Escher

Un musulmano retrogrado e criminale (e la notizia la pubblicano per questo), ma anche una musulmana coraggiosa e desiderosa di integrarsi, che nella lingua italiana vede uno strumento di affrancamento (qui).

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Il sonno della ragione genera asini di Buridano

Di paradossi ne esistono di tutti i tipi. Quello di Sancho Panza è una variante del paradosso logico del mentitore (se io dico "sto mentendo" e sto mentendo, allora non sto mentendo, se sto mentendo allora dico la verità, quindi non si può sapere se quel che dico è vero o falso). Sancho Panza invece parla di un re che ordina che chi attraversa un ponte mentendo sulle ragioni per cui lo vuole attraversare dev’essere impiccato. Arriva uno che dice di volerlo attraversare solo per essere impiccato. Se è vero che vuole essere impiccato, allora non dev’essere impiccato, ma se è falso allora dev’essere impiccato, ma se lo impiccano allora è vero che lo voleva. Poi esistono paradossi di tipo diverso, non così stringenti dal punto di vista logico, ma altrettanto suggestivi. Dante nel Paradiso fa dire a Bernardo di Chiaravalle, a proposito della Madonna, "Vergine madre, figlia del tuo figlio", immagine spettacolare che in due parole comprende il mistero dell’Incarnazione. Meno ambiziosamente Rino Gaetano diceva invece che suo fratello era figlio unico. Esempi ce ne sono tanti. Ora se ne aggiunge uno nuovo (che ho visto qui). C’è un simpatizzante della Lega che non sa se prendere il bonus bebè, e dice di trovarsi "diviso al 50%" (come l’asino di Buridano), perchè la madre di suo figlio (cioè sua moglie) è ucraina e non ha ancora la cittadinanza italiana. Quindi il figlio (il figlio di lui e di lei, non di lei e un altro), che è nato a Tradate e ha due anni, è italiano o no? e’ giusto che tolga il bonus agli italiani al 100%? Secondo la moglie, il figlio è italiano, secondo lui forse no. C’è da chiedersi se all’asilo avrà diritto alla mensa e se quando comincerà a lavorare ruberà il posto agli italiani, però qualcosa di positivo ci sarà pure: se per caso voterà la Lega di Tradate, sarà la prova provata che il partito non è razzista, perchè piace anche agli stranieri.

I punti fermi di Adro

Finalmente un’istituzione ha risposto. Il ministero dell’istruzione pubblica chiede che i simboli della Lega siano rimossi dalla scuola di Adro (qui alcuni dei marchi leghisti nella scuola). L’iniziativa del ministero (doverosa, ma il ministro nei primi giorni sembrava aver fortemente minimizzato l’accaduto) cade proprio durante la manifestazione di sabato. E questo è significativo. E’ bastata la presenza di mille cittadini a Adro (del resto centocinquant’anni fa con mille volenterosi si facevano miracoli) per far comprendere che oltre un certo punto non si può andare. Perchè sarà pure un problema pre-politico, come dicono alcuni (e hanno ragione), ma i "prepolitici" e i loro rappresentanti politici vanno pure arginati e contenuti. Il video della signora e del signore di Adro, che sta girando sulla rete e che posto qui sotto, per certi aspetti è impressionante. Le argomentazioni sono quelle che sono, d’accordo. Ed è semmai pazzesco che il sindaco parli (e non solo) esattamente come la signora, e i dirigenti nazionali leghisti come il sindaco, senza residui, senza ulteriore elaborazione, creando un circuito di autocomprensione francamente inadeguato ad affrontare i problemi di oggi. Ma queste considerazioni non possono esaurire il discorso. Nel video si vede gente che ha voglia di spiegarsi, i manifestanti ma anche i due signori di Adro. Si vede la nostra gente, i nostri concittadini, che finchè possono cercano di comunicare. Tutti si sono fermati sulla frase "Qui è Adro, non Italia", che è scappata come estrema difesa al signore di Adro, ma ho trovato molta più costruzione di comunità nello scontro tra la signora che dice "chi vi ha chiamato" e il ragazzo che risponde "io vivo qui" e lei che capisce, che in tanti discorsi politici inerti, di tutti colori, che ormai sono diventati un genere lettarario, anzi di più (o di meno), un genere televisivo. Certo la cosa in sé mette tristezza, essere costretti a incontrarsi così per tentare di capirsi non è un aumento di democrazia, ma una necessità dei tempi, tuttavia sarebbe bello se si ripartisse da Adro non solo per stabilire un punto fermo (e così è stato, complimenti a chi ha partecipato alla manifestazione), un limite invalicabile, ma anche un punto di svolta per ricominciare a volerci bene (anche alla signora).

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XX (venti) settembre

Il primo film italiano è stato proiettato il 20 settembre 1905, s’intitola "La presa di Roma" ed  è girato da Filoteo Alberini, che per un pelo non ha inventato il cinema. E’ sulla breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870, giusto 140 anni fa. La presa di Roma, quella vera, sancì la fine del potere temporale dei papi e della teocrazia in Europa (ditemi se è poco). L’Italia ha la sua nuova capitale e il cattolicesimo muta per sempre (e grazie all’Italia). Chissà se Bertone farà menzione nel suo discorso al contributo italiano alla positiva perdita di qualsiasi carattere "erodiano" del papato. E chissà se qualche muro che divide il paese, dei tanti che ne sono sorti negli ultimi anni, ci viene voglia ancora di sbrecciarlo. Il film è qui di seguito (i 6 minuti che ne restano, appena restaurati). D’accordo la cinepresa è un po’ statica (ma quelli dei Lumiére li avete visti?), però pare che da lì nascano i kolossal italiani, molto in voga negli anni ’30.

 

Uno tace e l’altro nega

Mentre il silenzio del Presidente della Repubblica, del Ministro degli Interni, della Magistratura ci assorda, i docenti e i dipendenti della scuola di Adro prendono posizione. Nel frattempo il sindaco leghista nega che il sole delle alpi (riprodotto 700 volte nella scuola) sia il simbolo della Lega e che la scuola sia intitolata a Miglio perchè fu l’ideologo del suo partito. Se avesse 6 anni farebbe tenerezza, ne ha 50 e si allena al negazionismo.

Padroni in casa nostra

E’ la prima volta che come cittadino italiano mi sento in pericolo. E non per qualcosa che potrebbe succedere, per qualche previsione fosca o peggiorativa, neppure per un generico declino che esiste, che riduce le opportunità, che ci blocca, e che in fondo è responsabilità collettiva e che però può essere invertito. Ma per qualcosa che già è successo, cioè la vicenda della scuola di Adro, con il simbolo di un partito politico scolpito, inciso, presente dappertutto. Sento per la prima volta, e chi segue questo blog sa che non è nella mia natura gridare "al lupo, al lupo" come invece spesso accade a molti nella blogosfera, che qualcuno può cercare di impedirmi di educare i miei figli come ritengo giusto, che può chiedermi di consegnarli a un’istituzione pubblica per indottrinarli, per trasmettere loro delle ideologie facendole passare per qualcosa di naturale e di normale. Se abitassi ad Adro (Brescia, Italia) e avessi un figlio in età scolare, cosa dovrei fare? Andarmene per non fargli propinare dalla scuola pubblica l’idea che il "Sole delle Alpi" e l’ideologia leghista sono il dato di partenza della sua identità, della sua crescita, del suo agire? I miei governanti mi porrebbero questa alternativa senza che io possa essere difeso da nessuno? Un simbolo politico, anzi il simbolo di un partito politico, che pretende di far coincidere la presenza stessa su un territorio con un’opinione partitica e un’ideologia, che pretende di rappresentare senza residui, senza differenze, senza opinioni alternative, tutta una comunità e che pretende di educare a questa idea i ragazzi, è fascismo (altre parole non me ne vengono). La democrazia e la costituzione non sono dei lussi, non appartengono a una parte politica, sono gli strumenti a cui siamo arrivati per difenderci da quelli che ci chiedono di consegnare i figli, da quelli che ci impediscono di parlare, da quelli che ci prendono a fucilate o colpi di bastone se dissentiamo, da quelli che ci dicono "andatevene se non vi sta bene". Sono anche qualcosa in più: sono gli strumenti a cui siamo arrivati per evitare di dover affrontare da soli la violenza con altra violenza. E’ davvero la prima volta che mi sento in pericolo. E’ la prima volta che sento che le istituzioni sono deboli e potrebbero non garantirci per sempre. Vorrei davvero che il Presidente della repubblica intervenisse al più presto e con la massima energia.

Un Ramadan al plurale

Iréne, un’intellettuale francese molto nota e cara amica, mi scrive una lettera molto bella da Parigi a proposito della veglia del Ramadan organizzata dalla città di Parigi da qualche anno, anche come elemento di integrazione, ma soprattutto di festa. Ne riporto qualche stralcio, perché le considerazioni sono molto interessanti:
Un amico di lunga data, londinese, che è anche un importante rocker da tanti anni, batterista e compositore del gruppo “Transglobal underground”, e muscista con Natacha Atlas, di passaggio a Parigi mi ha invitato non solo a due loro concerti, ma anche a una manifestazione organizzata dal comune, a cui lui e Natascha erano stati invitati, per la fine del Ramadan. (…) Per farla breve, mi sono presentata ieri sera al teatro di Châtelet, con l’invito in tasca: una fila molto lunga di gente diversa, molti orientali, ma mi è parso anche molti impiegati del comune, e un pubblico popolare molto eterogeneo, di varia estrazione. C’era anche qualche velo sì, ma pochi. Accolti da un gruppo algerino alla piazzetta dell’Avenue Victoria, con Amazigh Kateb, molto noto da queste parti, per “un leggero iftar consumato insieme” (il piatto notturno del Ramadan), come recita l’invito. Bellissima musica, inframmezzatta da dichiarazioni politiche antixenofobe, e specialmente sui Rom, come l’attualità politica impone. Molti youyous (i canti acuti delle donne maghrebine) e balli, molti sorrisi, dolci, olive e pepe, allegria e conversazioni spontanee. Dentro il teatro la grande sala, sempre impressionante. La direttrice dell’Istituto delle culture dell’Islam è molto sexy e non ha nulla della funzionaria rigida e ingessata, parla con grande spontaneità e evita qualsiasi demagogia, presenta il programma, che si svolge in vari saloni, Héla Fattoumi, la ballerina tunisina, l’Ensemble Nesidu-I-Huda, Fedayi Pacha, molti altri. Il discorso si fa interessante ed è qui uno dei punti chiave: “Per celebrare la fine del Ramadan, abbiamo deciso di nuovo di porre attenzione alle culture d’Islam, al plurale, in particolare quest’anno le culture islamiche europee, in modo che tutti, con tutte le loro varie diversità e sensibilità, possano festeggiare insieme…”. Ho trovato questa sottolineatura molto interessante e dico la verità, dal momento che è la Mairie di Parigi a pagare tutto questo, mi è sembrato che fosse in qualche modo anche un invito a festeggiare il Ramadan come si festeggia il Natale: in fondo non c’è bisogno di essere cristiani o credenti per comprenderne il valore e il significato. Questo laicizza un po’ questa cerimonia, in fondo.  Ci si trova a festeggiare tutti insieme, tanti di noi “concittadini”, concitoyens, al di là delle diversità. Si trova un terreno di incontro, nella festa. Con questi pensieri in testa ho apprezzato ancora di più il superbo concerto di Jean-baptiste Marino , con il suo ensemble di flamenco e un asolo finale di danza spettacolare. Eccola lì la cultura andalusa, che ha dentro di sé, insieme, i Gitani e l’Islam, e che in questo momento ha un valore ancora più evidente e paradigmatico. E subito dopo ecco il rocker Hami, e il suo gruppo di musicisti di varie nazionalità, rock vero, ma anche “fusion”, con quel valore politico che la fusion porta con sé da sempre, per scelta deliberata (…). Era atteso il presidente, ed erano già pronte per lui alcune canzonigypsi, che sarebbero state introdotte, così mi dice il mio amico, dicendo “ecco uno special gift per il presidente”, ma i fatti di questi giorni hanno probabilmente fatto optare per una rinuncia. Insomma un bel modo di festeggiare e di usare i soldi pubblici anche per far capire quanta varietà ci sia nell’Islam, quanta diversità di cultura. Sarebbe bello se anche quelli che stigmatizzano l’Islam perché monolitico, integralista, triste, repressivo (e anche loro con i soldi pubblici), partecipassero anche a queste manifestazioni. In fondo dobbiamo e possiamo essere ottimisti e queste manifestazioni, specialmente quando sono così riuscite, ci insegnano qualcosa e ci mostrano un tono e un orientamento, una direzione.

Scontri a distanza

Stando così le cose, Sarkozy molto difficilmente riuscirà a vincere le prossime elezioni. I sondaggi lo danno addirittura al di sotto di Fillon, gli scandali che hanno colpito il ministro Woerth lo stanno ormai lambendo, la sede del suo partito è stata perquisita, la sua campagna "sicurezza" con l’espulsione indiscriminata dei Rom è stata percepita dall’opinione pubblica esattamente per quello che è, un tentativo di uscire in qualche modo dall’angolo. In più in queste settimane lo scontro politico e sociale è altissimo per la nuova legge sull’età pensionabile (40 anni di contributi non bastano più), che tocca un caposaldo psicologico del welfare francese. Da parte socialista, dopo la vittoria schiacciante alle regionali di qualche mese fa lo scontro a distanza è tra la presidente del partito (posto soffiato alla Royal), Martine Aubry (figlia di Jacques Delors), naturale candidata a sfidare Sarkozy, e appunto Ségoléne Royal, presidente di regione e sconfitta proprio da Sarkozy alle ultime elezioni presidenziali. Beh, ieri sera la Royal in una popolare trasmissione giornalistica ha dimostrato di essere ancora "presidenziale", mostrando una grande padronanza della materia pensionistica, del mondo del lavoro, delle leggi europee, dei processi economici, ma soprattutto sfoderando un linguaggio "socialista" e mitterandiano impressionante. Più che la mossa di Sarkozy, sono ora curioso di vedere quella della Aubry: una delle due sarà presidente. (Qui la trasmissione televisiva).