No-JK & Friends

Questo blog ha i suoi lettori (sempre di più), ma certo non è una star del web. Mi fanno però notare che i post sono spesso molto condivisi su facebook e hanno delle loro traiettorie di lettura inaspettate. Il blog non ha una pagina facebook, ma il suo autore sì. Per chi, tra lettori vecchi e nuovi, volesse condividere idee e discussioni anche nel social network: http://it-it.facebook.com/briguglia

Nei prossimi giorni, per impegni di lavoro, sarò a Monaco di Baviera. Forse per qualche giorno (pochi) avrò difficoltà ad aggiornarlo.

Paure e paure

Olga confessa una sua antipatia per Garibaldi e per chi non si ricorda dei moti delle città del 1848 (ma nel '48 Garibaldi non era proprio a difendere la repubblica romana?) e facendoci esplicitamente il verso si autoaccusa di aver paura della retorica (però quella da processo di Frine in forma di musical).
Intanto i leghisti lombardi, che si distinguono sempre per acume e inventiva, chiedono ufficialmente in consiglio regionale che alle celebrazioni dei 150 anni sia presente il console austriaco come parte lesa.

Chi ha paura della retorica?

Non c'è un altro paese che come l'Italia abbia paura della retorica e accusi ogni discorso che si stacchi minimamente dall'ordinario di essere retorico. Non c'è scampo. Si parla dei 150 anni? Retorica. Si parla d'Italia e delle sue possibilità? Retorica. Certo pesa ancora culturalmente l'abbuffata fascista, che ha distrutto in un solo colpo il paese e la retorica nazionale. Tuttavia ci abbiamo messo del nostro, coltivando sostanzialmente un'idea della retorica molto simile a quella del "Processo di Frine", qui di seguito (da vedere almeno il primo paio di minuti e la conclusione dal minuto 7.15):


 

Ma "retorica" non indica solo un discorso vuoto e ampolloso, pieno di paroloni inutili e ricercati. Il significato originario indica le regole per comporre un discorso persuasivo, a fini giudiziari o politici, che muova all'azione e alla decisione. In questo senso è ancora uno degli strumenti, forse il principale, del discorso pubblico e politico ed è ancora validissima la massima dei retori antichi secondo cui gli oratori si dividono in due categorie, quelli di cui si dice, alla fine del loro discorso, "come ha parlato bene" e quelli per cui alla fine del discorso i cittadini senza dire niente sono spinti a compiere azioni (o a pensare qualcosa di nuovo, aggiungerei).
Ma per spingere all'azione spesso si devono evocare valori più profondi, comuni appartenenze, emozioni. Tutto quello che per noi italici, appunto, è "retorica". Non è così per il discorso pubblico di altri paesi. Si pensi ai discorsi di John Kennedy, o addirittura a quelli di Martin Luther King, zeppi di riferimenti biblici e religiosi.
E i discorsi della campagna elettorale di Obama, con quel continuo riferirsi a Mosè, al cammino da fare, alle visioni lontane? Li avremmo squalificati in 5 minuti (di seguito il video con sottotitoli italiani). E con i suoi anche quelli dei presidenti francesi e di certi discorsi pubblici da commonwealth britannico.

Peraltro il bel film "Il discorso del Re", appena uscito, parla proprio del dramma di un re che non può essere oratore, proprio nel momento in cui il paese ha più bisogno di una voce e di un discorso in cui riconoscersi. Del resto ottima retorica la troviamo proprio nei film, e paghiamo il biglietto per poterla ascoltare. "V per Vendetta", che è stato un cult degli anni 2000, tanto da venire ripreso e riadattato molto bene anche dal popolo viola (il video è qui), ha come protagonista – ricordiamolo – un uomo in maschera seicentesca, in omaggio a un dinamitardo cattolico inglese del XVII secolo che voleva far saltare il parlamento perchè aveva messo fuori legge i cattolici. Storia patria insomma, cose che a noi fanno accaponare la pelle. Il retoricissimo discorso centrale del film non può essere caricato sul blog, ma si può vedere qui.
La retorica insomma, quando è legata alla conoscenza della cose (lo diceva Cicerone), ha la capacità di creare un mondo comune, di filtrare possibilità e progetti (e da qui nasce anche la sua pericolosità).
Per questo la retorica (questa sì vuota e ampollosa) dell'antiretorica mi sembra sempre più pericolosa nel nostro contesto. Impedendo un discorso pubblico basato anche su valori che si richiamano alla storia comune, che è uno dei patrimoni più importanti della retorica (come si vede nel discorso di Obama, ma anche nei film citati), il risultato non è la capacità di andare dritto al cuore "delle cose importanti", non retoriche, non è la soluzione dei problemi, ma al contrario l'eliminazione di una "regola" linguistica pubblica, l'eliminazione di un vincolo etico-linguistico per chi parla pubblicamente.
Se fosse la mancanza di una retorica condivisa uno dei problemi del discorso pubblico italiano? Un dei primi ad accorgersene è stato proprio Bossi, che ha inventato un passato che non c'era e lo ha arricchito di una retorica che come stile e tecnica viene direttamente dal Risorgimento.

Si tratta in questo caso di una sorta di atto performativo vuoto, del 1996, quindici anni fa, anche perchè non poggia su un dato concretamente storico. Da allora Bossi ha governato per due legislature lo stato italiano e quella retorica non è riuscita a spostare di un millimetro la percezione delle cose e dei problemi, rimanendo inerte. Ma ciò non toglie interesse al tentativo linguistico. I partiti di sinistra hanno nel frattempo del tutto sottostimato l'importanza del linguaggio, non solo per una naturale e malintesa diffidenza per la retorica, ma perchè la retorica dell'antiretorica del centrodestra è stata più forte e si è imposta. Almeno fino a oggi.
I 150anni dell'unità sono un'ottima occasione per riprendere contatto con la storia del nostro paese, e a conti fatti la storia di come il paese si è costituito e del secolo e mezzo successivo non è per nulla una brutta storia. Sarebbe una possibilità di riflessione sprecata (pensiamo solo a come la valorizzerebbero americani e francesi) se giudicassimo celebrazioni e festa del 17 marzo e del 2 giugno (che è la vera festa internazionale) solo come retorica, nel senso di De Sica, e un po' di retorica, per una volta, anche nelle sue manifestazioni più emozionali, anche un po' all'italiana, può aiutarci a dare un po' di coraggio alle nostre scelte e alle decisioni collettive, che prima o poi dovremo prendere.

Osservazioni su una nota filosofica

Nella rubrica “Note e discussioni” della Rivista di storia della filosofia (4/2010) è apparsa un’interessante nota di Massimo Parodi su “Metafora e storia. A proposito di Borges e La ricerca di Averroè”.

Il rapporto tra filosofia e storia della filosofia, tra la contemporaneità dello studioso e le tematiche che affronta nella ricostruzione storica, le implicazioni ideologiche spesso tacite di certe impostazioni, sono i fuochi della nota, le promesse. E l’Averroè di Borges, che Parodi illustra con eleganza districandosi nella complessità costitutiva di quel racconto, serve proprio, a quanto capisco, a tematizzare il problema della traducibilità di un universo concettuale in un altro.
 
Infatti l’Averroè borgesiano si trova di fronte alla difficoltà della traduzione di due parole della Poetica di Arisotele, “tragedia” e “commedia”, delle quali “nessuno, nell’ambito dell’Islam, aveva la più piccola idea di quel che volessero dire”. Superare le differenze fra due mondi tramite la costruzione di analogie è allora una delle linee percorse da Averroè-Borges e conduce anche al rapporto tra il particolare dell’esperienza e l’universale di una definizione, di una comprensione generale che consenta il passaggio da un mondo all’altro.
 
Ma ciò che c’è in gioco è proprio la distinzione tra analogia, metafora e simbolo. L’analogia tiene presenti le diversità, le divaricazioni, il particolare, affrontando il rischio disperante di un’infinità di paragoni possibili; dall’altra parte c’è la metafora, cioè l’ambizione, nel caso di Averroè-Borges, di trovare, come spiega Parodi, “la parola che, grazie alla mediazione di un mondo eterno di significati, possa essere usata al posto di una parola nell’altra lingua, basandosi su una regola di portata universale che consenta all’instabilità dell’analogia di convertirsi in una nozione universale di valore metafisico”. Ma a questo punto, la vicenda stessa di Averroè, diventa a sua volta “simbolo” di chi la scrive, Borges, che in fondo parla proprio di se stesso, come svela alla fine del racconto. Rimando alla nota di Parodi per gli ulteriori necessari dettagli di quest’interpretazione.
 
Ma allora qual è la lezione che se ne trae? Che relazione c’è tra le considerazioni borgesiane e la scrittura della storia? Qui la nota di Parodi non mi convince. L’autore giustamente mette in guardia dal rischio del “pensiero analogico” in storia della filosofia (o in storia tout court), o meglio dal rischio che la necessaria analogia, cioè il rapporto (se capisco bene) tra il presente dello storico, inteso anche come le idee e le ideologie che lo animano, come le sue domande, e il passato, diventi metafora, assolutizzazione, coincidenza tra il suo ora e il passato. In questo senso la lezione di Borges può essere certamente utile, anche se esistono pure strumenti diversi e un imponente dossier di dibattiti sul tema (come Parodi m’insegna).
 
Ciò che non è convincente sono gli esempi e una definizione, da cui la nota prende vita. Parodi cita un film, Agorà, su Ipazia, e un libro di storia, scritto quindi da uno storico, Aristote au Monte Saint-Michel di S. Gouguenheim (e condivido con Parodi la stranezza del titolo italiano, come scrivevo qui mesi fa).

Le due ricostruzioni sarebbero accomunate in sostanza dall’essere metafore di concezioni contemporanee, al di là del loro rapporto con la storia che vogliono descrivere, nel caso di Ipazia “metafora del pensiero laico”, nel caso di Gouguenheim si parla invece del confronto fra Islam e Cristianesimo.
Stessa metaforicità viene attribuita agli “oppositori” di Gouguenheim (Parodi cita come esempio Les Grecs, les Arabes et nous, a cura di Buettgen, de Libera, Rosier-Catach).
In questa recente polemica francese allora “non si stanno semplicemente segnalando analogie fra situazioni storiche diverse, lontane nel tempo (…); si stanno sovrapponendo, si usa l’una per parlare dell’altra e la metafora tende a trasformarsi in simbolo”.

Ma è evidente che siamo in presenza di testi che hanno rapporti diversi con il passato.
Il “testo” cinematografico non ha infatti pretesa storiografica, direi per definizione. Lo spettatore e il lettore lo sanno. Possono forse bearsi nella domanda speranzosa “ma è andata proprio così?”, ma in nessun modo richiedono al testo un livello di autorità e uno statuto epistemologico di ricostruzione “forte” del passato (come nell’altro bellissimo film recente “La papessa Giovanna”). In questo senso la metafora e il simbolo non sono rischi, sono l’espressione artistica e intellettuale di un lavoro. (Qualcosa di simile può essere detto del testo di Borges).

Un libro di storia, scritto da uno storico di professione, un accademico, ha invece un altro livello autoritativo, può essere bensì un sogno, “ma un sogno regolato”, come diceva Duby, cioè sottomesso a un perimetro di regole.
Non ha a disposizione un armamentario infinito di “analogie” e il metodo scientifico storico, condiviso da una comunità, ha già in sé gli strumenti per portare a equilibrio le domande dello storico e (almeno in una certa misura) i dati a disposizione, quantomeno in una forma negativa: moltissime interpretazioni sono possibili, ma non un numero infinito e non tutte quelle proposte. Se un manoscritto è del XIII secolo, non si può pensare che sia stato scritto nell’XI (si può però dire che sia copia di uno dell’XI) e fondare su questo un'interpretazione storica funzionante.

In questo senso, il film su Ipazia è inconfutabile, il libro di Gouguenheim no, perché esiste una comunità che condivide le “regole del sogno” (ciò non toglie che un testo di storia possa generare una serie di metafore e simboli nel dibattito che genera, ad altri livelli).

Quindi i livelli di metaforicità consentita tra testo e testo, negli esempi della nota, sono molto diversi. Il problema è però l’associazione stessa della parola “metafora” a certi dibattiti, che si desume da quanto dice Parodi: “Esprimere le proprie posizioni teoriche attribuendole ad altri, sovrapporre le proprie interpretazioni a interpretazioni avanzate in altri periodi storici, accostare periodi lontani sulla base di possibili analogie: si tratta di proposte teoriche che in termini generali potrebbero essere definite, in modo forse vago ma fondato, ‘chiamare una cosa con il nome di un’altra’. Ma questa è la definizione forse più diffusa nella storia della figura retorica che prende il nome di ‘metafora’”.

Si potrebbe obiettare che se tutte le metafore “chiamano una cosa col nome di un’altra”, non tutte le volte che si chiama una cosa col nome di un’altra si ha una metafora. Cioè mi pare che l’interpretazione di Parodi giochi su una attribuzione di metaforicità a certi testi e dibattiti, che è a sua volta del tutto metaforica.
Procedimento consentito, anche se a mio avviso esso genera ambiguità, che finisce con il rafforzare l’idea che Parodi vorrebbe combattere, e cioè che un elemento dato possa diventare metafora di ogni cosa, riducendo la storia a poetica e lasciandola preda di ideologie e di interessate filosofie della storia.

Donne e uomini

Sembra quasi incredibile, ma il dibattito che si è aperto attorno alla "questione femminile" in vista delle manifestazioni di domani in tutta Italia (e al di là della protesta contro l'oppressione sessista berlusconiana) mi è sembrato un dibattito vero. Perfino certe affermazioni ingenue mi sono sembrate utili, nella loro sincerità. Come la breve nota su facebook di un politico, impegnato nei diritti civili, che si è lamentato che a difendere le donne sono in tv sempre gli uomini, come a denunciare una sorta di maschilismo sotterraneo anche in chi si rende conto dell'emergenza di un problema dei generi. E l'ingenuità non sta tanto nel fatto che anche il politico in questione è un uomo e con l'affermazione stessa sembra esercitare una sorta di tutela intellettuale sulla donna (il commento di una lettrice: "E tu che te ne lamenti non sei uomo?"), quanto soprattutto nel rafforzare implicitamente l'idea che la condizione femminile sia un problema delle donne e che quindi spetti solo a loro parlarne. Niente affatto. E forse se ne può addirittura parlare anche portando con sè ed esplicitando, senza averne paura e senza assolutizzazioni, quel latente maschilismo che affetta molti di noi. Che differenza c'è tra il maschile e il maschilismo? Come va definito il maschilismo? E' al livello del linguaggio che la questione va risolta? Come non cadere nelle secche del politically correct? Questione femminile e questione maschile in questo senso sono assolutamente legate.
Ecco perchè domani spero che ci siano tante donne e tanti uomini a manifestare. Perchè non è più accettabile, per donne e uomini, che si viva in una società comune che discrimina un genere, che ne limita di fatto le possibilità di azione, che ostacola la libera realizzazione di sè, che consente un'asimmetria tra i sessi che si trasforma in una diminuzione per tutti. Il dibattito è appena (ri)cominciato e la confusione, la frammentazione, l'ingenuità delle domande su cui si articola (a partire dalle mie) questa volta sono segno di sincerità e di possibilità di miglioramento.

Un pezzettino d’Italia (a Parigi)

Con l'esclusiva intenzione di salutare un vecchio amico, sono andato ieri sera a sentire senza particolari aspettative la presentazione, affollatissima, del libro di Cavalli "Nomi Cognomi e Infami", organizzata dal Pd di Parigi (Beatrice Biagini) e dall'Associazione Libera (Maria Chiara Prodi). A parlare del libro c'erano appunto Pippo Civati, Francesco Piccinini e l'autore, Giulio Cavalli. La serata è stata una sorpresa assoluta. In primo luogo la storia di Cavalli, che non conoscevo. Attore e scrittore teatrale, in politica (con l'IdV) da poco, consigliere regionale della Lombardia, vive sotto scorta, si badi bene, proprio in quanto attore e scrittore teatrale che si occupa di mafia e 'ndrangheta in Lombardia (e proprio questo aspetto si è trasformato successivamente in impegno politico).  Dà al tempo stesso sollievo e incredulità sapere che le parole, l'ironia, l'informazione, rappresentano per le mafie un pericolo reale, concreto. E sapere che c'è qualcuno in grado di percorrere queste vie, anche a un prezzo così alto, ci restituisce il senso dell'esistenza di un presidio culturale e civile potenzialmente in grado di cambiare la direzione stessa della nostra convivenza civile.
Non conoscevo neppure Francesco Piccinini, anche se avevo sentito parlare del suo AgoraVox, seguitissimo sito di giornalismo partecipativo. E sono grato a Francesco per come ci ha successivamente raccontato, a serata tarda, dopo la manifestazione, come ha realizzato, con semplicità e serietà estreme, lo scoop recentissimo (unico in Italia e superando la BBC) di un'intervista ad Assange (qui la prima e la seconda parte, dove racconta anche le modalità dell'incontro). Chi mi segue sa che non scrivo spesso post così, ma insomma sapere che c'è gente che sa fare il proprio mestiere e che considera che farlo bene sia un valore, in certi momenti rincuora e racconta un'altra storia dell'Italia.

Attorno a un dibattito su economia e scolastica

Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di moderare un dibattito all'Università di Paris 1 Panthéon-Sorbonne sul pensiero economico della Scolastica (semplificando molto, per "scolastica" possiamo intendere il sistema di produzione del sapere, insegnamento e ricerca, nelle università medievali), nell'ambito di un interessante convegno organizzato da Dominique Iogna-Prat su "Ecclésiologie et histoire sociale : le problème de l’'économie' chrétienne dans l’Occident médiéval".
Già parlare di “pensiero economico” della Scolastica pone problemi e impone quasi giustificazioni. La storia del pensiero economico (che ovviamente è diversa dalla storia dell’economia) come disciplina sembra infatti averci convinto che la riflessione sull’economia nasca con Smith nel XVIII secolo, o giù di lì, lasciando ai secoli precedenti il compito di “anticipare” o “precorrere” confusamente e intuitivamente concetti e idee che solo dopo sarebbero stati chiariti e resi scientifici. Il punto interessante è proprio questo e cioè lo statuto di scienza che la riflessione economica moderna e contemporanea si è attribuita, a costo però di negarsi qualsiasi storicità costitutiva, relegando appunto al ruolo di anticipazione qualsiasi pensiero economico precedente. In questo senso la Scolastica non potrebbe avere una riflessione economica, perché lega l’economia a un universo concettuale radicalmente diverso dal nostro, perché ne lega le ragioni ad elementi etici, metafisici, addirittura teologici.
Ma proprio per questo allora (è la posizione di Sylvain Piron – ricercatore all’EHESS che sta per dare alle stampe l'edizione critica del De contractibus del teologo francescano Pietro di Giovanni Olivi – con cui, tra gli altri, ho potuto discutere pubblicamente) “possiamo giocare la carta della Scolastica in relazione all’economia contemporanea”.
Naturalmente non si tratta di pensare “scolasticamente” l’economia di oggi, ma di mostrare come l’economia per la sua natura sociale possa dare vita a modelli e concezioni diversissime tra loro. Si tratta di far vedere che la riflessione economica ha una sua intima storicità che non può non essere riconosciuta. Ed è importante, a mio avviso, pensare non tanto alla continuità con i modelli del passato, che si ridurrebbero ad “anticipazioni” casuali, ma sottolineare l’irriducibile diversità di quei paradigmi, per far comprendere che anche l’economia è un sapere, per così dire, umanistico, una scienza sì, ma dei comportamenti individuali e delle scelte collettive, in cui l’etica (intesa come studio dei comportamenti appunto) e la razionalità del calcolo sono tutt’altro che separati, ma anzi interagiscono influendo uno sull’altro. E in fondo per rendersene conto basterebbe pensare alla favola della totale “razionalità” dei comportamenti economici, un mito otto-novecentesco (quindi storico anch’esso) che però ancora pervade l’immaginario collettivo, o anche all’espressione “capitalismo compassionevole”, molto di moda tra i neocon americani nel decennio scorso, in cui alla totale libertà e deregolazione del mercato si associava non un sistema di regole di difese sociali, ma un dovere di “compassione” sociale nei confronti dei più svantaggiati, cioè si mitigava con un concetto morale (o forse moralistico) l’assenza di razionalità di alcune scelte economiche che un’élite della politica e della finanza stava operando preparando la crisi globale.
 

Letteralità del berlusconismo

Finalmente c'è nel paese una visibile opposizione culturale e politica a Berlusconi e soprattutto al berlusconismo Le manifestazioni di queste settimane la rendono chiara e comprensibile. Ed è Berlusconi stesso che l'ha originata. E non è un paradosso (come spiego in un mio libro sull'Italia che uscirà il mese prossimo). Abbiamo pensato a Berlusconi come il gigante Morgante del poema comico quattrocentesco del Pulci. Un gigante smisurato che assorbe ogni smisurato attacco contro di lui, che fa da albero maestro nella nave in tempesta e la porta poi in salvo nuotando e tirandola da solo con delle funi. Un gigante smisurato che però muore appena mette piede sulla spiaggia perchè viene pizzicato da un granchietto. E il granchietto in questo caso, il punto di svolta, è stato scoprire come l'immaginario erotico del presidente coincida alla lettera con le immagini delle sue televisioni. Scoprire che Drive in, che ha inventato un codice con tutte le sue conseguenti propaggini televisive fino a oggi, va inteso non come un linguaggio, una rappresentazione, uno scarto ironico su un tipo di immaginario sessuale che risale in fondo agli anni '60 (a un certo mondo degli anni '60), ma va piuttosto assunto nella sua letteralità – non rimanda ad altro, non rappresenta ma semplicemente espone, esibisce – sta avendo la funzione del granchietto che uccide Morgante. Sì, perchè sapere che l'uomo più ricco e potente d'Italia vive  e ambisce a vivere come dentro Drive in, di colpo ci consegna  un senso della realtà presentato appunto nella sua nuda letteralità. E quando un linguaggio, un modello, una rappresentazione, si svelano come lettera oltre la quale non c'è altro, si trasformano in oppressione, in imposizione, in giudizio. E' questa letteralità che sta inducendo molti a riflettere, di fatto, sul valore intimamente politico di queste vicende. Si può vivere in un sistema di oppressione in cui le donne sono solo, letteralmente, degli oggetti? In un sistema di oppressione in cui gli uomini, se non seguono il potere e la ricerca del potere e del denaro, sono, letteralmente, meno che oggetti? In cui chi è più forte perchè più ricco e più potente ha sempre, letteralmente, ragione? In cui chi non ha conoscenze di famiglia non ha, letteralmente, alcuna chance di progredire socialmente? E si può ancora consegnare il paese a chi è a sua volta  così strettamente governato da questo senso della realtà?
La letteralità dell'immaginario berlusconiano assomiglia sempre di più al perimetro di uno spazio angusto che ci opprime. Il sistema che ha creato (sostenuto da interessi che rimarranno anche quando lui non ci sarà più) non è che un cinta muraria stretta che ci tiene chiusi, non è che la traduzione in termini politici, sociali, culturali di quell'immaginario sessuale che è oppressione per tutti, donne e uomini. Ora che il re è nudo (però per favore non fateci vedere le foto) sono veramente in molti a voler abbattere la lettera che opprime, per trovare un respiro che ci rivivifichi.