Franza o Spagna, purché se magna

Dovendo seguire dei convegni in trasferta, nell'ultima settimana non ho avuto modo di leggere giornali e di vedere la tv e forse dico qualcosa di già detto e sentito. Ma sono rimasto quasi intristito per la proposta "di punta" della Lega a Pontida. Ci si aspettava la famosa sterzata e invece si sono visti Cota e Calderoli con le targhe dei ministeri da "decentrare". L'immagine è triste per tanti motivi, ma a mio avviso per uno in particolare. Per vent'anni la Lega si è voluta definire in opposizione a Roma, al centralismo, agli sprechi, ai privilegi, ha parlato di riformare lo stato, di smontarlo e di rimontarlo per renderlo più efficiente, ha rifiutato i luoghi comuni di una italianità fatta di "tengo famiglia" e di "magna magna". Tutte balle naturalmente, non è una novità. La Lega ha governato dal centro e dalla periferia, tenendo bordone alle forze più corporative e monopoliste e senza essere mai in grado, per incapacità e per mancanza di interesse, di smuovere nulla di questo inviluppo che è lo stato italiano (e forse la società stessa). Però alla fine di questa parabola linguistica e simbolica, presentare lo spostamento di qualche ministero – che poi tra l'altro non si farà –  e quindi il ricavarne qualche impiegato pubblico a Monza (provincia da poco tempo, per la stessa logica) come un obiettivo per il nord, come una vittoria eventuale, come una soluzione a qualcosa, come un'azione di riforma, ecco questo intristisce perché è la prova tristemente provata che la logica è sempre la stessa, che l'inerzia è la linea guida, che i luoghi comuni si confermano e che alla fin fine abbiamo perso altri quindici anni e altri ne stiamo perdendo.

Italiani, dei quali (quorum) 3% all’estero

Si scopre che c'è circa un 3% di italiani che ha votato all'estero. Ma sono potenzialmente di più, perché moltissimi si dimenticano negligentemente di segnalare per tempo la propria posizione (per esempio il sottoscritto). Questi italiani hanno già votato da un pezzo, circa un mese, e il loro voto è già a Roma. Però hanno votato con la scheda vecchia, con i codicilli diversi. E quindi il loro voto è un po' sospeso. Allora tutti a fare i calcoli. Come si arriva al quorum davvero senza di loro? Senza rischiare? Dobbiamo arrivare al 53%? Al 54%? Beh, è la solita storia. Celli che in sintesi diceva al figlio "vai via perché il paese va a picco (però lo so che resti perché sei generoso e non la dai vinta)" e Napolitano che diceva "no, resta, perché il paese ha bisogno di te. Fai crescere il paese". Come se una volta varcati i confini nazionali si smettesse di essere italiani e di guardare al paese, come nell'Ottocento, come se si uscisse dalle frontiere per ingratitudine, per sfiga o per piagnisteo, non per percorsi e scelte, anche casuali, anche provvisori e reversibili (perché molti torneranno), come se si fosse incapaci di contribuire alla crescita complessiva della nazione.
E allora siamo alle solite. Cerchiamo di arrivare al quorum con un 3% in più, così il voto degli italiani che votano all'estero diventa ininfluente, lo possono anche annullare, tanto loro sono fuori, sono all'estero.

 

 per Il Post

Motivi & emotivi

Me ne rendo conto, rispetto al tema delle centrali nucleari sono un po' emotivo. Nel nostro paese, che è lungo e stretto, negli ultimi 100 anni ci sono stati il fascismo e l'8 settembre, due guerre mondiali, centinaia di terremoti, uno tsunami che ha fatto 120 mila morti, ci sono due grandi vulcani attivi (e di uno dei due ci dimentichiamo che è attivo davvero e che ha eruttato disastrosamente nel 1944), ci sono i bradisismi, c'è stato lo stragismo e il terrorismo, c'è la mafia. Sono consapevole che la lista (largamente incompleta) possa essere in fondo un paralogismo, ma quando leggo gli argomenti dei fautori del nucleare, incentrati sul costo dell'energia, che non tengono mai in conto i costi "esternalizzati" al paese in caso di problemi o di incidenti anche lievi, mi convinco ancora di più di un fatto, che pure deve entrare nei calcoli: basta un unico grave incidente in 50 anni per mandare a picco tutti i calcoli. Quando spiegano che il "rischio zero" non esiste, non inseriscono mai nei loro modelli – o almeno io non lo capisco – che tipo di conseguenze possa avere questo rischio "zero virgola", proiettato per il tempo di vita di ogni centrale o proiettato all'infinito rispetto alle scorie radioattive. Allora anche la lista-paralogismo, che è formata da eventi naturali probabili (e quindi in teoria programmabili), ma soprattutto da condizioni politiche e di contesto sociale e quindi molto meno prevedibili (sappiamo che di sicuro ci saranno altri terremoti disastrosi, ma possiamo escludere fra 50 anni, o 30, un 8 settembre, in cui lo stato non c'è più, anche magari per poco?), mi sembra meno emotiva e un po' più razionale. E c'è un punto che secondo me è più importante ancora. Quelle legate all'energia sono certamente scelte tecniche, ma anche e soprattutto scelte collettive. Si può decidere collettivamente a che tipo di energia indirizzarsi, che tipo di energia escludere, come immaginare il futuro prossimo e a più lungo termine. Si può decidere di investire soldi nelle energie che sembrano più promettenti per quel futuro, che è davvero nelle mani delle nostre decisioni. E quando si pensa ai prossimi 50 anni, chi crede davvero, nuclearisti o antinuclearisti, che l'energia nucleare, così come potremmo farla noi oggi, possa avere un futuro?

Feste e celebrazioni di quest’anno

Nei mesi scorsi abbiamo abbiamo assistito (e partecipato) a vere battaglie di opinioni sulle feste e sulle celebrazioni.
Il 2 giugno, festa accettata da tutti per quello che evoca – la repubblica -, ma non a tutti incondizionatamente simpatica, perché c'è la parata militare, quest'anno non ha sollevato particolari critiche, godendo del bonus "150 anni". E abbiamo inoltre imparato che i re non si toccano neanche con un dito.
La festa maggiormente dibattuta di quest'anno, prima della sua celebrazione, è stata il 17 marzo, su cui la battaglia è stata schiettamente ideologica. Il governo ha cercato di minimizzarne la portata, messo sotto pressione da una Lega Nord che ha tentato nei mesi precedenti di riscrivere la storia d'Italia in formato Bignami, ma con tutti i dati sbagliati. Sembra incredibile, e non lo è, ma il governo ha deciso di dichiarare il 17 marzo festa nazionale (al di là delle celebrazioni già stabilite), il giorno successivo all'esegesi sanremese di Benigni dell'Inno di Mameli (anch'essa con qualche piccolo elemento distorcente). Il successo del 17 marzo e di tutte le celebrazioni locali e nazionali connesse ha poi determinato due conseguenze. La prima, piccola, è la ricollocazione del Va' pensiero nell'ambito dei simboli nazionali italiani, come Verdi stesso lo interpretava, e quindi la sua sottrazione al patrimonio simbolico del partito della Lega.

La seconda, più importante, è forse solo una suggestione di chi scrive. Ma è da quel momento che la Lega, forse anche in virtù dei sondaggi che circolavano in quei giorni e che davano 8 elettori della Lega su 10 orgogliosi di essere italiani, ha smesso di contestare l'unità nazionale con i toni perentori a cui aveva abituato, fino ad arrivare addirittura ad aprire un comizio di Bossi con l'inno di Mameli (qui).
Già solo qualche mese prima la battaglia delle feste sembrava invece vinta dalla Lega, che imponeva festa e data (ma credo che tecnicamente il dibattito sia ancora aperto) alla Lombardia: il 29 maggio, cioè la battaglia di Legnano contro Barbarossa (1176), che fa parte della simbologia politica leghista, contro il 22 marzo, le Cinque Giornate di Milano (del 1848), che sono una delle tappe del risorgimento.
Ma il 17 marzo non è l'unica celebrazione inaspettata a cui abbiamo assistito. Addirittura la data della celebrazione della beatificazione di Giovanni Paolo II (il primo Maggio) è stata criticata da alcuni (non solo dall'ottimo Celestini qui di seguito dal secondo 45) , perché vista in concorrenza diretta con la festa dei lavoratori. Un eccesso forse di dietrologia, o un eccesso di attaccamento alla "propria" festa, in senso esclusivo.

In questo caso, forse, si tratta di una non considerazione del fatto che un'istituzione, che certo è romana, ma che si pensa come universale, possa avere un calendario diverso per le sue celebrazioni: nel caso specifico credo che la seconda domenica di Pasqua, oltre a essere la settimana della morte del papa, sia quella della festa della Misericordia, istituita proprio da Wojtyla, e quest'anno cadeva il primo Maggio. Niente interferenza dunque, ma solo grandezza della storia di Roma (unico posto dove un papa tedesco possa beatificare un papa polacco).
L'ultima celebrazione a cui accenno è apparentemente la meno politica, ma ha avuto una rilevanza politica direi classica: il matrimonio di William e Kate, che solo in apparenza è gossip (o non è solo gossip, Pippa a parte). Alcuni esagerando hanno parlato di "salvataggio della monarchia", ma la celebrazione dei matrimoni reali ha sempre avuto questo effetto di avvicinamento all'istituzione, di momento di partecipazione pubblica alla famiglia che rappresenta l'unità di un paese. Si pensi ad esempio alla metà degli anni '90 al ruolo importante che ebbe il matrimonio della figlia del re di Spagna, l'infanta Elena, nel rappresentare il momento di sviluppo della Spagna e il suo sempre incerto senso di unità. Anche il luogo dei matrimoni spagnoli, Siviglia per la prima figlia e Barcellona per la seconda, giocarono un ruolo smbolico importante.
Insomma "due persone si baciano. Due miliardi di persone li stanno a guardare": i giornali inglesi non vicini alla corona hanno sintetizzato così il matrimonio di William e Kate, per minimizzarlo, ma senza accorgersi hanno colto il punto politico e il rilievo planetario di quel passaggio generazionale di un'istituzione.

Insomma le feste e le celebrazioni non sono inutili e neppure neutre. Sono anzi uno degli strumenti più forti di coesione e di governo, anzi quasi di autogoverno (l'espressione è imprecisa), visto che non si è mai vista una società senza feste e senza celebrazioni (e le religioni hanno le liturgie). Su alcune si concentrano battaglie ideologiche, su altre semplici scaramucce politiche, altre ancora confermano nella comunità, e altre sono il cardine su cui poggia il senso stesso di una certa costruzione di valori. Potremmo noi italiani rinunciare al 25 aprile, che è il prologo di ogni costituzione e libertà? Potrebbero i francesi rinunciare al 14 luglio, su cui poggiano i loro tre principi repubblicani? Naturalmente no, e proprio per questo le feste si possono anche contestare e il loro senso può essere messo in questione (come in certo modo dice il testo – non molto ricco – del video seguente).