La Lega è federalista?

La Lega è associata all’idea di federalismo. Nessuno contesterebbe quest’accoppiamento. Del resto “federalismo” è diventata una parola politicamente corretta, capace di dare agibilità non solo alla Lega (che ha potuto così allearsi ai partiti strategicamente radicati nel sud), ma anche a tutti gli altri partiti, che hanno così trovato un termine passepartout, una vera e propria scorciatoia lessicale per parlare del nord e dei suoi problemi. La Lega è dunque federalista almeno per senso comune e per political correctness. Ma la sua è davvero una cultura politica federalista?
In realtà i simboli con cui la Lega si rappresenta da decenni, evocano valori di vario tipo, con una straordinaria modulazione di linguaggi di derivazione otto-novecentesca e che configurano piuttosto una cultura politica centralista e statale. La Lega attinge a piene mani dalla simbologia post-risorgimentale. Basti pensare al “logo”, Alberto da Giussano, che diventa simbolo di lotta allo straniero (germanico) proprio nell’Ottocento e con il contributo di Mameli (pochi si ricordano che nell’inno italiano c’è la frase “Dall’Alpe a Sicilia, ovunque è Legnano”).
Il simbolo della Lega è peraltro copia fedele della statua di Alberto da Giussano che chi è passato per Legnano conosce bene. La statua è lì dal 1900, è di Enrico Butti, che ha fatto anche quella di Verdi a Milano e alcuni frontoni per l’Altare della patria a Roma (per dire), e sostituisce la statua precedente che gli abitanti di Legnano avevano fatto erigere dopo un discorso di Garibaldi (sic) in città nel 1862. Siamo insomma in piena retorica nazionale. O pensiamo al Va’ pensiero di Verdi, che la Lega si è scelta come inno, ma che Verdi interpretava come un auspicio per l’unità italiana.
A questi simboli, che vengono diretti alla costruzione di un’identità politica in contrasto con il “centralismo romano”, ma che hanno sostanziato proprio quel centralismo, si sono poi aggiunte le evocazioni celtiche, nel tentativo di creare una base simbolica all’identificazione tra nord del paese e partito leghista. L’operazione è riuscita, ma ha creato un’ambiguità costitutiva all’interno di quella cultura politica.
Sì, perché questi linguaggi hanno certamente dato vita a una forte identità di partito, con l’ambizione (non del tutto limpida) di sovrappore il partito al “territorio”, ma così facendo hanno riproposto la logica del nazionalismo e del centralismo, solo in una scala più ristretta. E con un’aggravante, e cioè che non esistendo una nazione padana, l’identità è perennemente minacciata e il senso del perimetro, del confine, del territorio, devono essere continuamente foraggiati. Patria come perimetro, e viceversa. Inoltre la sovrapposizione tra partito e interessi della “nazione”  limita anche l’espressione di un’ipotetica molteplicità di opinioni interne. Entrambi questi aspetti contraddicono culturalmente il federalismo. E le conseguenze di queste ambiguità sono gravi sul piano dell’azione politica della Lega stessa, la limitano drasticamente.
La Lega per esempio non ha una politica estera e non si prepara ad assumere alcuna responsabilità in questo senso. Lo spazio della sua politica estera è per certi aspetti la Penisola stessa. Non potrebbe infatti assumere una posizione strategica se non considerando l’Italia come un soggetto unitario, ciò che contrasterebbe con il suo ambiguo localismo, che però appunto in quanto tale non genera una visione estera.
Per motivi analoghi non ha neppure una politica economica chiara, ma si limita a rappresentare alcuni interessi socialmente ristretti.
Non è riuscita ad esprimere un progetto riformista globale, come invece molti speravano (tra i quali il sottoscritto), perché questo l’avrebbe condotta a farsi carico di una riforma generale dello stato, della fiscalità, della funzione pubblica che, ancora una volta, avrebbero contraddetto la sua dimensione “territoriale” e il suo linguaggio centralista.
Non ha neppure stimolato una più diretta partecipazione dei cittadini alla politica, come lo sbandieramento del federalismo esigerebbe.
Al contrario, per esempio la legge elettorale scritta dalla Lega ha tolto ai cittadini e consegnato ai partiti la scelta degli eletti. Anche a livello locale queste interferenze tra linguaggi diversi hanno generato confusioni e paradossi. Paradigmatico il caso di Adro (per nulla isolato), in cui il sindaco leghista ha spiegato che se tratterà male gli immigrati questi si sposteranno nei comuni vicini, che però sono a loro volta governati dalla Lega. Di perimetro in perimetro.
Anche il rifiuto di partecipare alla celebrazione dell’unità d’Italia in Parlamento è ulteriore esempio di questa confusione, di questa impossibile apertura, che è limite di progetto e quindi limite di governo. L’interferenza tra linguaggi (e pratiche) centralisti e retoriche identitarie è stata fino ad oggi assorbita dalla correttezza politica della parola “federalismo”, ma la cultura della lega è inadeguata a un vero riformismo federale. Ed è per questo che dopo tanti anni di governo il federalismo non c’è ancora – e se ne vedrà (forse) solo una toppa – e se va avanti così non ci sarà mai.

Annunci

4 thoughts on “La Lega è federalista?

  1. Carissimo, hai "centrato" ad hoc la questione!!!  Si fa penetrare nelle coscienze che il "centralismo" è male, è corruzzione, è inefficienza, mentre il "locale"—->tutto ciò che è decentramento produce benefici per il cittadino. Questo è l'operazione "virtale", quella "reale" invece comporta la costituzione di un partito che è per certi versi simile al PCI (nell'organizzazione delle sezioni e delle feste) e per altri simile alla peggior DC (nell'occupazione dei posti, nella gestione delle partecipazioni pubbliche etc.).  Una grande vittoria per la Lega è il federalismo fiscale….chissà cosa sarà l'ltra faccia della medaglia per l'Italia.

    Ivan

  2. Caro Gianluca, condivido totalmente il tuo articolo.
    Sono di Como e ho vissuto con mano tutto quanto dici.
    L'altro limite della Lega è quello di voler stare sempre dentro e fuori (di lotta e di governo), un'ambiguità permanente che alla lunga ne minerà il progetto politico. Ad esempio qui a Como ha sempre votato tutti i provvedimenti del PdL ma in occasione del pasticcio delle paratie a Lago (la furba decisione di costruire un muro di 2,5 m davanti al lago) è uscita con i manifesti "Como non è Berlino".
    Alla lunga la serietà paga, proprio come si è visto in questi giorni di celebrazioni in cui si nota chiaramente il (serio) vincitore: Giorgio Napolitano.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...