La cultura non si mangia

Il crollo della Casa dei Gladiatori è la confutazione più triste e clamorosa dell'affermazione del ministro dell'economia che "la cultura non si mangia". Pensiamo solo alla paura che ci ha preso nel sapere che tutto il mondo avrebbe saputo che un pezzettino di Pompei non c'era più, alla preoccupazione per i contraccolpi per i flussi turistici, che costituiscono una della industrie più fiorenti del paese (anche se sottoutilizzate). Rimaniamo sulla questione meramente economica: che cosa crediamo che acquistino in tutto il mondo quando comprano i nostri prodotti, il cibo, i vestiti, il design, pure le auto, se non l'Italia stessa? E che cos'è l'Italia se non quell'insieme di valori, idee, paesaggi, caratteristiche che danno vita anche alla sua economia e che sono la sua cultura? Facciamo un esperimento mentale: proviamo a pensare l'Italia senza Pompei, senza Colosseo, senza il Foro, senza la Basilica di San Marco, senza le torri di Bologna, senza san Giovanni degli Eremiti. Esperimento eccessivo, di certo, ma che ci dice qualcosa di una identità, la nostra, che è al contempo cultura ed economia, e che produce valore (economico). Ma questo non basta, il nesso tra cultura e economia è più forte ancora, perchè avere il primo patrimonio artistico del mondo non può limitarsi a detenere un immenso museo a cielo aperto (peraltro gestendolo così male). La tradizione culturale è la storia delle leaderships, delle decisioni prese, dei rischi corsi, delle assunzioni di responsabilità delle generazioni, di economie inventate e innovate, non è la storia di un museo. Tutta questa storia, che è economica, politica, artistica, di pensiero, si è sviluppata insieme e non avrebbe potuto essere altrimenti. Avrebbe potuto Giotto dipingere la cappella degli Scrovegni senza i banchieri di Padova? E avrebbero potuto i banchieri consolidare il proprio progetto politico e economico senza restituire alla città quell'opera meravigliosa, concepita come bene comune? Michelangelo avrebbe dipinto la Sistina senza il papa? E il papa avrebbe potuto governare universalmente senza quella sfida artistica e di potere?Leonardo da Vinci avrebbe disegnato i navigli senza un progetto di sviluppo economico del ducato di Milano? E senza il Rinascimento e la sua estetica, Galileo avrebbe mai capito che la Luna non è perfetta? La cultura si è sempre mangiata, nel nostro paese. Perchè la cultura è innovazione e leadership, è la premessa a qualsiasi processo economico (e anche sua conseguenza), è capacità di decidere.  Ed è ora di riattivare quel nesso, quel circolo virtuoso tra economia, istituzioni e cultura che è l'unico che può ridare un ruolo all'Italia.
E' curioso, nella storia europea il paese che è stato più volte e più costantemente all'avanguardia economica e culturale è senza dubbio l'Italia. E se potessimo fare una storia globale del mondo (anzichè solo quella europea) vedremmo che forse solo altre due aree sono state così costantemente ricche di esperienze e così costantemente protagoniste, la Cina e l'India. Proprio i due colossi, la più grande democrazia del mondo e il più popoloso paese del mondo, che oggi ci fanno così paura, sono gli unici con i quali si possa misurare il ruolo dell'Italia nella storia mondiale. E mentre la storia va avanti, noi qui, invece di misurarci con quello che possiamo fare, stiamo a chiederci se la cultura si mangia e vediamo crollare Pompei.

Peggio del Vesuvio

Se Pompei crolla e nessuno viene sollevato dal proprio incarico e nessuno si dimette (e non dico Bondi, non lo so se Bondi, ma qualcuno che ha una responsabilità diretta -forse Bondi), vuol dire chiaramente che l'Italia non è in grado, per come si è organizzata, di individuare dei compiti e delle responsabilità, cioè non in grado di difendere il proprio patrimonio, che quindi è in pericolo. Allora sarebbe davvero il caso che intervenisse qualcun altro, l'Unesco, l'Unione Europea, l'Onu. Non è patrimonio dell'umanità Pompei? Cediamola, 'sta sovranità.