Tripoli

Nel 1969, proprio quando Gheddafi prende il potere, Patti Pravo canta a “Canzonissima” il pezzo di un autore non ancora conosciutissimo, Paolo Conte. Il brano si chiama “Tripoli” ma la città è qui la metafora di una lontananza favolosa ma al contempo di una vicinanza del desiderio. In fondo, a pensarci bene, nulla di più coloniale di un sentimento di lontananza e desiderio rappresentato da una città.
L’anno successivo, il 1970, i numerosissimi taliani che vivono in Libia vengono cacciati e i loro beni confiscati. Comincia un’altra fase di lontananza e vicinanza tra Italia e Tripoli.

I rapporti “speciali” tra l’Italia e Tripoli erano cominciati nel 1911, con una guerra che nessuno ricorda, la guerra Italo-Turca. L’impero Ottomano (i Turchi) possedevano Tripolitania e Cirenaica da tempo, ma l’Italia considerava ormai la costa libica come la quarta sponda dello Stivale, spinta da interessi geopolitici comprensibilissimi in un contesto coloniale come quello dell’Europa e del Mediterraneo del tempo. L’Italia occupa la Libia, ma la disfatta della seconda guerra mondiale e la perdita della colonia (divisa tra Francia e Gran Bretagna) produce anche un’incredibile amnesia della storia patria recente.
Un dibattito sul colonialismo in Italia non c’è mai stato, forse anche perché la sconfitta della guerra ci ha evitato almeno le guerre di indipendenza sanguinose o le varie ritirate che paesi come la  Francia, il Belgio, la Gran Bretagna hanno subito fino agli anni ’60.
Quella retorica coloniale (e a volte colonialista) che in altri paesi è rimasta attiva fino a tempi quasi recenti – basti pensare alla circolazione dei fumetti alla Tin Tin (ma “Tin Tin in Congo” è del 1931) -, in Italia si è fortunatamente dissolta subito. Il dibattito post-coloniale, che in altri paesi è diventato politicamente necessario (in Francia non è ancora per nulla finito), da noi sembra non aver avuto ragion d’essere, peraltro sommerso dal luogo comune degli “Italiani, brava gente”, un po’ alla Montanelli, (luogo comune combattuto dagli studi storici di Angelo del Boca sulle crudeltà della guerra d’Etiopia).
Ma le amnesie non cancellano i rapporti, gli interessi, le attrazioni geopolitiche. La Libia di Gheddafi ci è apparsa per decenni come una stranezza folcloristica e innocua, e forse non diversamente da come ci apparivano in epoca coloniale gli africani del nord e del Corno.
Abbiamo continuato quella storia di lontananza e vicinanza che ci ha consentito di avere un qualche ruolo in Africa del Nord e in Medio Oriente. Ma abbiamo rinunciato, come sempre, a un dibattito, a un coinvolgimento del paese, a un chiarimento della politica mediterranea (e della politica estera in generale negli anni berlusconiani), forse anche a una politica più efficace. Anche oggi, che ne avremmo grande bisogno (anche solo per evitare inerzie culturali del passato recentissimo), fra tende beduine in pieno centro a Roma, baci di mano e patti di amicizia, ci è mancata la voglia di discutere della storia, come sempre accusata di fornire argomenti puramente retorici e del tutto inutili. Eppure, e non è retorica, tra il 1911 e oggi, tra i nostri bisnonni che cantavano la canzone qui di seguito e noi, sono passati solo cento anni, quattro generazioni
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