Mundum juvenescit

Non tutte le generazioni hanno lo stesso peso nella trasformazione delle cose, sia per capacità sia per eventi esterni, storici. La generazione a cui appartengo io è nata in un certo contesto di aspettative, di metodi, di finalità, di possibilità, e si è trovata a operare in un contesto pazzescamente diverso, con il conseguente profondo spaesamento. In Italia tutti gli spazi sono sembrati occupati, tutte le posizioni presidiate, tutti gli alleati naturali naturalmente spariti, tutte le ambizioni che la generazione precedente avrebbe trovato legittime considerate invece sproporzionate. Soprattutto il cambiamento delle leggi sul lavoro e la concezione della società che ne è conseguita hanno contribuito a bloccare una o due generazioni prima davanti al deserto dei tartari e poi a difenderci dai tartari, che però spesso sono sbucati da dietro le spalle e avevano le nostre divise. Ma la battaglia non è ancora finita e vedremo chi vincerà la guerra… Quello però di cui voglio parlare non è la mia generazione, ma quella di chi ora ha 20-27 anni. Sì, perché l’intelligenza, la capacità di muoversi in questo nuovo contesto post-rivoluzione tecnologica (che è soprattutto ora una rivoluzione antropologica), di crisi permanente a bassa intensità (e che per loro è però il mondo in cui sono nati), la chiarezza che hanno delle loro possibilità e direi anche dei loro sentimenti, provocano sempre la mia ammirazione. E’ la mia impressione, naturalmente, e un po’ la mia esperienza, ma non hanno nulla a che vedere con l’idea che ha MTV dei giovani, per esempio, anche se possono entrare e uscire da quel mondo; sono capaci di darsi degli obiettivi personali e sacrificarsi per ottenerli; sanno commerciare con l’irrazionale restando fedeli al proprio baricentro; soprattutto in quello che ancora a noi appare un caos a volte sconfortante sanno costruire dei mondi ordinati, sensati e commisurati alle possibilità reali. Io credo che saranno loro a costruire il mondo nuovo di cui parliamo da decenni, che saranno proprio loro (perché lo stanno già facendo) a dare forma alle idee e agli strumenti che ci consentiranno di capire come vivere insieme e verso che direzione muoverci. E il nostro compito forse è proprio quello di facilitarli, di consentire loro di muoversi, di bonificare gli spazi, di coprirli dagli attacchi (cominciando con l’astenerci noi dall’attaccarli), di continuare la nostra battaglia contro gli alleati fasulli, consentendo che siano i 20-27enni di oggi ad assumere il ruolo storico che compete loro.

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12 thoughts on “Mundum juvenescit

  1. Chiudo definitivamente questo dialogo con Francesco, cercando di eliminare e dissipare alcuni ultimi dubbi.
    Io non trovo normale o ragionevole una serie di dinamiche distorsive che portano ai paradossi descritti. Come cittadino, e come padre, non mi piacciono, posso indignarmi e posso votare chi mi promette di stabilire in futuro condizioni diverse. Ma poi quando conduco l'azienda devo muovermi in uno scenario definito. La mia etica mi porta a fare certe scelte, ma non posso evitare di confrontarmi con i miei competitor che sfruttano biecamente manodopera a basso costo.

    E qui vengo alla seconda questione. L'azienda non persegue sempre e solo necessariamente fini di profitto per l'azionista. Nel nostro caso – come ho già detto – le logiche sono da no profit, ma conosco decine di aziende profit in cui comunque il fine ultimo è quello della sostenibilità del business a lungo termine, e non della rapina a breve. Sotto la pressione della crisi di questi ultimi due anni molte aziende hanno scelto di salvaguardare, fin che ci sono riuscite, i livelli di occupazione, a costo di grandi sacrifici. Non credo gli si possa imputare anche di non aver assunto giovani. 

    Credo che forse, prima di puntare il dito verso aziende e imprenditori, che pure hanno le loro colpe, bisognerebbe verificare se il sistema non finisca per caricare sempre e solo sull'impresa una serie di costi che dovrebbero essere allocati altrove. Formazione carente, legislazione del lavoro fortemente orientata verso la garanzia del lavoratore, nessuna flessibilità, meccanismi fiscali che non premiano le scelte di sviluppo. Forse è di questo che dovremmo parlare. L'impresa non può essere sempre l'unica ragione di tutti i mali.

    Last, but not least. Vogliamo aprire il capitolo delle professioni (medici, avvocati, notai etc.etc.) e parlare di cosa accade con i praticantati ? Forse i miei 4 mesi di stage a questo confronto impallidirebbero.

      

  2. Carissimo Paolo,

    grazie infinite per la Sua risposta. Il messaggio ha dissipato qualche dubbio effettivamente. Ma continuo a non capire molte cose. Continuo a non capire come si possa considerare normale che una ingegnere milanese estremamente brava abbia lavorato per dieci anni come barman e come cameriera, essendo -lo ripeto- una bravissima ingegnera.  Continuo a non capire come si possa considerare una splendida occasione dover decidere se fare il cameriere o fare uno stage non pagato per quattro mesi. Continuo a non capire come si possa chiamare giusto un sistema che sta costringendo una intera generazione all'emigrazione nei paesi piu' disparati o alla morte civile e economica nel proprio paese.

    Certo, non e' facile reimpiegarsi prima di collocarsi: possono passare addirittura (!) venti mesi. Ma non parliamo di riqualificazioni: parliamo di migliaia di giovani che non hanno potuto mai guadagnare e che scivolano da uno stage non retribuito a un master del costo di soli 10 euro iva compresa. Per poi aspettare per dieci anni l'occasione della loro vita, servendo a tavola, e volerla afferrare, e allora mollare tutto e rivolutionare l'intera esistenza… per la miseria di quattro mesi non retribuiti senza promessa di assunzione.

    Ognuno ha il diritto di fare quello che vuole. Ed e' normale che un'azienda segua i propri interessi. Normalissimo. Continuate cosi. Mantenete i giovani in uno stato di deficienza economica, fisica e morale.
    Uccidete a fuoco lento i vostri figli. Avete gia ucciso i vostri padri. Resterete soli fino alla fine del mondo. Après vous, le déluge

    Un'ultima cosa (a parte le scuse per il tono polemico: sono molto contento in realta' di discutere con Lei, che mostra un interesse vero per i piu' giovani). Nessuno di noi (e credo di parlare a nome di moltissime persone) vuole un posto a vita da dove non ti schiodano nemmeno con le armi chimiche. Nessuno di noi sa che farsene di un posto da 1200 euro che ti accompagneranno fino alla tomba.

    Vogliamo solo la possibilita -vera- di fare carriera. E anche la possibilita -reale, concreta- di guadagnare e anche con il rischio di dover cercare ancora. Ma vogliamo un compenso per il nostro lavoro, non vaghe promesse di felicita: non siamo in chiesa e il lavoro non e' un sacramento.

    Vorremo, credo tutti noi, poter decidere -a trent'anni, e non a 80- del nostro destino e di quello del nostro paese: il paese di cui noi siamo la sola vera forza. Che viene schiacciata e mortificata. Che e' costretta a elemosinare attenzione a "padri" svogliati e presuntuosi. Per quattro miseri mesi di apprendistato. Per un pugno di mosche da mangiare in fretta.

    FC

  3. Carissimo Francesco,
    quello che descrivi (da domani ti devi riqualificare, a tue spese, etc.) è effettivamente successo, a me e ad altre migliaia di manager rimasti a spasso nel corso dell'ultimo triennio.
    L'azienda chiude, o riduce gli organici. Tu sei a spasso. Ti rimbocchi le maniche, spendi soldi per studiare cose nuove, spendi soldi per fare colloqui in posti spesso molto lontani da casa e nessuno ti dice che sarà per 4 mesi. Ho amici e colleghi che di mesi ne hanno impiegati 20, prima di ricollocarsi. Con una famiglia, a volte con impegni finanziari a cui rispondere (il classico mutuo).
    Ancora prima ho speso 2 anni delle mie serate, e qualche migliaio di euro, per aggiornare le mie competenze. Trascorsi 10 anni dalla laurea, era ora di dare una struttura diversa all'esperienza raccolta in azienda.
    Non vedo in questo una grande differenza dallo stage non retribuito. Anzi, scusa, una differenza esiste: quando si rimane a spasso la scelta non c'è. Quando invece ti propongono uno stage non retribuito puoi scegliere di non farlo.
    Quando cominceremo a capire che il mercato del lavoro è per l'appunto un mercato? Ha le stesse regole del mercato, ha negozianti imbroglioni e negozianti onesti, ha clienti sprovveduti e clienti smaliziati. Io ho messo in vetrina una mia proposta. Sono convinto in tutta onestà che sia un buon prodotto, ma sarà il mercato a darmi o meno questa conferma.
    Quanto infine al non guadagnare una lira  trent'anni, anche questa è una questione di scelte. Mentre noi continuiamo questa discussione, una ingegnere trentenne estremamente valida ha ritenuto di accettare la mia offerta. Si sposterà da Roma a Milano per 4 mesi. Non ha problemi a farlo perchè lavora da 10 anni, prima come cameriera e poi come barmade professionista, regolarmente retribuita.

    Non so se questa società mi piace. Non so se mi piace questo mondo del lavoro. In Italia è difficile entrare nel circuito lavorativo, ma al contrario di molte nazioni estere, ci sono molte più garanzie quando sei finalmente assunto. Quindi l'unica cosa che so, è che non esiste un sistema perfetto. Cerco di lavorare onestamente nel sistema in cui vivo, cerco di avere rispetto per le persone che lavorano con me. Cerco – infine –  di far crescere le persone che mi circondano e la mia azienda.

  4. Rispondo al Sig. Gianoglio, ma stavolta con chiari intenti polemici, e mi scuso sin d'ora: rispondendo a Lei sto rispondendo a tutta la classe imprenditoriale italiana.

    Provi un attimo ad immaginare, Sig. Gianoglio, che l'azienda in cui lei lavora (immagini per un attimo che lei non ne sia il direttore) le chieda di riqualificarsi. Un giorno la convoca e le spiega che lei possiede competenze necessarie per il lavoro futuro solo "in termini potenziali".

    E immagini anche che le imponga di seguire uno stage. E provi a immaginare che le faccia sapere che lo stage, di quattro mesi, non sara' retribuito. Lei magari ha una famiglia, e comunque deve pensare a mangiare, almeno due volte al giorno.

    Ecco, Sig. Gianoglio, lei potrebbe passare quattro mesi della sua vita senza ricevere una lira? Magari ha una famiglia, e comunque deve pensare pure a mangiare. Ecco, se lei, o un qualsiasi imprenditore non accetterebbe un solo istante, di fare uno stage di quattro mesi senza la minima retribuzione, specie se poi non c'e' alcuna prospettiva di assunzione, mi spieghi, sig. Gianoglio, perche' mai un trentenne dovrebbe accettare?

    E cosa le fa pensare che un trentenne intelligente e non spaesato si debba presentare ai suoi provini? Mi spieghi. Io non so cosa lei suppone si agiti nella mente di un trentenne. E da quanto mi risponde ho talvolta l'impressione che lei proietti in queste strane creature le fattezze di incivili ottentotti che e' necessario educare? 

    E mi spieghi, sig. Gianoglio, perche mai le sembra normale che lei possa guadagnare in quei quattro mesi il 100, il 1000 per cento di piu di un giovane di trent'anni?

    Mi scusi ancora per il tono, ma ripeto: non si stupisca per la scarsa qualita dei suoi stagisti. Tutti i miei amici piu' bravi e dotati hanno gia' lasciato l'Italia. Io sono l'ultimo a farlo. Non so se ha dato un'occhiata alle indagini recenti di Repubblica e di Claudia Cucchiarato sulla nuova emigrazione. Sono sconcertanti. Come sconcertante, lo ripeto, e' constatare che sia considerato normale che un giovane, a 30 anni, possa restare quattro mesi senza guadagnare una sola lira.

    Francesco Colombo

  5. Rispondo a Francesco Colombo, senza intenti polemici.Innanzitutto non sono un imprenditore, ma un direttore generale di un azienda che in questi ultimi 2 anni ha assunto 25 persone (siamo 60 in tutto), che diventano 17 al netto di quelle che nel frattempo, per motivi diversi, ci hanno lasciato. La nostra azienda è nella sostanza una no-profit che reinveste nella propria crescita tutti gli utili. Quindi quando faccio una scelta, qualunque scelta, penso alla sostenibilità della nostra azienda nei prossimi anni, e al benessere di 60 famiglie.I candidati cui ho proposto uno stage non retribuito provengono da un "Master" che li ha occupati per 5 mesi, per il quale hanno speso, iva inclusa, quasi 10k€. Anche in quel caso, a priori, non avevano nessuna garanzia di cosa avrebbero imparato. Si sono affidati alla reputazione di chi proponeva il Master, come evidentemente chi deciderà di fermarsi da noi per lo stage dovrà fidarsi della reputazione della nostra azienda. Lo stage è inserito in un percorso formativo, e come ho detto non è finalizzato a sfruttare gratis le competenze di un giovane di 30 anni. Semplicemente perchè, al momento, quel giovane di 30 anni che sceglieremo le competenze richieste le possiede solo in termini potenziali.Non vedo nulla di scandaloso in tutto ciò. Vedo solo un'azienda, come tante in Italia, che non riceve dal sistema formativo nazionale le figure professionali richieste.Fino ad oggi abbiamo "comprato" solo figure con esperienza, escludendo del tutto i giovani dal processo di selezione. Oggi che abbiamo la possibilità di potercelo permettere, investiamo in formazione. E siccome, per il benessere di chi sta all'interno, devo far tornare un conto economico, non posso permettermi di pagare chi – per l'azienda – rappresenta un puro costo.Per rispondere infine a Chiara: si, lo stage è finalizzato ad un'assunzione. Per ovvi motivi ciò non può essere garantito a priori, ma dipende dalla valutazione che il tutor formulerà a fine dello stage.

  6. Condivido la posizione di Francesco Colombo.Per quanto uno stage sia un'esperienza formativa, di fatto comporta, nella maggioranza dei casi, un lavoro paragonabile a quello dei dipendenti adeguatamente retribuiti.Purtroppo la legge consente alle aziende di 'assumere' giovani di belle speranze con contratti che, senza utilizzare eufemismi, ne consentono lo sfruttamento del lavoro (esentasse e senza stipendio!).Se lo scopo è quello di insegnare una professione, perché non avvalersi dei contrattio di apprendistato, per esempio?Non ci si può lamentare del senso di disorientamento dei giovani se non si offrono loro prospettive.Marica, 25 anni, 2 lauree a pieni voti (per ora resto in Italia, ma mi sono data un anno come termine massimo di resistenza).

  7. ho 27 anni….ma la sensazione che ho è che il futuro del mondo non solo non sarà dato in mano nostra, ma che forse non ci verrà neanche data la possibilità di lasciare semplici tracce…..non c'è davvero posto per noi……solo per pochi eletti….per quanto riguarda lo stage….se poi fosse finalizzato ad un'assunzione reale avrebbe un senso….ora come ora non credo….Chiara…laureata in filosofia… purtroppo o per fortuna…

  8. E perché mai qualcuno dovrebbe fare uno stage nella sua azienda? Come si può esser certi di imparare qualcosa? E come pensa che gli stagisti vivano e si cibino? Assorbendo aria? Rubando i suoi buoni pasto?Mi scusi ma se le condizioni erano queste non vedo perché stupirsi del fatto che si siano presentati solo "ragazzi spaesati, poco consapevoli di sè stessi" e "che non solo non sanno cosa cercano, ma nemmeno si preoccupano di nascondere questa deriva". Credo che chi sa cosa cerca, sa anche che c'è molto meglio da fare che passare quattro mesi senza essere retribuito e senza alcuna prospettiva futura. Credo che chi è consapevole di sé, emigri, da un paese che pretende di non retribuire un giovane per quattro mesi o un anno. E credo anche che chi non è spaesato, inorridisca vedendo un imprenditore che trova tutto questo perfettamente normale. Francesco Colombo, 25 anni, in partenza (definitiva) per l'America.

  9. Nello specifico, trattandosi di uno stage vero, in cui si imparano cose e in cui  non si passa il tempo a fare fotocopie e a portare caffè, con una durata stabilita in 4 mesi, durante i quali le persone in questione non daranno nulla all'azienda ma riceveranno tanto, lo stage non è per nulla retribuito.Perchè dovrei retribuire una persona da cui non percepisco alcun valore aggiunto e a cui offro l'opportunità di acquisire esperienza ?Ma cmq nessuna di queste obiezioni, pur legittime, è emersa nei colloqui di stamattina.Paolo Gianoglio

  10. Caro Gianluca,sono reduce da una mattinata di colloqui con candidati per uno stage, e non riesco a condividere il tuo ottimismo e la tua fiducia sulle nuove generazioni. Ho visto ragazzi spaesati, poco consapevoli di sè stessi, dei propri punti di forza (pochi) e di debolezza (moltissimi). Ho visto ragazzi che non solo non sanno cosa cercano, ma nemmeno si preoccupano di nascondere questa deriva. Forse il mio modello di riferimento è così lontano dal loro che non riesco a capire il lato positivo di tutto questo, ma la sensazione che mi hanno lasciato è stata di grande timore per il loro futuro, che poi immancabilmente diventa il nostro futuro, il futuro di questa società. Avrei paura se pensassi di vedere un giorno in mio figlio, che oggi ha 10 anni, questa mancanza di prospettive, di visione, di ambizioni, quali che siano.

  11. capaci di darsi degli obiettivi personali e sacrificarsi per ottenerli (come mio figlio)…i 20-27enni saranno proprio loro a costruire il mondo nuovo!!!hai ragione gianluca, ed il nostro compito (soprattutto il mio) è quello di facilitarli!quando ascolto mio figlio sono sempre meravigliata delle sue capacità, motivazioni e del metodo e degli strumenti che adotta e cmq. sempre molto preoccupata per il futuro che, se non si cambia, gli si prospetta!cosetta

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