Grazie

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Condominio globale

No, perchè uno si aspetta la Spectre, agenti segreti alla Inception, piani internazionali per rovesciare governi, invece a leggere le anticipazioni dei documenti Wikileaks sembra di assistere a una puntata di Casa Vianello. Per altro rivelando delle cose che sanno anche i sassi. Per esempio Gheddafi, come fosse il tipo del quarto piano, usa il botox. Io francamente mi aspettavo che rivelassero almeno quello che tutti ormai sanno, cioè che Gheddafi, Renato Zero e Severus Pyton sono la stessa persona. Karzai? Un uomo "estremamente debole". Definirlo un presidente fantoccio di uno stato fantoccio sembrava troppo? Kim Jon-il? "E' flaccido". Ah, l'avete notato, eh? Netanyahu? "Elegante e affascinante" (quando lo 007 è donna). Insomma un grande condominio globale. E dell'inquilino che usa le scarpe con il rialzo? E' un inetto, che fa solo feste e ne fa troppe. Forse basta dare qualche colpo di manico di scopa al soffitto. Qui c'è gente che vuole riposare.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Ricevo tramite facebook questa nota di Marco Versiero, uno studioso di Leonardo da Vinci che apprezzo molto (e non solo io). La propongo così com'è, con il suo consenso.

Nonostante la propensione al confronto e al dialogo, connaturata alla mia indole, oggi ho dovuto constatare che ogni mio sforzo di penetrare il muro di gomma dell'estremismo ideologico dei pochi facinorosi studenti di sinistra (di una sinistra nella quale non mi riconosco), in grado di tenere in scacco un intero ateneo con il ricatto delle loro iniziative unilaterali – non preavvisate né concertate – è andato fallito a causa della violenza del loro atteggiamento e della indifferenza a qualsiasi idea o posizione non coincidente con la loro. Tolleranza, accettazione della diversità, cultura del dialogo pacifico: non dovrebbero essere questi i valori costitutivi di un autentico patrimonio ideologico di sinistra? Al mio appassionato proposito di assicurare ai miei studenti una regolare lezione di un corso universitario per il quale pagano tasse e al quale hanno un sacrosanto diritto (lezione nella quale – come sempre – uno sguardo critico e sensibile alla problematicità sociale e politica che stiamo vivendo avrebbe trovato una proficua occasione di sviluppo) è corrisposto soltanto il dileggio di chi ha ritenuto di volermi insultare sul piano personale, essendo peraltro del tutto disinformato circa il mio percorso di vita e professionale, segnato da sacrifici e precarietà ma da tanta sincera determinazione e motivazione. Eppure quanti volti noti fra loro: ragazzi e ragazze che seguendo i miei corsi o sostenendo esami con me si erano complimentati per la mia propensione al confronto, mi avevano ringraziato per la libertà e la passionalità del mio approccio.

Sono forse più di loro coinvolto nella drammatica messa a rischio di ogni aspettativa futura nel mondo della formazione accademica (io che ho fatto un dottorato senza borsa per tre anni, pagando per giunta le tasse; io che oggi sono un contrattista praticamente a titolo gratuito, essendo meramente simbolico il compenso corrispostomi per un insegnamento fondamentale) ma non accetterò mai che la partecipazione a una protesta possa essere pretesa o indotta coattivamente da un forzoso assedio, che peraltro ha risparmiato le sedi istituzionali dell'ateneo (presidenze di facoltà, rettorato, uffici amministrativi) e ha interessato unicamente la sede dove avrebbero dovuto avere luogo esami e lezioni, dunque colpendo l'anello più debole (e il più incolpevole), gli studenti.In nome di un diritto all'espressione del proprio legittimo dissenso non si può calpestare un altrui diritto; per invocare la libera manifestazione del proprio pensiero non si può censurare o ignorare chi la pensa diversamente. Ed è per me molto triste ammettere che, laddove su una linea di fondo sarei comunque in grado di condividere idee e valori etici e politici con quelle persone, sul piano della scelta delle modalità di affermazione degli stessi ci separa un abisso: MAI deciderò di adoperare la violenza verbale o fisica per imporre me stesso, MAI accetterò che altri possano così prevaricare la dignità mia e delle persone che oggi mi si sono strette intorno in un abbraccio solidale.

Ringrazio i miei studenti per aver insieme a me dato oggi una prova di fermezza e serenità, decidendo di trovare altrove uno spazio dove svolgere la nostra lezione. La nostra è stata una dimostrazione silenziosa di coerenza, di impegno, di produttività: consapevoli dei limiti e delle difficoltà sempre più avverse posti sui nostri rispettivi cammini (di docente, di studenti), abbiamo ritenuto di riunirci attorno a un tavolo e – prima di dar seguito alla nostra lezione – discutere l'accaduto, confrontarci, interrogarci sulle possibili alternative in gioco, sugli scenari che presumibilmente ci attendono.. in risposta a chi ci ha invece beffardamente irriso, tacciandoci di essere indifferenti al nostro presente e rifugiati in una dimensione irreale.Irreale, piuttosto, è forse la condizione di chi astrae e radicalizza idee e assunti di vita, finendo con l'accanirsi proprio contro la vita vera.

"non dà l'un porco all'altro porco doglia […]
solo l'uomo l'altr'uomo ammazza, crocifigge e spoglia"

(Machiavelli, "L'asino", c. 1518)

Non è Bob Kennedy (però se la cava bene)

Seconda puntata del saggio-racconto su Jean-Claude Izzo di Giancarlo Briguglia su Milano Nera. Siccome la settimana scorsa mi sono arrivati in privato complimenti personali per il saggio, ne approfitto per chiarire che Giancarlo non è un refuso, ma è proprio un'altra persona, cioè mio fratello. E se non sono Jack Kennedy non sono neanche Giancarlo, che se tanto mi dà tanto essendo mio fratello minore non è Bob Kennedy.

Be Italian. Punto e basta.

Non so a cosa si riferisca in concreto Luca Sofri nel suo post sugli italiani all'estero. I commenti di alcuni suoi lettori sono però quelli che saltano fuori sempre in questi casi. Mi è venuto in mente un vecchio post (che potrei postare periodicamente), scritto quando Celli e Napolitano hanno anche loro sbottato sulla questione. Lo ripropongo (video compreso), perchè la questione è sempre quella. E le lamentele non c'entrano nulla.

Ormai da qualche tempo si sta diffondendo un equivoco, quello che chi va a lavorare all'estero lo faccia per avere successo e chi resta in Italia lo faccia per generosità. Basta vedere i commenti dei lettori a qualsiasi blog o articolo on line, dove si trova l'immancabile "loro vanno via, noi rimaniamo qui a cercare di migliorare le cose, vadano vadano". Anche la lettera pubblica con cui Celli esortava il figlio a lasciare l'Italia in fondo si chiudeva con la stessa leggenda: sei generoso, non gliela darai vinta, rimarrai in Italia. Il retropensiero è "quelli che vanno all'estero gliela danno vinta". La risposta del presidente Napolitano a Celli, con l'appello ai giovani (Non andatevene, rimanete a migliorare il paese), a sua volta apre delle questioni. In entrambi i casi l'idea è che per quelli che vanno ci sia una vera alternativa nel rimanere. Con la disoccupazione che in alcune zone supera il 20 e il 30 % non si capisce dove sia l'alternativa per un cameriere o un muratore. Ma il sospetto è che non sia questo il tipo di emigrazione a cui si pensa quando si fanno certi discorsi, perchè ci si rivolge sempre ai laureati, ai ricercatori, a quelli che con infelice e urtante espressione vengono definiti "cervelli in fuga". La lamentela è un esercizio odioso e antieconomico, per questo cerco di non praticarla. Noto però che in Italia non sono mai riuscito a vincere un concorso in università, nè ci sono andato mai vicino (veramente in Italia non ci sono neppure i punteggi), invece all'estero ne ho vinti parecchi, e in parecchi altri sono andato vicino a vincere, e ho decine di colleghi che conosco personalmente con storie simili alla mia. Gli stipendi all'estero sono discreti, non ci si arricchisce, e in Italia molti di noi sarebbero pronti a lavorare anche prendendo la metà, ma l'alternativa non c'è, i posti vengono assegnati con altri criteri. Celli lo sa, perchè è rettore di un'università importante e deve anche sapere che chi va via non lo fa per ingenerosità. Quello che dice invece Napolitano mi risulta misterioso e un po'  mi inquieta. Perchè chi lavora all'estero non contribuirebbe a migliorare il Paese? Che cos'è il Paese, che cos'è l'Italia? Un territorio delimitato dai confini dello Stato? Ha senso fare quel discorso nell'epoca in cui le frontiere non ci sono più? Che idea di Italia ha il presidente degli Italiani? O forse crede che gli Italiani che lavorano all'estero non lavorino anche per l'Italia, non guardino costantemente all'Italia, ai suoi problemi, non cerchino il modo per dare un contributo e non lo facciano proprio lavorando come Italiani nei laboratori, nelle università estere? C'è una generazione di Italiani che si trova fuori dai confini nazionali, che cerca una sponda all'interno e dà una sponda a chi è all'interno, che non la dà vinta a nessuno, non recide le proprie relazioni e anzi le rafforza, non taglia i ponti ma anzi li crea, e che proprio per questo si sobbarca la responsabilità della propria professione, dei propri progetti e anche senza alcun dubbio dell'immagine dell'Italia all'estero. Chi lavora all'estero sa bene quanto positiva sia l'idea che si ha del nostro Paese, anche a volte basata sui luoghi comuni della bellezza e della creatività, della capacità di inventare; non ci si sente così tanto Italiani come quando si è fuori dall'Italia e quello che fai e il modo in cui lo fai sono visti comunque come "italiani" ("Be Italian", la canzone del video che metto in fondo e che ho trovato qui fa vedere anche la positività dei luoghi comuni sugli Italiani). Non è vero, come dicono alcuni, che il meglio dell'Italia oggi sia fuori dall'Italia. E' però sicuramente vero che fuori d'Italia c'è una generazione di italiani che lavora per sè e per il Paese (e per chi li ospita) e che ne è molto consapevole, che forse tornerà e continuerà a lavorare con queste finalità. Il presidente e Celli dovrebbero darci una mano. Seriamente. 
 

Un post post laboratorio (ai miei studenti di Milano)

Oggi si è concluso il mio seminario milanese (ma scrivo già da Parigi). Devo ringraziare gli studenti per il loro interesse e la loro intelligenza. E siccome abbiamo finito evocando Machiavelli, ripropongo questo vecchio post, dedicandolo a loro, in cui si riprende una sua famosa lettera che riassume l'anima dell'umanesimo e della sua lezione sempre attuale.

Mi è ripassata per le mani una delle più famose lettere di Machiavelli e una delle più belle. Quella in cui dice di aver scritto un "opuscolo De principatibus", cioè il Principe, che è uno di quei libri che segnano un prima e un dopo nella storia intellettuale. Lo scrive per dimostrare di essere degno di avere una occupazione, un lavoro, nello Stato fiorentino, che lo ha invece emarginato dopo un rovescio politico. Se i Medici leggessero quel libretto, capirebbero che "quindici anni, che io sono stato a studio all'arte dello stato, non gli ho né dormiti né giuocati" e si deciderebbero "a farmi voltolare un sasso". All'età di 43 anni, dopo 15 anni di lavoro come alto funzionario a Firenze, Machiavelli si trova senza lavoro e senza apparenti prospettive, isolato, in una situazione in cui – dice- "io mi logoro, e lungo tempo non posso stare cosí". Senza nessuna occupazione Machiavelli passa la giornata con la sua "brigata" di conoscenze estemporanee e con loro in osteria: "quivi è l'hoste, per l'ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m'ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi". Umiliato e "ingaglioffito", Machiavelli però non dimentica le ragioni del suo agire, delle sue aspirazioni, del suo scrivere: "Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro". Dialogare con gli antichi, per quello che di personale e universale hanno da dire, e tramite loro con tutti, e agire nella contemporaneità per comprenderla e trasformarla (l'umanesimo è tutto qui), questo era il senso del vivere per Machiavelli, che in fondo in questa lettera invita a tornare sempre alle ragioni delle proprie scelte, a non lasciare che il senso di sè e delle proprie aspirazioni rimanga inerte, a non interrompere il dialogo con la parte più autentica di se stessi, a non dimenticare la direzione e il senso della propria azione. Proprio per questo, in una realtà che è rimasta a Machiavelli ostile per molti anni, il suo lavoro è riuscito comunque a cambiare il senso della realtà. In queste settimane e mesi in cui si parla di conflitto generazionale, di cooptazioni violente, di contesti chiusi, di volgare mancanza di assunzione di responsabilità, ricordo o segnalo questa lettera a quei tanti amici e conoscenti bloccati nel lavoro, negli uffici, ricattati nelle università, nelle associazioni e nei partiti, appesi a un rinnovo contrattuale o a un battito di ciglio, ostacolati con le loro imprese o nelle loro imprese. Perchè non ci dimentichiamo quali sono le nostre personali "antique corti delli antichi uomini" e continuiamo a dialogare con esse.

(La lettera integrale qui) 

Félicitations

Nel mio intervento alla Leopolda di Firenze non avevo potuto fare a meno di citarla e avevo riferito in un post di qualche mese fa dell'unica altra volta che l'avevo sentita parlare. Ilda Curti è una delle poche persone che quando parlano spiegano davvero qualcosa e che mostrano quanto pensare sia un atto concreto e quanto il contrario di cinismo non sia idealismo, ma pragmatismo. Se ne sono accorti anche altri, visto che da oggi è cavaliere dell'Ordre National du Mérite di Francia. Complimenti.

Quella roba lì

Sento sempre più spesso l'espressione "è quella roba lì", nella forma "la tale persona è quella roba lì", o la "tale cosa, situazione, è quella roba lì". A proposito di una persona, per esempio, è inutile spiegare che vive insieme emotività e apparente sicurezza di sè, senso di inadeguatezza e aggressività, e quindi pone dei problemi, ha una sua difficile specificità, ma basta dire "Ad Antonio non ha senso parlare razionalmente e tranquillamente, bisogna scontrarsi, perché Antonio è quella roba lì". L'Italia è inemendabile per il suo miscuglio di corporativismo, familismo, conservazione e progresso? Basta dire "Inutile sbattersi, l'Italia è quella roba lì". Insomma "quella roba lì" vorrebbe indicare la complessità di una persona, la particolarità di un fenomeno, e in più implicitamente allude a una particolare intelligenza della situazione da parte di chi usa l'espressione, che con il "lì" vorrebbe addirittura mostrarti che la cosa l'ha maneggiata, l'ha vista, l'ha lavorata.
In realtà con "quella roba lì", chi parla si evita semplicemente di spiegare la complessità, sostituendola in scala 1:1 con la vaghezza. E inoltre chi usa l'espressione fa intendere di saperla molto lunga su "quella roba lì" e si evita di dare spiegazioni, di perdere tempo con idee alternative, di discutere, a meno che l'interlocutore non si impunti e non sia proprio convinto che "no, Antonio non è quella roba lì, è quella cosa là".

La cultura non si mangia

Il crollo della Casa dei Gladiatori è la confutazione più triste e clamorosa dell'affermazione del ministro dell'economia che "la cultura non si mangia". Pensiamo solo alla paura che ci ha preso nel sapere che tutto il mondo avrebbe saputo che un pezzettino di Pompei non c'era più, alla preoccupazione per i contraccolpi per i flussi turistici, che costituiscono una della industrie più fiorenti del paese (anche se sottoutilizzate). Rimaniamo sulla questione meramente economica: che cosa crediamo che acquistino in tutto il mondo quando comprano i nostri prodotti, il cibo, i vestiti, il design, pure le auto, se non l'Italia stessa? E che cos'è l'Italia se non quell'insieme di valori, idee, paesaggi, caratteristiche che danno vita anche alla sua economia e che sono la sua cultura? Facciamo un esperimento mentale: proviamo a pensare l'Italia senza Pompei, senza Colosseo, senza il Foro, senza la Basilica di San Marco, senza le torri di Bologna, senza san Giovanni degli Eremiti. Esperimento eccessivo, di certo, ma che ci dice qualcosa di una identità, la nostra, che è al contempo cultura ed economia, e che produce valore (economico). Ma questo non basta, il nesso tra cultura e economia è più forte ancora, perchè avere il primo patrimonio artistico del mondo non può limitarsi a detenere un immenso museo a cielo aperto (peraltro gestendolo così male). La tradizione culturale è la storia delle leaderships, delle decisioni prese, dei rischi corsi, delle assunzioni di responsabilità delle generazioni, di economie inventate e innovate, non è la storia di un museo. Tutta questa storia, che è economica, politica, artistica, di pensiero, si è sviluppata insieme e non avrebbe potuto essere altrimenti. Avrebbe potuto Giotto dipingere la cappella degli Scrovegni senza i banchieri di Padova? E avrebbero potuto i banchieri consolidare il proprio progetto politico e economico senza restituire alla città quell'opera meravigliosa, concepita come bene comune? Michelangelo avrebbe dipinto la Sistina senza il papa? E il papa avrebbe potuto governare universalmente senza quella sfida artistica e di potere?Leonardo da Vinci avrebbe disegnato i navigli senza un progetto di sviluppo economico del ducato di Milano? E senza il Rinascimento e la sua estetica, Galileo avrebbe mai capito che la Luna non è perfetta? La cultura si è sempre mangiata, nel nostro paese. Perchè la cultura è innovazione e leadership, è la premessa a qualsiasi processo economico (e anche sua conseguenza), è capacità di decidere.  Ed è ora di riattivare quel nesso, quel circolo virtuoso tra economia, istituzioni e cultura che è l'unico che può ridare un ruolo all'Italia.
E' curioso, nella storia europea il paese che è stato più volte e più costantemente all'avanguardia economica e culturale è senza dubbio l'Italia. E se potessimo fare una storia globale del mondo (anzichè solo quella europea) vedremmo che forse solo altre due aree sono state così costantemente ricche di esperienze e così costantemente protagoniste, la Cina e l'India. Proprio i due colossi, la più grande democrazia del mondo e il più popoloso paese del mondo, che oggi ci fanno così paura, sono gli unici con i quali si possa misurare il ruolo dell'Italia nella storia mondiale. E mentre la storia va avanti, noi qui, invece di misurarci con quello che possiamo fare, stiamo a chiederci se la cultura si mangia e vediamo crollare Pompei.