Il problema è antropologico (bunga bunga)

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Per chi passasse per Firenze

Qualche settimana fa Pippo Civati mi ha invitato a partecipare con un breve intervento alla tre giorni di Firenze "Prossima fermata Italia" organizzata con Matteo Renzi. E ho accettato con grande piacere. Civati non mi ha parlato di giovani contro vecchi, forse perché sono più vecchio di lui (un po') o forse perché sa bene che si tratta di un dualismo che fa comodo soprattutto alle gerarchie che l'hanno inventato, non mi ha parlato neppure di PD (del quale mi interessa poco) e del resto io non sono un politico, e non mi ha parlato né di rottamazioni né di usato sicuro (anche se, devo dire la verità, almeno un certo linguaggio alla Arbore applicato a un ipotetico riformismo che ho letto su The Front Page secondo me un po' desueto lo è, lo dico con il massimo rispetto per i due autori del blog). Civati mi ha parlato invece di quanto la cultura debba tornare a essere importante per la politica e di come la capacità di comprendere i fenomeni per poi filtrarli e governarli sia legata anche allo studio e all'impegno intellettuale e alla disponibilità a rimettere sempre in questione le proprie certezze. Mi ha parlato di un nuovo vocabolario della politica, di temi che vanno al di là del politichese e delle sue trappole cognitive. Del resto tutte queste cose le avevo capite assistendo, da spettatore casuale, alla giornata di inaugurazione del progetto AndiamoOltre appunto di Civati, di cui le giornate fiorentine sono conseguenza (avevo riferito qui le mie impressioni) e credo ci sarà modo di approfondirne l'importanza a Firenze, dal 4 al 7 novembre, alla Stazione Leopolda.

Per chi passasse per boulevard Raspail

Una serie di eventi politici tra XIII e XIV secolo sollecita interessanti dibattiti tra teologi, giuristi e maestri delle università medievali. Non si tratta solo di prese di posizione politica, ma del tentativo di fondare teoreticamente i poteri della cristianità, di comprenderne la natura, anche in analogia con altri poteri, per esempio quelli sacramentali, che addirittura "producono" la grazia divina, o quelli dei vari tipi di causalità che pervadono e governano l'universo. Queste sollecitazioni intellettuali, con le torsioni concettuali che determinano, aprono un campo di indagine interessante e per certi aspetti inesplorato, quello dell'"ecclesiologia politica".
Il seminario di ricerca che dirigo quest'anno con Sylvain Piron all'EHESS di Parigi è focalizzato proprio su questo, comincia fra due settimane e prosegue tutti i martedi fino a Marzo. Qui i dettagli.

Piccolo mondo antico

Sì, lo so, il focus dell'affermazione è un altro e la polemica è un'altra, ma quello che mi ha colpito di più della dichiarazione di Buttiglione (che prima di fare il politico faceva il filosofo) è che tra gli esempi di cose moralmente sbagliate si stagli un "non dare soldi ai poveri", una frase che nel candore e nell'indeterminatezza della sua formulazione non sentivo credo da quando le suore mi insegnavano il catechismo per la prima comunione.

Il busillis

C’è un dettaglio nella nuova procedura dei concorsi per ricercatore (che sono comunque un piccolo passo avanti rispetto alla mafiosità integrale della procedura precedente) che proprio non capisco. Il nuovo concorso non prevede le due prove scritte, ma un’enfasi sui titoli e sulle pubblicazioni dei candidati – che però in assenza di una valutazione numerica titolo per titolo è un’enfasi piuttosto retorica -, e la prova orale è stata coerentemente sostituita da un colloquio in cui si discutono i titoli e le pubblicazioni. Questo colloquio peraltro differenzia, mi pare di capire, il concorso per ricercatore da quello per ordinario. Però al momento del colloquio i membri della commissione dovrebbero già aver stilato i loro giudizi sui titoli e sulle pubblicazioni dei candidati e la discussione non influisce dunque sul loro giudizio. Inoltre il colloquio non è oggetto di valutazione formale (cioè sostanziale, in un concorso). Gli atti finali del concorso non ne lasceranno traccia. E il punto è proprio questo: per quale motivo obbligare i candidati alla farsa di un colloquio inutile, che non cambia l’opinione formale della commissione e sul quale nessuno si esprimerà? Inoltre, se il concorso è di fatto un concorso per titoli, è lecito aspettarsi una relazione analitica dei titoli presentati, compresi fellowship, docenze all’estero, borse internazionali, o questi titoli (indicati dal ministero stesso come oggetto di valutazione particolare) verranno semplicemente ignorati nella descrizione del profilo del candidato, come avveniva candidamente nella vecchia procedura? In un concorso organizzato in questo modo a me pare che fare ricorso anche solo contro una decisione non sufficientemente motivata sia il minimo che ci si debba attendere (perchè a questo punto la valutazione analitica diventa sia un atto sostanziale che formale). E nella situazione di deterioramento di ogni etica pubblica e professionale nella quale ci troviamo, questo sarebbe tutto tranne che un male.

E se vietassimo lo stage non retribuito?

I commenti a un mio post sulla generazione dei ventenni di oggi (che come tutti i discorsi generazionali si prestava a toni un po’ generalizzanti), si sono autonomamente focalizzati sul tema lavoro-stage non retribuiti-necessità per le aziende di formare alcune figure professionali. Mi è sembrato tutto interessante e rilancio allora il tema degli stage sperando che la discussione continui e chiedendo la vostra opinione (nei toni rispettosi e positivi in cui è stata data finora).

E’ giusto non retribuire gli stage? Io personalmente rimasi a dir poco deluso quando mi resi conto che un’università, facoltà di scienze politiche, imponeva agli studenti uno stage di almeno un semestre per tre crediti (un terzo di un esame) presso aziende che non solo non avevano alcuna attività formativa, ma facevano lavorare gli stagisti in funzioni qualificate (nello specifico un giornale on line faceva fare il giornalista), senza alcun compenso, ma neppure riconoscendo l’ufficiale paternità dei pezzi, essendo questa legata al compenso (che poteva anche essere di un euro simbolico). Non solo: la maggior parte dei giornalisti della testata erano stagisti (il che è illegale ovviamente), a tutti veniva detto che forse dopo ci sarebbero state opportunità non meglio specificate, mentre naturalmente si trattava di un turn over continuo programmato di stagisti forniti dall’università. E’ inutile nascondere che ci sono aziende piccole e medio-piccole che usano gli stagisti per approvvigionarsi di collaboratori a costo zero, sia per funzioni qualificate, che per funzioni del tutto indifferenziate, con la scusa dell’essere all’inizio. Intendiamoci: non trovo scandaloso che un ragazzo di venticinque anni laureato in comunicazione, ad esempio, facendo uno stage in uno studio grafico o in un ufficio stampa si trovi a fare anche le fotocopie o il galoppino. Il punto è capire se anche uno che fa le fotocopie ha il diritto di essere retribuito, commisuratamente al suo compito. Al di là di questi casi (ma sono davvero casi estremi e eccezionali?), ci sono poi le reali esigenze di molte aziende che per le loro speciali caratteristiche non trovano figure professionali perfettamente formate e dunque prevedono dei brevi (o anche non brevi) percorsi di formazione non retribuiti, che chiamano stage, finalizzati all’assunzione. La logica dello stage dovrebbe essere, mi pare, quella del learning by doing, cioè dell’imparare facendo, o meglio ancora del mettere in pratica ciò che si è imparato teoricamente all’università e che si deve migliorare nell’incontro con i processi aziendali e lavorativi. Altrimenti esistono i contratti di formazione lavoro, perfettamente retribuiti, che sono altra cosa. Naturalmente il tipo di attività dovrebbe variare a seconda del profilo dello stagista e del ruolo. Ma il problema rimane lo stesso: è giusto e normale dare per scontato che proprio nel momento in cui una persona entra nel mondo del lavoro (e anzi prima con gli stage all’università) debba passare attraverso l’esperienza ambigua e spesso demotivante (perché non è quasi mai finalizzata a un’assunzione) dello stage non retribuito? E’ possibile che si consenta alle aziende piccole e medio-piccole di fare ruotare un numero elevato di stagisti senza assumerne alcuno e senza retribuirli? E’ possibile che un ragazzo o una ragazza cumulino stage per anni, sempre con la stessa promessa di opportunità vaghe, nella totale mancanza di informazioni sul pur vago "dopo lo stage"? E’ utile far passare i ragazzi attraverso il rito simbolico di un’attività di lavoro che non viene retribuita? Si tratta davvero di un investimento per i ragazzi? E anche: la nostra economia perderebbe qualcosa o ne guadagnerebbe se abolissimo l’uso di non riconoscere nulla ai giovani che vengono a imparare come contribuire alla ricchezza delle aziende?