Vado in America (ma torno)

Sarò da domani negli Stati Uniti per una decina di giorni. Prima a Chicago, al Convegno annuale della Midwest Political Science Association, giovedi come "discussant" di due conferenze su aspetti particolari dell'idea di impero nella teoria politica medievale, e sabato con una mia relazione su "Political Languages, Models and Metaphors in Medieval Political Thought".
La settimana successiva sarò invece a Princeton, invitato dall'Institute for Advanced Studies (School of Historical Studies) a partecipare a un progetto di ricerca estremamente interessante, sulla Trasmissione delle idee rivoluzionarie dal mondo islamico all'Europa (dal medioevo fino al 1650). Si tratta di un progetto comparativista, per così dire, metodologicamente molto impegnativo perchè richiede la presenza di specialisti in aree molto diverse, con testi e documenti di riferimento differenti (e scritti in una molteplicità di lingue) e quindi anche un lavoro di organizzazione e di direzione dei lavori e dei risultati che sono curiosissimo di vedere all'opera. Partecipo con due distinte relazioni su certi aspetti particolari di teoria politica tardomedievale e di ricezione di fonti specifiche, e con il lavoro comune che ne consegue, ma soprattutto sono felice di imparare non sole cose nuove, ma una metodologia molto stimolante. Poi a New York, due giorni, a vedere delle cose. Cercherò di aggiornare il blog, anche se forse in modo un po' discontinuo.

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Chi ci spiega la strategia italiana in Libia?

Diciamo la verità: dal 2003, anno in cui l'embargo alla Libia è stato revocato, l'Italia non è stato l'unico paese a stendere il tappeto rosso a Gheddafi o a visitare la sua tenda beduina. Nel video del 2007 di seguito (dal secondo 18) Sarkozy, con la sua solita mimica oscillatoria, si giustifica di aver invitato il Colonnello a Parigi, soprattutto dopo aver risolto il problema delle infermiere bulgare condannate a morte. Per il resto, dice Sarkozy all'apice delle sua mimica (al secondo 33,) Gheddafi "ha la sua personalità, il suo temperamento, non sarò io a giudicarlo.


E diciamo la verità, non c'è stato nulla di male, in termini di politica estera. e neppure all'Italia questo avvicinamento può in fondo essere rimproverato (se non che i toni e le concessioni sono stati superiori a quelli di tutti gli altri).
La Libia era uscita dalla lista degli stati canaglia, aveva abbandonato il terrorismo e in un contesto nord africano e mediorientale la situazione sembrava in fondo bloccata, anche grazie all'insipiente politica estera di Bush, e la presenza di un dittatore in più, peraltro desideroso di collaborare con la sponda nord del Mediterraneo, non spostava nulla.
Il precipitare della situazione in Nord Africa ha evidentemente cambiato il quadro della situazione e costretto a rivedere le strategie mediterranee. L'ha chiarito ieri Obama in un discorso davvero importante, perchè a leggerlo bene scinde la fase dell'intervento autorizzato dall'ONU, molto specifico e orientato alla salvaguardia dei civili (e senza autorizzare necessariamente cambi di regime), dalla strategia americana dei prossimi mesi, che è di fatto il cambio di regime.
E il cambio, ed è questo il punto importante, è reso necessario dalle due "rivoluzioni" di queste settimane, quella tunisina e quella egiziana. La transizione alla democrazia di questi due paesi è minacciata dalla presenza di Gheddafi e dunque Gheddafi se ne deve andare. Si tratta di una strategia che va ben al di là del mandato ONU ma che Obama non vuole perseguire da solo, nè a medio-lungo termine con le armi. Ed è una strategia che nasce da un fenomeno che si è spontaneamente generato in quei paesi, un fenomeno che non è indotto o imposto. E' inoltre la prima volta che si capisce con chiarezza la politica estera obamiana, il suo metodo.
L'iniziativa francese si spiega invece con problemi di politica interna e con la necessità storica della Francia di contare nel Mediterraneo (lo accennavamo qui). A sentire certi commenti dall'Italia sembra quasi che la Francia voglia togliere una qualche leadership italiana in Libia o sia mossa da gelosie nei nostri confronti. Ma nel dibattito pubblico in Francia, in queste settimane, l'Italia non è praticamente mai citata. Non c'è. C'è una certa attenzione a Lampedusa, ma soprattutto da quando Marine Le Pen ha visitato l'isola.
L'Italia sconta invece non tanto le tende beduine, ma l'assoluta incapacità di assumere una posizione strategica autonoma. Dal non disturbare Gheddafi ai bombardamenti, la linea del governo italiano è stata il mimetismo, il barcamenarsi tra la minimizzazione e l'accondiscendenza (di chiunque). L'Italia berlusconiana ha completamente perso il Mediterraneo, non è capace di interpretarne e neppure di comprenderne i fenomeni. E dopo l'era Bush ha anche perso la capacità retorica di agganciarsi ad un contesto più ampio fingendo di esserne parte critica e attiva. Al vertice di ieri, organizzato da Sarkozy, hanno partecipato la Francia, gli USA, al Gran Bretagna e addirittura la Germania, il cui peso e l'interesse alle questioni libiche fino qualche settimana fa era incomparabilmente inferiore al nostro. L'esclusione dell'Italia dall'incontro ha dato il senso dell'irrilevanza del nostro paese nelle decisioni, come conseguenza di una politica estera, anche se partecipiamo attivamente alle operazioni militari (al contrario della Germania) e se il paese di cui si parla è nostro confinante.

Meteo

Da una settimana circa, grazie all'intervento decisivo del mio amico Matteo, ho anch'io il mio software per le statistiche del blog. E in effetti ho fatto scoperte sconvolgenti. Ero convinto che a leggere il blog fossero in quattro amici (quasi letteralmente) e che si collegassero piuttosto spesso. Invece oltre ai quattro amici, che poi sono un pochino più di quattro,  e si collegano quando gli pare, la maggior parte dei contatti unici, cioè di persone diverse tra loro, è data da ricerche casuali su google. Nell'ultima settimana si sono imbattuti quasi casualmente nel blog circa 500 persone diverse (sì lo so, in assoluto è poca cosa, ma chissenefrega) a partire dai motori di ricerca, cioè digitando delle parole chiave su google. La parte del leone l'ha fatta la richiesta "cosa succede in Libia" o frasi simili. Avendo io fatto vari post sull'argomento, molti di questi che hanno digitato su google si sono imbattuti nei miei post. Il che mi ha anche fatto capire perchè i blogger veri scrivono i titoli dei post spesso nella forma "cosa succede…" e "cosa succederà…". Quello che mi ha lasciato attonito per un attimo è che una richiesta "cosa succederà in Libia" è arrivata dal server del ministero degli esteri (è vero). Spero almeno che a digitare non sia stato propriol'inquilino dell'ultimo piano. Ma le parole chiave sono le più diverse. Non so perchè ma molti, soprattutto dalla Svizzera, mi hanno trovato digitando una frase del vangelo che ho citato molti mesi fa. Altre parole chiave a partire da cose medievali (anche se non ne parlo molto). Qualcuno cercava informazioni sullo speedy boarding. Scopro peraltro di avere lettori casuali in Armenia e a San Salvador e in vari paesi arabi. Certo, non è che io sia interessato ai contatti "unici", ma piuttosto agli amici che mi seguono più costantemente  – altrimenti avrei chiuso il blog da un pezzo – sperando naturalmente che siano sempre di più, ma a questo punto è ovvio (lo so, sto dicendo cose banali per qualsiasi blogger serio): se uno vuole contatti deve scrivere frasi e parole che vengono cercate nei motori di ricerca. Immagino che "sesso gratis" faccia sempre il suo effetto, o "Belen Rodriguez", oppure cose del tipo "come fare gli addominali", "cinema milano", cinema roma", "wikipedia", o si potrebbe sperimentare "come smettere di fumare", o scrivere correttamente la frase che dà il nome al blog, che è nota negli USA e che è "you are no jack kennedy" e non come la scrivo io, oppure ancora si può lanciare un appello subliminale e sperare di incrociare lo sguardo di chi digita "come si fa a essere felici" e magari trovare una soluzione, del resto lo dicevano anche Cicerone e sant'Agostino: "omnes volunt esse beati".

La guerra vista dalla Francia

L'iniziativa di porsi alla testa del gruppo di paesi che tentano di rendere operativa la risoluzione dell'ONU contro GheddafI, addirittura bruciando le tappe della prima missione aerea, è certamente da attribuire all'attivismo di Sarkozy. Ma la situazione politica francese sembra essere un po' più complessa. La campagna presidenziale del prossimo anno è uno dei punti-chiave, ma mi pare non nel senso che alcuni commentatori italiani hanno sottolineato, cioè la competizione del partito di centro-destra (UMP) di Sarkozy con l'estrema destra del Fronte Nazionale. Il partito di Marine Le Pen (e di Jean Marie prima di lei) non ha infatti una chiara idea di politica estera nazionale e non esprime che un costante – e di maniera – attacco contro l'Europa come istituzione sovranazionale e contro una vaga idea di globalizzazione. Poche ore fa Marine Le Pen, fresca di vittorie alle elezioni cantonali, ha anzi dichiarato chiaramente che l'intervento in Libia non è chiaro, perchè non è chiaro lo scenario, quello cioè di una guerra civile difficile. La Francia rischia di trovarsi sola e senza strategia di uscita e con una leadership solo di facciata, diretta in realtà dagli americani. Il Partito Socialista da parte sua chiede da settimane un intervento. Qui di seguito Martine Aubry, giorni prima dell'intervento armato, si dichiara scioccata della mancanza di decisioni contro Gheddafi e per la no fly zone e evoca addirittura paragoni di altri tempi.
 

http://www.dailymotion.com/swf/video/xhnzts
Parti Socialiste

Del resto la mancanza di iniziativa nelle ultime vicende arabe – e la Francia ha sempre cercato di mantenere un ruolo di leadership nel Maghreb e nei paesi africani francofoni, destra e sinistra in questo caso non contano, aveva portato (tra gli altri motivi) alle dimissioni della ministra Alliot-Marie. Ed è infatti il nuovo ministro, Alain Juppé, l'uomo-chiave della nuova strategia estera francese. Già primo ministro durante gli anni di Chirac, è probabilmente l'uomo più navigato e importante del governo francese, capace di oscurare in pochi mesi lo stesso primo ministro Fillon. Dopo un lungo periodo di lontananza dalla ribalta nazionale, Juppé grazie anche a un ottimo lavoro da sindaco di Bourdeaux e alle crescenti difficoltà di Sarkozy è stato chiamato al governo, alla difesa e poi agli esteri. A vederla con un po' di malizia, la sua sembra essere una proiezione presidenziale, ma non è escluso che Sarkozy, a corto di personalità capaci di spostare la bilancia del consenso al centro, gli abbia promesso la carica di primo ministro in caso di vittoria (e sarebbe a quel punto ovvia una candidatura presidenziale successiva)
La Libia è dunque il tentativo di assumere una leadership più ampia, esterna e interna, cercando di riempire un vuoto di politica estera che nella cultura francese non è ammissibile (si pensi a come Chirac tenne testa a Bush Jr, unico in Europa, rispetto alla guerra in Iraq). Qui di seguito i primi commenti di Juppé (dal minuto 18:30) a poche ore dall'intervento militare
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Questo però valeva fino a ieri. Oggi, con la richiesta di un passaggio di leadership alla NATO,  si fa osservare che la coalizione (a loro piace dire "La France et ses alliés") dovrebbe piuttosto "arabizzarsi" maggiormente e non passare agli atlantici. La domanda però ormai si pone esplicitamente: e se le cose vanno per le lunghe e gli alleati si sfilano? I prossimi giorni e settimane ci diranno molto della Francia.

La Lega è federalista?

La Lega è associata all’idea di federalismo. Nessuno contesterebbe quest’accoppiamento. Del resto “federalismo” è diventata una parola politicamente corretta, capace di dare agibilità non solo alla Lega (che ha potuto così allearsi ai partiti strategicamente radicati nel sud), ma anche a tutti gli altri partiti, che hanno così trovato un termine passepartout, una vera e propria scorciatoia lessicale per parlare del nord e dei suoi problemi. La Lega è dunque federalista almeno per senso comune e per political correctness. Ma la sua è davvero una cultura politica federalista?
In realtà i simboli con cui la Lega si rappresenta da decenni, evocano valori di vario tipo, con una straordinaria modulazione di linguaggi di derivazione otto-novecentesca e che configurano piuttosto una cultura politica centralista e statale. La Lega attinge a piene mani dalla simbologia post-risorgimentale. Basti pensare al “logo”, Alberto da Giussano, che diventa simbolo di lotta allo straniero (germanico) proprio nell’Ottocento e con il contributo di Mameli (pochi si ricordano che nell’inno italiano c’è la frase “Dall’Alpe a Sicilia, ovunque è Legnano”).
Il simbolo della Lega è peraltro copia fedele della statua di Alberto da Giussano che chi è passato per Legnano conosce bene. La statua è lì dal 1900, è di Enrico Butti, che ha fatto anche quella di Verdi a Milano e alcuni frontoni per l’Altare della patria a Roma (per dire), e sostituisce la statua precedente che gli abitanti di Legnano avevano fatto erigere dopo un discorso di Garibaldi (sic) in città nel 1862. Siamo insomma in piena retorica nazionale. O pensiamo al Va’ pensiero di Verdi, che la Lega si è scelta come inno, ma che Verdi interpretava come un auspicio per l’unità italiana.
A questi simboli, che vengono diretti alla costruzione di un’identità politica in contrasto con il “centralismo romano”, ma che hanno sostanziato proprio quel centralismo, si sono poi aggiunte le evocazioni celtiche, nel tentativo di creare una base simbolica all’identificazione tra nord del paese e partito leghista. L’operazione è riuscita, ma ha creato un’ambiguità costitutiva all’interno di quella cultura politica.
Sì, perché questi linguaggi hanno certamente dato vita a una forte identità di partito, con l’ambizione (non del tutto limpida) di sovrappore il partito al “territorio”, ma così facendo hanno riproposto la logica del nazionalismo e del centralismo, solo in una scala più ristretta. E con un’aggravante, e cioè che non esistendo una nazione padana, l’identità è perennemente minacciata e il senso del perimetro, del confine, del territorio, devono essere continuamente foraggiati. Patria come perimetro, e viceversa. Inoltre la sovrapposizione tra partito e interessi della “nazione”  limita anche l’espressione di un’ipotetica molteplicità di opinioni interne. Entrambi questi aspetti contraddicono culturalmente il federalismo. E le conseguenze di queste ambiguità sono gravi sul piano dell’azione politica della Lega stessa, la limitano drasticamente.
La Lega per esempio non ha una politica estera e non si prepara ad assumere alcuna responsabilità in questo senso. Lo spazio della sua politica estera è per certi aspetti la Penisola stessa. Non potrebbe infatti assumere una posizione strategica se non considerando l’Italia come un soggetto unitario, ciò che contrasterebbe con il suo ambiguo localismo, che però appunto in quanto tale non genera una visione estera.
Per motivi analoghi non ha neppure una politica economica chiara, ma si limita a rappresentare alcuni interessi socialmente ristretti.
Non è riuscita ad esprimere un progetto riformista globale, come invece molti speravano (tra i quali il sottoscritto), perché questo l’avrebbe condotta a farsi carico di una riforma generale dello stato, della fiscalità, della funzione pubblica che, ancora una volta, avrebbero contraddetto la sua dimensione “territoriale” e il suo linguaggio centralista.
Non ha neppure stimolato una più diretta partecipazione dei cittadini alla politica, come lo sbandieramento del federalismo esigerebbe.
Al contrario, per esempio la legge elettorale scritta dalla Lega ha tolto ai cittadini e consegnato ai partiti la scelta degli eletti. Anche a livello locale queste interferenze tra linguaggi diversi hanno generato confusioni e paradossi. Paradigmatico il caso di Adro (per nulla isolato), in cui il sindaco leghista ha spiegato che se tratterà male gli immigrati questi si sposteranno nei comuni vicini, che però sono a loro volta governati dalla Lega. Di perimetro in perimetro.
Anche il rifiuto di partecipare alla celebrazione dell’unità d’Italia in Parlamento è ulteriore esempio di questa confusione, di questa impossibile apertura, che è limite di progetto e quindi limite di governo. L’interferenza tra linguaggi (e pratiche) centralisti e retoriche identitarie è stata fino ad oggi assorbita dalla correttezza politica della parola “federalismo”, ma la cultura della lega è inadeguata a un vero riformismo federale. Ed è per questo che dopo tanti anni di governo il federalismo non c’è ancora – e se ne vedrà (forse) solo una toppa – e se va avanti così non ci sarà mai.

Incoraggio tutti gli americani a imparare di più della storia dell’unificazione italiana

"E proclamo il 17 marzo 2011 giorno di celebrazione dei 150 anni dell'unità d'Italia". Lo scrive Obama e oggi lo pubblica il sito della Casa Bianca (qui), evocando anche "coraggio, sacrificio e visione dei patrioti che hanno dato vita all'Italia". Il testo completo:
On March 17, Italy celebrates the 150th anniversary of its unification as a single state.  On this day, we join with Italians everywhere to honor the courage, sacrifice, and vision of the patriots who gave birth to the Italian nation.  At a time when the United States was fighting for the preservation of our own Union, Giuseppe Garibaldi's campaign for the unification of Italy inspired many around the world in their own struggles, including the 39th New York Infantry, also known as "The Garibaldi Guard."  Today, the legacy of Garibaldi and all those who unified Italy lives on in the millions of American women and men of Italian descent who strengthen and enrich our Nation.

     Italy and the United States are bound by friendship and common dedication to civil liberties, democratic principles, and the universal human rights our countries both respect and uphold.  As we mark this important milestone in Italian history, we also honor the joint efforts of Americans and Italians to foster freedom, democracy, and our shared values throughout the world.

     NOW, THEREFORE, I, BARACK OBAMA, President of the United States of America, by virtue of the authority vested in me by the Constitution and the laws of the United States, do hereby proclaim March 17, 2011, as a day to celebrate the 150th Anniversary of the Unification of Italy.  I encourage all Americans to learn more about the history of Italian unification and to honor the enduring friendship between the people of Italy and the people of the United States.

     IN WITNESS WHEREOF, I have hereunto set my hand this sixteenth day of March, in the year of our Lord two thousand eleven, and of the Independence of the United States of America the two hundred and thirty-fifth.

BARACK OBAMA

Buon 17 marzo a tutti

Nell'anno dei 150esimo anniversario dell'unità d'Italia avremo tutto il tempo di discutere e accapigliarci sul Risorgimento compiuto o incompiuto; di chiederci se l'Italia è una o trina, se si può dire che Scipione fosse "italiano" (no Benigni, non si può), se la polenta taragna contraddice l'unità, se il Va' pensiero di Verdi e il relativo Nabucco sono opere patriottiche risorgimentali (sì Bossi, lo sono); più utilmente discuteremo delle nostre scelte collettive, quelle di una storia di 150 anni, che a guardarla bene non è una brutta storia, e quelle che dovremo fare, bene o male insieme, alla prova di noi stessi; avremo tutto il tempo di chiederci da dove arriva il credito che spontaneamente viene accordato agli italiani, quando si trovano all'estero; ci chiederemo che cosa gli altri si aspettano dall'Italia (e si aspettano molto) e che cosa si aspettano gli italiani da se stessi (e spesso sembra che si aspettino poco).
Avremo tutto il tempo di discutere e accapigliarci, di non essere d'accordo, o di esserlo, di fare i guelfi e i ghibellini e  poi invertire i ruoli e fare i ghibellini e i guelfi, di squalificarci da soli che tanto poi c'è lo stellone italico, avremo anche il tempo di trovare buone idee e pure soluzioni.
Per il momento però, per un giorno,  per questa sera e per domani, non discutiamo troppo e godiamoci la festa.

(Da oggi e per i prossimi tre giorni sono a Roma per lavoro, potrei non avere il tempo di aggiornare il blog).

Giappone

E’ certo che quello che è successo e sta succedendo in Giappone materializza alcune della paure più ricorrenti e profonde di quella cultura. Lo diciamo con rispetto e vicinanza.
In primo luogo la paura stessa del terremoto e dello Tsunami – e come tutti sanno la parola è giapponese. Molti hanno pensato alla Grande Onda (circa 1830) di Katsushika Hokusaki, (come anche un intenso commento di Makkox di qualche giorno fa ha ricordato) o all’Onda di Hiroshige Utagawa (qui di seguito) e ne hanno compreso la sostanza profonda.

Ma la cultura giapponese dalla seconda metà del ‘900 è intrisa anche di un altro timore, che ha trovato espressione nella cultura a tutti i livelli e che ha per certi aspetti prolungato e “artificializzato” le inquietudini sugli sconvolgimenti naturali, cioè la paura della contaminazione nucleare. Unico paese ad aver sperimentato gli effetti della bomba atomica, il Giappone ha prodotto una cultura che ha lungamente tematizzato quella paura, soprattutto in connessione con alcune scelte collettive e strategiche.
Qui di seguito l’episodio di uno degli ultimi film di Akira Kurosawa, Sogni, del 1990, in cui la scelta dell’energia nucleare viene radicalmente contestata (e dal minuto 5.20 la critica è affidata alla mamma di due bambini piccoli) e l’incubo dell’esplosione atomica è visivamente associato all’eruzione del Monte Fuji, il vulcano (il monte) più alto del Giappone.

Catastrofe naturale e disastro nucleare (come suo prolungamento) sono nel film associati e colpisce, in questo senso, l’inversione di segno che viene fatta di un altro capolavoro di Hokusai, appunto il Fuji Rosso.
 

L’altra grande inquietudine novecentesca è l’avvento della macchina come sostituto dell’uomo, o meglio come reciproco assorbimento tra uomo e macchina, una sorta di contaminazione anche questa in fondo. Non vogliamo buttarla sui manga (peraltro non ne ho la competenza), ma questa commistione di elementi e inquietudini è stata rappresentata anche in quell’espressione della cultura pop giapponese che è penetrata in Europa attraverso i cartoni animati e i fumetti.
Quel genere, molto complesso e vario, come tutte le forme artistiche, ha mostrato e reso accettabili e superabili alcune paure, ataviche e recenti, ai giapponesi stessi, ma ha insegnato a noi un linguaggio di rappresentazione della catastrofe che certo ha un sapore esotico e lontano e tuttavia è sorprendente che le stesse riprese del disastro dello Tsunami sembrino risentire di quella grammatica espressiva, come il vortice qui di seguito, e le varie riprese dell’onda.

Nel cartone animato qui di seguito, e non a caso, molti di questi elementi e di queste paure sono presenti e per così dire esorcizzati attraverso una catarsi infantile, ma efficace (il maremoto, l’eruzione, l’esplosione nucleare, l’intervento di una macchina-uomo). E del resto anche i manga, i film, il pop in generale, a prenderli sul serio, e cioè anche come espressione delle inquietudini e delle percezioni di una cultura più profonda, ci servono pure, in questo momento, a comprendere la gravità e – io credo – lo spartiacque psicologico della catastrofe giapponese, che materializza di colpo gli incubi peggiori.

 

Per un aiuto concreto al Giappone e ai giapponesi, nel blog qui linkato alcuni indirizzi utili.

Marine, Nicolas e gli altri ragazzi del gruppo

In tutti i sondaggi per le presidenziali 2012 in Francia – al di là delle polemiche sul tipo di sondaggio – Marine Le Pen è al primo posto. Neanche al padre, il fondatore del Front National, era mai riuscito un colpo del genere. Marine eredita dal padre un’oratoria efficacissima e non banale. Del padre non ha lo sguardo allucinato né il livore di certe argomentazioni. In economia predica una sorta di protezionismo nazionale e l’uscita dall’euro. La battaglia contro immigrazione, globalizzazione e islamizzazione della Francia sono gli altri cavalli di battaglia. Qui di seguito la sua prima intervista dopo essere diventata presidente del partito (a partire dal minuto 2), solo tre mesi fa, dove spiega come cambierà stile e moderatamente contenuto dell’azione del Front National.

Naturalmente si è scatenato il dibattito, ma per il il pubblico italiano è necessario spiegare il meccanismo elettorale (semplice) delle presidenziali.
Le elezioni si svolgono su due turni. I primi due votati del primo turno passano al secondo turno. Chi prende più voti al secondo turno è presidente. Il presidente francese ha poteri molto ampi, in politica estera, per esempio, e nell’influenzare l’esecutivo. Nomina il primo ministro, che il parlamento può però sfiduciare, e dunque ha un fortissimo potere di indirizzo dell’esecutivo. Di fatto è lui che decide la composizione del governo e può sciogliere il parlamento. La cosiddetta “quinta repubblica” (quella attuale) è insomma stata costruita a immagine di De Gaulle, che ne fu il primo presidente, dal 1959.
In un sistema del genere, il ruolo e la forza dei partiti sono molto diversi da quelli che hanno in una repubblica parlamentare come la nostra. Per questo le elezioni presidenziali, e il primo turno, hanno un’importanza particolare. Al primo turno infatti possono presentarsi molti candidati della stessa area politica, di partiti alleati, con lo scopo di pesare l’importanza dei vari partiti, ma soprattutto, in un sistema così legato al leader, di mettere in evidenza personalità nuove.
La maggior parte dei candidati del primo turno sa di perdere, ma si lancia la possibilità di assumere un ruolo personale nel quinquennio o decennio successivo. Proprio con i primi turni delle presidenziali si creano gruppi e aree attorno a una personalità che peseranno successivamente. E’ il caso dello stesso Chirac, negli anni ’70, agevolato dal presidente Giscard d’Estaing, lo sfidò poi alle elezioni successive (vinte però da Mitterand). E vicenda simile per Sarkozy, che capitalizzando il personale successo nel partito, pur appoggiando formalmente Chirac nel 2002, costrinse in certo modo il presidente (che non lo volle come primo ministro) a  nominarlo ministro dell’interno prima e dell’economia dopo, preparando così la candidatura del 2007 e di fatto togliendola a Chirac stesso.
Questo modo di intendere il primo turno moltiplica i candidati con un rischio enorme, quello cioè che il “vero” candidato al secondo turno sia indebolito al primo dai candidati della sua area e rischi, magari per poco, di arrivare terzo. E’ quello che è successo nel 2002 a Lionel Jospin, il candidato socialista, allora primo ministro. I sondaggi lo davano così saldamente già al secondo turno e quasi sicuro presidente, contro Chirac, che la sinistra moltiplicò i suoi candidati al primo turno, dando comunque Jospin vincente, con il risultato che, di poco, Jospin arrivò terzo, con Le Pen al secondo posto e Chirac al primo. A quel punto Chirac vinse al secondo turno con oltre l’80% dei voti e Jospin dichiarò (e mantenne) “J’abandonne la vie politique”.
Tutto questo per dire che oggi i sondaggi che danno Marine Le Pen al primo posto non vogliono dire che diventerà presidente (è un’ipotesi che rimane impossibile), ma che Sarkozy ha un grosso problema a destra e rischia di fare la fine di Jospin. Ma anche i socialisti rischiano se non metteranno in campo un candidato capace di mettere insieme tutta l’area di centro sinistra già da subito.
Che Sarkozy – che alle regionali ha perso in maniera enorme, a vantaggio dei socialisti e con ottimi risultati dei Le Pen, padre e figlia in due diverse regioni – stia interpretando le prossime presidenziali come una battaglia  a destra è evidente da ormai un paio d’anni. E’ ricominciata in grande stile la guerra della sicurezza, con l’espulsione dei Rom quest’inverno (ma molti sono francesi).
E poi si è lanciato il dibattito sull'”identità francese” con il progetto della costruzione di un Museo Nazionale della Storia di Francia, di cui si è parlato per mesi e al quale gli storici non vogliono partecipare perchè non si possono mettere insieme Vercingetorige, Giovanna d’Arco e de Gaulle. Ma il dibattito stesso ha aperto enormi spazi al Fronte Nazionale che usa ancora la nozione mistica di “France éternelle”. E in questi giorni il presidente ha lanciato la discussione sulla laicità francese e l’islam, legata all’impossibilità formale per lo stato di finanziare luoghi di culto, per esempio appunto le moschee (la legge sulla separazione lo impedisce). Non impedisce però di finanziare i centri culturali confessionali. (e quindi indirettamente i luoghi di culto). Il risultato è stato finora da un lato di portare in auge l’espressione “i francesi musulmani”, che come tutti hanno notato è espressione non laica per definizione (ci sono i francesi, la religione non conta), dall’altro ha dato inizio a una sorta di tournée di Sarkozy nei luoghi simbolo del cattolicesimo francese. Per i maligni l’ultima tappa sarà Lourdes per chiedere la grazia. Insomma il sondaggio è molto significativo. Marine Le Pen, alla quale è stata da poco dedicata la canzone seguente da una cantante molto popolare e che ha fatto molto scalpore (di seguito posto la versione sottotitolata e qui  la risposta di Marine Le Pen), non sarà di certo presidente, ma il nodo dei rapporti tra le due destre francesi si sta facendo certamente interessante.