Succede un ’68

Tra gli effetti della crisi c’è l’ulteriore emarginazione delle giovani generazioni, soprattutto in Italia. Lo spiega in un bell’articolo l’economista (giovane) Edoardo Campanella, che aggiunge alla riflessione un elemento interessante di tipo sociologico e politico. E’ possibile che in un quadro del genere, di oggettivo scontro generazionale, perchè i giovani sono privati delle possibilità e degli strumenti di realizzazione economica e personale, dalle generazioni precedenti (su questa linea anche la ricerca di cui parla qui La Repubblica), ci si possa aspettare una qualche forma di rivolta tipo ’68? Le possibilità in questi casi, o meglio nelle organizzazioni ma Campanella estende il modello, sono tre: uscita dal sistema (anche fisica, come fanno quelli che lasciano il paese), fedeltà al sistema (io direi acquiescenza, in una società dove tutti ritengono di avere comunque un qualche privilegio da difendere), e appunto "voice", cioè espressione pubblica del disagio, che nel ’68 si manifestò nelle forme della ribellione. Un ’68 sarebbe utile, a questo punto, un ’68 senza anni ’70 (perchè il rischio a un certo punto potrebbe anche essere che si arrivi agli anni ’70 senza ’68), ma siamo sicuri che la presenza (o assenza) degli "usciti" e degli "acquiescenti" non stemperi la possibilità stessa di una "voice" pubblica? O forse exit e voice possono in qualche modo coordinarsi? Vedremo quale sarà il punto di rottura.

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