come sempre molto prezioso (si può scaricare qui) e insieme al rapporto del Censis (che di solito esce alla fine dell’anno solare) è tra le letture più utili per cercare di capire la situazione del paese. Il rapporto di quest’anno (molto molto duro) è sulla crisi, ma la prima pagina strappa un sorriso: dopo una citazione, poco significativa, dell’Economist (poi perchè l’Economist in prima pagina Istat?), l’estensore del rapporto, che si rivolge al Presidente della Camera, sottolinea che insomma le statistiche sono fondamentali per comprendere, per agire, per sviluppare, ma pure l’Istat non c’ha una lira:

"Non posso però non segnalare l’insostenibilità del bilancio dell’Istat a partire dal 2011, come certificato dai revisori dei conti. Senza modifiche alla situazione attuale, l’Istituto sarà obbligato a sospendere gran parte della produzione statistica, peraltro obbligatoria a norma dei regolamenti europei. Infine, ricordo che, a meno di diciotto mesi dalla data fissata dalla normativa comunitaria, i censimenti generali del 2011, i quali forniscono dati indispensabili al funzionamento delle istituzioni repubblicane, non sono stati ancora indetti e finanziati. Auspico che, pur nelle difficoltà di bilancio, si trovino le risorse per non mancare questo appuntamento, in particolare il censimento della popolazione, il quale, nei 150 anni della storia italiana, si è sempre tenuto puntualmente, eccetto che nell’anno 1941".

Almeno qualcuno festeggia

Mentre in Italia i 150 anni dell’unità e dell’indipendenza italiana sembra che nessuno li voglia festeggiare (per il semplice fatto che un partito di governo ha nell’articolo 1 del suo statuto la "secessione democratica"), in Francia il settimanale Paris Match ha dedicato un numero speciale ai 150 anni dell’annessione della Savoia alla Francia, ceduta insieme a Nizza proprio dall’appena nato Regno d’Italia, in cambio dell’alleanza contro l’Austria e quindi dell’aiuto fondamentale per l’indipendenza e l’unità. Di link in link qui il programma dei festeggiamenti in Savoia e qui qualche notizia sul trattato di Torino che sancì il passaggio della Savoia alla Francia.

Nota marginale sulla crisi

Ragionando in questi giorni sulla "seconda" crisi con vari amici, ripropongo una marginalissima nota su crisi e fiducia:

Certo che rispetto all’ottimismo invocato dal governo all’inizio della crisi, bisogna dire che la parola-chiave in realtà è sempre un’altra, fiducia. L’ottimismo in nessun caso può essere organizzato in proposta politica e articolarsi in soluzioni, la fiducia sì. La storia della fiducia è molto lunga e interessante e ricca di ambivalenze. I medievali usavano la parola fides per indicare sia la fede che la fiducia. E’ da loro che è entrata nel linguaggio dell’economia. Perché ogni scambio economico deve essere pervaso dalla fiducia nelle azioni degli altri, presuppone una fede, nella bontà del prodotto, ad esempio, nella correttezza della transazione, nel mantenimento degli accordi presi. Nel prestito, parlo sempre delle origini delle teorie economiche europee, cioè il medioevo, il finanziatore deve avere fede nella buona riuscita del mercante, che si sobbarca viaggi rischiosi e che non potrà rifondere il debito con gli interessi in caso di morte o di rapina. Per questo ci si comincia ad assicurare, per rendere la fede più certa, e trasformarla in fiducia nell’impresa, in sistema di fiducia. Con la nascita di un primo sistema finanziario la fiducia deve valutare anche il risicum, il rischio, con la sua dose di aleatorietà. Un caso famoso di fiducia mal riposta è quello che si verifica alla metà del XIV secolo, quando un re (inglese se non sbaglio, cito a memoria dalle cronache medievali del tempo), impegnato in una guerra, chiese un prestito altissimo ai banchieri di Firenze, che impossibilitati a investire individualmente tanto denaro si organizzarono in una sorta di cordata, alla quale parteciparono pure piccoli proprietari che impegnarono anche i terreni agricoli per poter investire in un modo così apparentemente sicuro. Purtroppo il re inglese andò in bancarotta e le garanzie fornite si rivelarono insufficienti a rifondere i banchieri, che fallirono tutti, compresi i piccoli proprietari che rimasero senza terreni. Fu la prima crisi finanziaria, con effetti sull’"economia reale", che io conosca, e il primo crollo di fiducia. Ci vollero 50 anni per raggiungere di nuovo il livello precedente (e avvenne anche grazie a un cambio di regole e di quadro giuridico). "Fiducia" è nozione che esige azioni concrete, un quadro giuridico certo, regole efficaci. Cioè richiede le condizioni perché ci si possa fidare e quindi non è un sentimento, uno psicologismo, ma un criterio da adottare in ogni politica. Continuare a parlare di ottimismo, inteso addirittura con venature "fideistiche", queste sì, può addirittura avere l’effetto opposto, cioè convincere che non ci si può "fidare", che non ci sono in cantiere soluzioni e che ci si ferma alle chiacchiere. La fiducia vuole vedere, l’ottimismo a volte nasconde.

La gilda dei teologi

Preso da occupazioni varie, ripropongo un post di qualche tempo fa su immagini del medioevo e cultura (pop) contemporanea:

Ci sono dei giochi al pc molto interessanti. Ad esempio quelli alla Civilization, pensato dal mitico Sid Meier, che ha inaugurato il genere dei giochi strategici. Ormai gli ideatori sono arrivati a una grandissima precisione anche nei dettagli delle situazioni storiche. Esiste un Rome, total war, in cui il giocatore (capofazione di una gens romana) non deve solo far crescere i propri insediamenti e città, ma tener conto degli interessi delle altre famiglie romane e delle esigenze del senato, che non necessariamente coincidono con le sue. Il rischio è quello di essere fagocitato dalle altre famiglie, osteggiato dal senato, oppure scatenare una guerra civile (oltre alle guerre esterne, che anzi sono occasioni per accrescere il proprio potere e influenza). Insomma le condizioni del gioco riprendono dettagliatamente quelle della Roma repubblicana del I secolo a.C. Ora ne ho visto un altro, ambientato nel medioevo, in cui è necessario far crescere le città, la popolazione, investire nel commercio, decidere che linee di sviluppo seguire. Tutto nel massimo dettaglio storico. Ma l’altro giorno una delle città mi chiede un investimento con la domanda "Vuoi installare una gilda dei teologi"? Poi il gioco mi spiega che i teologi sono conservatori, quindi una loro corporazione rende la città che la installa più tranquilla, la popolazione più controllata e con meno eretici.

I teologi nel medioevo sono tutto tranne che conservatori. Basti pensare ad un episodio-chiave della storia intellettuale europea: la censura che nel 1277 il vescovo di Parigi opera sull’università parigina (il che non è banale, perchè le università, invenzioni medievali, nascono come corporazioni che associano studenti e professori e li "liberano" da alcuni obblighi fiscali e giuridici nei confronti di alcuni poteri locali), stilando una lista di centinaia di errori in cui i teologi dell’università erano incorsi nella loro produzione intellettuale di quegli anni. Tommaso d’Aquino è morto da tre anni, ma la lista è piena di "errori" presi dalle sue opere e da quella di alcuni suoi allievi, alcuni dei quali perdono anche la cattedra. Il vescovo tentava così di frenare l’uso della filosofia greca, di Aristotele (che era da poco disponibile all’Occidente grazie alle traduzioni delle sue opere fatte dall’arabo), di certo neoplatonismo, dell’influenza dei filosofi arabi. Nelle università si stava dando vita a filosofie e teologie originali, innovative e per nulla conservatrici. Questo lavoro di rielaborazione delle filosofie greche e arabe, stimolato dalle esigenze del pensiero cristiano, stava preparando il decollo intellettuale europeo. E i teologi in fondo anche in quegli anni di censura andarono avanti, non solo furono riabilitati quelli che avevano perso la cattedra, ma nel giro di qualche decenno Tommaso in virtù del suo progetto intellettuale venne portato agli altari. Ora, l’errore del giochino nel dire del conservatorismo dei teologi medievali e la pedanteria del sottoscritto (anzi soprascritto) nel rilevarlo, sono un pretesto per notare un atteggiamento diffuso nel sentire comune e nell’industria culturale, quello di attribuire al medioevo errori, attitudini, comportamenti che invece appartengono ai secoli successivi, cioè all’età moderna. Il che è evidente anche in parte del pensiero politico contemporaneo e di ricostruzioni storico-giornalistiche di varia tendenza, con il risultato che, attribuendoli al medioevo, non si vede come questi difetti ed errori siano invece congeneri alla modernità e al suo pensiero. Il che non è strabismo concettuale di poco conto. Comunque sì, ho pagato 2000 fiorini d’oro e ho installato la gilda dei teologi.

Esteri

Di tanto in tanto il blog de iMille pubblica un post di questo blog (e naturalmente non a mia insaputa). Mi fa sempre molto piacere. Oggi riprendono il post sulle tre cose che la chiesa italiana può fare per l’Italia, corredandolo di una bella foto di Valeriano della Monica (io peraltro notoriamente non ho capito ancora come si carichino le foto sul blog). Un particolare che mi fa sorridere è che, coerentemente con il nome garibaldino del blog, il tag scelto per il post sia "Esteri".