Nel paese dei Gutti il dottorato è la laurea

Severgnini commenta a modo suo il plagio della tesi di dottorato di zu Guttemberg (che anche qui abbiamo commentato nel post precedente).
Il suo articolo sull'immaginario ministro Gutti parla però di "tesi di laurea" e "tesi di dottorato" come se fossero la stessa cosa. Che sia stato tratto in inganno dal termine "dottorato"? Il titolo di "dottore" in Italia si dà a chi si è laureato (e quindi ha discusso una "tesi di laurea") e si dà il titolo di "dottore di ricerca" a chi ha discusso una tesi di dottorato, cioè ha seguito un corso di tre anni dopo la laurea, dedicato alla ricerca (non al semplice studio), spesso percependo uno stipendio (sotto forma di "borsa di dottorato"). Sono due titoli accademici diversi.
Siccome a Severgnini queste cose piacciono, possiamo aggiungere che il laureato italiano può scrivere sul biglietto da visita la sigla "dott." (mentre il dottorato può scrivere la sigla "dr"). Se fosse americano, il dottorato scriverebbe invece Ph.D nel bigliettino (e credo Ma se laureato) e potrebbe addirittura presiedere un incontro scientifico come Chairman (altrimenti no), se invece fosse tedesco scriverebbe "Dr" (e M.A. il laureato).
La differenza tra l'Italia e la Germania è che queste cose in Germania le sanno anche i giornalisti di "costume" e soprattutto che il giudizio "questo caso è un chiodo nella bara della democrazia" in Germania non è espresso dall'opposizione per motivi preconcetti, come si vorrebbe nel paese dei Gutti di Severgnini, ma dal rappresentante del più importante partito di maggioranza.

Zu Guttemberg e altri plagi

"Ha copiato, va bene, però si è dimesso. Quindi in fondo è onesto, è in buona fede. In Italia sarebbe rimasto tranquillamente al suo posto". Sul plagio del dottorato di ricerca di zu Guttemberg i giudizi in internet e social networks sembrano piuttosto morbidi, soprattutto quando confrontati con i problemi etici dei politici italiani.
Vale però la pena di fare qualche considerazione. Ed è necessaria qualche premessa.
In Germania, come in Francia e in altri paesi, il "dottorato di ricerca" rappresenta un vero spartiacque nella carriera, accademica e non solo accademica (in Italia, che l'ha introdotto da una trentina d'anni, molto meno. Fino a un paio di anni fa non era neppure necessario per accedere a un concorso di ricercatore o professore universitario).
Anche dal punto di vista del prestigio sociale, per esempio, il titolo di "dottore" in Italia viene attribuito a chi ha la laurea (mentre è "dottore di ricerca" chi ha fatto il dottorato), mentre in Germania, e in molti altri paesi, la sola laurea non dà alcun titolo e può essere chiamato "dottore" solo chi ha discusso e già pubblicato una tesi di dottorato. Ma soprattutto l'argomento della tesi qualifica il profilo scientifico di una persona per tutta la vita ed è solo con il dottorato di ricerca che la comunità scientifica riconosce a qualcuno la capacità di fare ricerca e soprattutto di averne acquisito il metodo.
In Germania si accede al dottorato con un semplice accordo con un professore che diventerà il direttore di ricerca. Per poter essere direttore bisogna avere una "abilitazione" (anche in Francia) che si è pronti a chiedere attorno ai 40 anni ed è una cosa estremamente seria e faticosa, che prende almeno un anno di lavoro. Non è comunque possibile, salvo casi eccezionali, accedere a un dottorato se il voto di laurea è inferiore a un certo punteggio. Ed è anche questo il caso di zu Guttemberg, accusato di aver aggirato il divieto per meriti "politici".
E' necessario che la tesi sia "originale". Ma copiare una tesi di dottorato non vuol dire essere influenzati anche da teorie di altri, o riportare anche idee altrui. Il dialogo con la ricerca scientifica, quando è critico, cioè scoperto, segnalato, discusso, fatto oggetto di riflessione, è anzi utile e necessario. Copiare significa invece riportare frasi, brani, pagine, o anche idee di altri, senza segnalarlo mai, senza mettere le citazioni tra virgolette e senza segnalarne le fonti nelle note (e le note a pie' di pagina servono proprio a dare agli altri ricercatori gli strumenti per controllare il lavoro). Quindi è assolutamente impossibile copiare "per errore" o in buona fede.
Detto questo, e la premessa è stata un po' lunga, si pone anche un altro problema. E forse più interessante. Quello del controllo del lavoro scientifico. Come emerge anche dal caso della tesi di dottorato del figlio di Gheddafi alla London School of Economics (tesi forse copiata, ma con un intreccio di conflitti di interessi molto gravi, se saranno dimostrati) e dal caso recente, meno noto, ma che ha fatto molto discutere, di un professore dell'Università di Lovanio che in dieci anni ha copiato decine e decine di articoli, pubblicati in riviste importanti e prestigiose, e che solo per caso è stato scoperto e ha perso il posto.
Quest'ultimo caso è interessante, perchè il plagio sarebbe stato il normale modo di lavoro, con anche dei risvolti a mio avviso quasi patologici (plagiare una conferenza sulla "menzogna" sembra quasi una sfida). Ma  quello che impressiona è che le famose riviste "peer reviewed", cioè le riviste con il massimo sistema di controllo e di sicurezza scientifica, abbiano pubblicato senza accorgersene, per anni, testi plagiati.
Chi sono gli specialisti, i "recensori anonimi" che hanno fatto passare quegli articoli senza accorgersi di nulla? Mantengono il diritto a recensire il lavoro scientifico altrui?  L'indignazione con cui la comunità scientifica ha reagito al caso di Lovanio, che comunque è davvero molto grave e dunque l'indignazione è giustificata, è allora anche una manifestazione di cattiva coscienza? Chi doveva controllare il lavoro del professore di Lovanio? (e chi quello di zu Guttemberg?).
Insomma, il caso del ministro tedesco è tecnicamente inescusabile, e credo francamente non rappresentativo di nulla, né di una tendenza,  né di un fenomeno diffuso (quindi se vogliamo è ancora più grave), ma forse bisognerebbe chiedere spiegazioni anche a chi è deputato al controllo scientifico, nel suo caso e in tanti altri.