Un post post laboratorio (ai miei studenti di Milano)

Oggi si è concluso il mio seminario milanese (ma scrivo già da Parigi). Devo ringraziare gli studenti per il loro interesse e la loro intelligenza. E siccome abbiamo finito evocando Machiavelli, ripropongo questo vecchio post, dedicandolo a loro, in cui si riprende una sua famosa lettera che riassume l'anima dell'umanesimo e della sua lezione sempre attuale.

Mi è ripassata per le mani una delle più famose lettere di Machiavelli e una delle più belle. Quella in cui dice di aver scritto un "opuscolo De principatibus", cioè il Principe, che è uno di quei libri che segnano un prima e un dopo nella storia intellettuale. Lo scrive per dimostrare di essere degno di avere una occupazione, un lavoro, nello Stato fiorentino, che lo ha invece emarginato dopo un rovescio politico. Se i Medici leggessero quel libretto, capirebbero che "quindici anni, che io sono stato a studio all'arte dello stato, non gli ho né dormiti né giuocati" e si deciderebbero "a farmi voltolare un sasso". All'età di 43 anni, dopo 15 anni di lavoro come alto funzionario a Firenze, Machiavelli si trova senza lavoro e senza apparenti prospettive, isolato, in una situazione in cui – dice- "io mi logoro, e lungo tempo non posso stare cosí". Senza nessuna occupazione Machiavelli passa la giornata con la sua "brigata" di conoscenze estemporanee e con loro in osteria: "quivi è l'hoste, per l'ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m'ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi". Umiliato e "ingaglioffito", Machiavelli però non dimentica le ragioni del suo agire, delle sue aspirazioni, del suo scrivere: "Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro". Dialogare con gli antichi, per quello che di personale e universale hanno da dire, e tramite loro con tutti, e agire nella contemporaneità per comprenderla e trasformarla (l'umanesimo è tutto qui), questo era il senso del vivere per Machiavelli, che in fondo in questa lettera invita a tornare sempre alle ragioni delle proprie scelte, a non lasciare che il senso di sè e delle proprie aspirazioni rimanga inerte, a non interrompere il dialogo con la parte più autentica di se stessi, a non dimenticare la direzione e il senso della propria azione. Proprio per questo, in una realtà che è rimasta a Machiavelli ostile per molti anni, il suo lavoro è riuscito comunque a cambiare il senso della realtà. In queste settimane e mesi in cui si parla di conflitto generazionale, di cooptazioni violente, di contesti chiusi, di volgare mancanza di assunzione di responsabilità, ricordo o segnalo questa lettera a quei tanti amici e conoscenti bloccati nel lavoro, negli uffici, ricattati nelle università, nelle associazioni e nei partiti, appesi a un rinnovo contrattuale o a un battito di ciglio, ostacolati con le loro imprese o nelle loro imprese. Perchè non ci dimentichiamo quali sono le nostre personali "antique corti delli antichi uomini" e continuiamo a dialogare con esse.

(La lettera integrale qui) 

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