La gilda dei teologi

Preso da occupazioni varie, ripropongo un post di qualche tempo fa su immagini del medioevo e cultura (pop) contemporanea:

Ci sono dei giochi al pc molto interessanti. Ad esempio quelli alla Civilization, pensato dal mitico Sid Meier, che ha inaugurato il genere dei giochi strategici. Ormai gli ideatori sono arrivati a una grandissima precisione anche nei dettagli delle situazioni storiche. Esiste un Rome, total war, in cui il giocatore (capofazione di una gens romana) non deve solo far crescere i propri insediamenti e città, ma tener conto degli interessi delle altre famiglie romane e delle esigenze del senato, che non necessariamente coincidono con le sue. Il rischio è quello di essere fagocitato dalle altre famiglie, osteggiato dal senato, oppure scatenare una guerra civile (oltre alle guerre esterne, che anzi sono occasioni per accrescere il proprio potere e influenza). Insomma le condizioni del gioco riprendono dettagliatamente quelle della Roma repubblicana del I secolo a.C. Ora ne ho visto un altro, ambientato nel medioevo, in cui è necessario far crescere le città, la popolazione, investire nel commercio, decidere che linee di sviluppo seguire. Tutto nel massimo dettaglio storico. Ma l’altro giorno una delle città mi chiede un investimento con la domanda "Vuoi installare una gilda dei teologi"? Poi il gioco mi spiega che i teologi sono conservatori, quindi una loro corporazione rende la città che la installa più tranquilla, la popolazione più controllata e con meno eretici.

I teologi nel medioevo sono tutto tranne che conservatori. Basti pensare ad un episodio-chiave della storia intellettuale europea: la censura che nel 1277 il vescovo di Parigi opera sull’università parigina (il che non è banale, perchè le università, invenzioni medievali, nascono come corporazioni che associano studenti e professori e li "liberano" da alcuni obblighi fiscali e giuridici nei confronti di alcuni poteri locali), stilando una lista di centinaia di errori in cui i teologi dell’università erano incorsi nella loro produzione intellettuale di quegli anni. Tommaso d’Aquino è morto da tre anni, ma la lista è piena di "errori" presi dalle sue opere e da quella di alcuni suoi allievi, alcuni dei quali perdono anche la cattedra. Il vescovo tentava così di frenare l’uso della filosofia greca, di Aristotele (che era da poco disponibile all’Occidente grazie alle traduzioni delle sue opere fatte dall’arabo), di certo neoplatonismo, dell’influenza dei filosofi arabi. Nelle università si stava dando vita a filosofie e teologie originali, innovative e per nulla conservatrici. Questo lavoro di rielaborazione delle filosofie greche e arabe, stimolato dalle esigenze del pensiero cristiano, stava preparando il decollo intellettuale europeo. E i teologi in fondo anche in quegli anni di censura andarono avanti, non solo furono riabilitati quelli che avevano perso la cattedra, ma nel giro di qualche decenno Tommaso in virtù del suo progetto intellettuale venne portato agli altari. Ora, l’errore del giochino nel dire del conservatorismo dei teologi medievali e la pedanteria del sottoscritto (anzi soprascritto) nel rilevarlo, sono un pretesto per notare un atteggiamento diffuso nel sentire comune e nell’industria culturale, quello di attribuire al medioevo errori, attitudini, comportamenti che invece appartengono ai secoli successivi, cioè all’età moderna. Il che è evidente anche in parte del pensiero politico contemporaneo e di ricostruzioni storico-giornalistiche di varia tendenza, con il risultato che, attribuendoli al medioevo, non si vede come questi difetti ed errori siano invece congeneri alla modernità e al suo pensiero. Il che non è strabismo concettuale di poco conto. Comunque sì, ho pagato 2000 fiorini d’oro e ho installato la gilda dei teologi.

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