Be Italian. Punto e basta.

Non so a cosa si riferisca in concreto Luca Sofri nel suo post sugli italiani all'estero. I commenti di alcuni suoi lettori sono però quelli che saltano fuori sempre in questi casi. Mi è venuto in mente un vecchio post (che potrei postare periodicamente), scritto quando Celli e Napolitano hanno anche loro sbottato sulla questione. Lo ripropongo (video compreso), perchè la questione è sempre quella. E le lamentele non c'entrano nulla.

Ormai da qualche tempo si sta diffondendo un equivoco, quello che chi va a lavorare all'estero lo faccia per avere successo e chi resta in Italia lo faccia per generosità. Basta vedere i commenti dei lettori a qualsiasi blog o articolo on line, dove si trova l'immancabile "loro vanno via, noi rimaniamo qui a cercare di migliorare le cose, vadano vadano". Anche la lettera pubblica con cui Celli esortava il figlio a lasciare l'Italia in fondo si chiudeva con la stessa leggenda: sei generoso, non gliela darai vinta, rimarrai in Italia. Il retropensiero è "quelli che vanno all'estero gliela danno vinta". La risposta del presidente Napolitano a Celli, con l'appello ai giovani (Non andatevene, rimanete a migliorare il paese), a sua volta apre delle questioni. In entrambi i casi l'idea è che per quelli che vanno ci sia una vera alternativa nel rimanere. Con la disoccupazione che in alcune zone supera il 20 e il 30 % non si capisce dove sia l'alternativa per un cameriere o un muratore. Ma il sospetto è che non sia questo il tipo di emigrazione a cui si pensa quando si fanno certi discorsi, perchè ci si rivolge sempre ai laureati, ai ricercatori, a quelli che con infelice e urtante espressione vengono definiti "cervelli in fuga". La lamentela è un esercizio odioso e antieconomico, per questo cerco di non praticarla. Noto però che in Italia non sono mai riuscito a vincere un concorso in università, nè ci sono andato mai vicino (veramente in Italia non ci sono neppure i punteggi), invece all'estero ne ho vinti parecchi, e in parecchi altri sono andato vicino a vincere, e ho decine di colleghi che conosco personalmente con storie simili alla mia. Gli stipendi all'estero sono discreti, non ci si arricchisce, e in Italia molti di noi sarebbero pronti a lavorare anche prendendo la metà, ma l'alternativa non c'è, i posti vengono assegnati con altri criteri. Celli lo sa, perchè è rettore di un'università importante e deve anche sapere che chi va via non lo fa per ingenerosità. Quello che dice invece Napolitano mi risulta misterioso e un po'  mi inquieta. Perchè chi lavora all'estero non contribuirebbe a migliorare il Paese? Che cos'è il Paese, che cos'è l'Italia? Un territorio delimitato dai confini dello Stato? Ha senso fare quel discorso nell'epoca in cui le frontiere non ci sono più? Che idea di Italia ha il presidente degli Italiani? O forse crede che gli Italiani che lavorano all'estero non lavorino anche per l'Italia, non guardino costantemente all'Italia, ai suoi problemi, non cerchino il modo per dare un contributo e non lo facciano proprio lavorando come Italiani nei laboratori, nelle università estere? C'è una generazione di Italiani che si trova fuori dai confini nazionali, che cerca una sponda all'interno e dà una sponda a chi è all'interno, che non la dà vinta a nessuno, non recide le proprie relazioni e anzi le rafforza, non taglia i ponti ma anzi li crea, e che proprio per questo si sobbarca la responsabilità della propria professione, dei propri progetti e anche senza alcun dubbio dell'immagine dell'Italia all'estero. Chi lavora all'estero sa bene quanto positiva sia l'idea che si ha del nostro Paese, anche a volte basata sui luoghi comuni della bellezza e della creatività, della capacità di inventare; non ci si sente così tanto Italiani come quando si è fuori dall'Italia e quello che fai e il modo in cui lo fai sono visti comunque come "italiani" ("Be Italian", la canzone del video che metto in fondo e che ho trovato qui fa vedere anche la positività dei luoghi comuni sugli Italiani). Non è vero, come dicono alcuni, che il meglio dell'Italia oggi sia fuori dall'Italia. E' però sicuramente vero che fuori d'Italia c'è una generazione di italiani che lavora per sè e per il Paese (e per chi li ospita) e che ne è molto consapevole, che forse tornerà e continuerà a lavorare con queste finalità. Il presidente e Celli dovrebbero darci una mano. Seriamente.