Vox clamantis in deserto

Pausa estiva, soprattutto dei lettori, che sono già tutti al mare. A presto.

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In paradiso ci si dà del lei

Siamo in piena estate. Lo si vede dal dibattito sul darsi del tu o darsi del lei lanciato da qualcuno e prontamente ripreso da Vittorio Messori sul Corriere. Naturalmente Messori è per darsi del lei (entro ed esco dal merito: io in generale anche), ma quello che ha attirato la mia attenzione è l'argomentazione cumulativa del suo articolo. Ovviamente c'è il ' 68, in cui "ti sprangavano se non usavi il 'tu' ". Immagino sia un'iperbole. Nella posizione contraria ai sessantottardi ci sarebbero gli inglesi che riservano il Thou (che se ho ben capito per Messori vorrebbe dire "tu") al Padreterno e You (che vorrebbe dire "voi") a tutti gli altri. Peccato però che "thou" sia la forma arcaica per "you", che a sua volta vuol dire sia "voi", che "tu". Il "thou" viene riservato al Padreterno come arcaismo biblico e per aumentare la solennità dell'invocazione (dunque il contrario di un tu, in una ingua che ha solo il tu). Insomma lo sanno tutti che gli inglesi non usano il "lei". Eppure hanno "il senso della Tradizione", come dice Messori. E visto che ci siamo, scrivere Tradizione con la T maiuscola, per riferirsi alle buone maniere, non è un po' troppo spericolato e ambiguo per un autore come Messori che di solito con "Tradizione" intende quella della chiesa, fatta di concili, bolle papali, riti particolari, dottrine su cui si regge il cattolicesimo? Altra argomentazione contro il tu è data dal fatto che giacobini, stalinisti, nazisti si davano proprio del tu. Si è mai visto un nazista darsi un "Sie tra i Kameraden"? La prova regina è fornita però dalla Madonna in persona, che a Lourdes dava del lei a Bernadette e non certo del tu. "Che cos'è questo sbracarsi dei cattolici" che danno del tu, dice Messori, immagino con tentativo di ironia, visto che anche la Vergine dà del lei?. Insomma alla fine non si capisce perché ci si dovrebbe dare del lei (o del tu), ma almeno si ha un esempio di imitazione di letteratura conservatrice ottocentesca, con argomentazioni comulative e apologetiche buone per ogni salottino estivo.

L’infernale Quinlan

Se mi chiedessero di sintetizzare i meccanismi di alcuni dei linguaggi politici che hanno caratterizzato l’ultimo quindicennio italiano (e in effetti mi è stato chiesto e ne parleremo ad Albinea, sabato e domenica, nell’incontro voluto da Pippo Civati), certamente evocherei, tra le tante, almeno una figura filmico-letteraria, quella dell’infernale Quinlan, il personaggio interpretato nel ’58 da Orson Welles.
Il capitano di polizia Quinlan ha un grande fiuto, un intuito ineguagliabile nel trovare indizi e incastrare i colpevoli, che del resto sono così visivamente colpevoli come solo in un film degli anni ’50 in bianco e nero.
Ma c’è un problema: Quinlan costruisce le prove che incastrano i colpevoli, prepara trappole e dispositivi che inchiodano forse i colpevoli, o forse gli innocenti. E di prova in prova Quinlan stesso diventa il vero colpevole, forse l’unico del film, costruisce una tagliola nella quale egli stesso cade.
Questo ronzare sulle identità locali e sull’inesistenza del paese in quanto tale, nell’ultimo quindicennio, appare come un metodo Quinlan elevato a linguaggio politico, la fabbricazione perenne del dispositivo che fornisce la prova del nostro non esistere, della nostra inadeguatezza come paese.
Sul non esistere dell’Italia i Quinlan di oggi si sprecano. Del resto gli indizi sono molti, ma le prove che sono state date sono in realtà meccanismi linguistici e discorsivi per nulla disinteressati. In fondo è così, il risorgimento e la storia successiva sono retorica, nel senso brutale di discorso vuoto e incompiuto (e quindi prova a carico), gli italiani sono troppo diversi tra loro, la loro storia lontana troppo lontana, la loro storia vicina troppo poco condivisa, l’identità non c’è, se non quando la si intende nei termini di un perimetro strettissimo che serve ad escludere. Poi basta aggiungere un d’Azeglio sugli italiani che non ci sono e un Tomasi di Lampedusa su un carattere di perenne mutamento fatto solo per immobilizzare, ed ecco fatto: la prova di Quinlan.
Se fosse proprio “il tocco del male” di Quinlan una delle cifre culturali di questo giro di anni?
Ne è scaturito un racconto di noi stessi di corto respiro, affannato e incerto, che ci spinge e intende spingerci sempre di più nel reticolo delle famiglie e del familismo, nel tribalismo come orizzonte, nell’immobilismo come attesa che non apre gli spazi e non prepara a nulla.
Gli unici ad essere avvantaggiati e corroborati da questo racconto sono naturalmente i raccontatori, i Quinlan della politica e della loro sottocultura. Ma la non esistenza del paese, contraddetta così fortemente dalle reali dinamiche economiche e culturali che muovono gli italiani, può essere sbugiardata da racconti più veri e più ampi. Manca forse ancora il poliziotto Mike Vargas-Charlton Heston di quel film del ’58, che capisce il gioco di Quinlan e lo incastra, ma il paese sta forse ricominciando a raccontarsi in altro modo.
Perché in fondo, è bene ricordarlo, Quinlan aveva un fiuto e un tocco diabolici, ma in quel film non l’ha fatta franca. 

 

Come l’ottimismo ha mangiato la fiducia

La parola e il concetto di "fiducia" sono tornati in auge nel dibattito di queste settimane, sia nell'opposizione che nella maggioranza: fiducia (o mancanza di fiducia) nelle possibilità del paese, nelle sua capacità di uscire dalla crisi, di pagare i suoi debiti, di reagire. Peccato che all'inizio della crisi, anni fa, il governo, e il presidente del consiglio in particolare, non accettassero altra parola che "ottimismo", uno psicologismo passepartout che avrebbe annullato le crisi, avrebbe fatto "risvegliare l'Abruzzo incredulo", avrebbe fatto crescere il PIL. Chi non parlava di ottimismo remava contro, naturalmente. Due o tre anni fa proposi una veloce riflessione proprio sul differente statuto tra il volatile e in quella fase pericoloso "ottimismo" e la nozione, concreta,  storicamente ricca, di "fiducia"  e su come l'ottimismo mal riposto possa minare la fiducia. Ripropongo di seguito quel breve post, che mi sembra  a posteriori ancora utile, anche ora che tutti parlano di fiducia (e la fiducia sembra essere stata minata proprio dal linguaggio dell'ottimismo di quell'esecutivo):

Certo che rispetto all'ottimismo invocato da Berlusconi come atteggiamento contro la crisi, è meglio essere ottimisti che non esserlo, ma la parola-chiave in realtà è un'altra, fiducia. L'ottimismo in nessun caso può essere organizzato in proposta politica e articolarsi in soluzioni, la fiducia sì. La storia della fiducia è molto lunga e interessante e ricca di ambivalenze. I medievali usavano la parola fides per indicare sia la fede che la fiducia. E' da loro che è entrata nel linguaggio dell'economia. Perchè ogni scambio economico deve essere pervaso dalla fiducia nelle azioni degli altri, presuppone una fede, nella bontà del prodotto, ad esempio, nella correttezza della transazione, nel mantenimento degli accordi presi. Nel prestito, parlo sempre delle origini delle teorie economiche europee, cioè il medioevo, il finanziatore deve avere fede nella buona riuscita del mercante, che si sobbarca viaggi rischiosi e che non potrà rifondere il debito con gli interessi in caso di morte o di rapina. Per questo ci si comincia ad assicurare, per rendere la fede più certa, e trasformarla in fiducia nell'impresa, in sistema di fiducia. Con la nascita di un primo sistema finanziario la fiducia deve valutare anche il risicum, il rischio, con la sua dose di aleatorietà. Un caso famoso di fiducia mal riposta è quello che si verifica alla metà del XIV secolo, quando un re (inglese se non sbaglio, cito a memoria dalle cronache medievali del tempo), impegnato in una guerra, chiese un prestito altissimo ai banchieri di Firenze, che impossibilitati a investire individualmente tanto denaro si organizzarono in una sorta di cordata, alla quale parteciparono pure piccoli proprietari che impegnarono anche i terreni agricoli per poter investire in un modo così apparentemente sicuro. Purtroppo il re inglese andò in bancarotta e le garanzie fornite si rivelarono insufficienti a rifondere i banchieri, che fallirono tutti, compresi i piccoli proprietari che rimasero senza terreni. Fu la prima crisi finanziaria, con effetti sull'"economia reale", che io conosca, e il primo crollo di fiducia. Ci vollero 50 anni per raggiungere di nuovo il livello precedente (e avvenne anche grazie a un cambio di regole e di quadro giuridico). "Fiducia" è nozione che esige azioni concrete, un quadro giuridico certo, regole efficaci. Cioè richiede le condizioni perchè ci si possa fidare e quindi non è un sentimento, uno psicologismo, ma un criterio da adottare in ogni politica. Continuare a parlare di ottimismo, inteso addirittura con venature "fideistiche", queste sì, può addirittura avere l'effetto opposto, cioè convincere che non ci si può "fidare", che non ci sono in cantiere soluzioni e che ci si ferma alle chiacchiere. La fiducia vuole vedere, l'ottimismo a volte nasconde.

per Il Post

Lega Ladrona

Questo è Umberto Bossi quasi una ventina di anni fa, quando prometteva rivoluzioni, quando accusava il sistema "romano" di essere familista e contrario al merito. A una giornalista che pone una domanda risponde, tra l'altro, "lei è lì perché è una leccapiedi del sistema, non perché è brava, non perché ha lavorato per arrivare lì, ma perché ha trafficato per arrivare lì". L'audio non è perfetto, ma va ascoltato.

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Vent'anni dopo, vent'anni di inininterrotto governo locale della Lega e dieci quasi ininterrotti di governo nazionale, il figlio di Umberto, Renzo, ci mostra, con il suo posto di consigliere regionale, con la sua incapacità di proporre un argomento, di esporre o avere un'idea, con la sua stessa presenza, ci mostra quanto il merito e il lavoro siano stati calpestati da quel Bossi che ha sistemato sè, la sua famiglia, i suoi amici. Questa è la Lega. Questa è una parte del nostro paese.
 

Settimana prossima ad Albinea

Da venerdi 22 a domenica 24 luglio ad Albinea (scopriremo dova va l'accento), vicino Reggio Emilia, Pippo Civati ha organizzato un bell'incontro in cui ci saranno tra gli altri Ruffini, Serracchiani, Taddei, Carlini, Campi, Scalfarotto, Panerari. Ci sarò anch'io, in particolare domenica mattina, qui il programma, e ringrazio Civati e Prossima Fermata Italia per l'invito.

Italians contro Italiani? No, grazie.

Qualche settimana fa, il giorno dei referendum, contravvenendo alla regola aurea di non fare commenti troppo a caldo, ho scritto per Il Post una breve considerazione a urne aperte sul fatto che su molti blog e giornali on line si sperava di superare il quorum di più del 3%, in modo da rendere superfluo il voto degli italiani all'estero (sul quale c'era un rischio di ricorso). I commentatori, rigorosamente anonimi, si sono per lo più concentrati su una mia frase, interpretata come il segno del mio essere un radical chic, che poi è la contestazione universale nei blog (ne parleremo perché è interessante) e il flusso del dibattito è andato poi in quella direzione. In effetti il mio post si inseriva nella velata polemica che ormai da qualche anno, non tanti, si scatena ogni volta che si parla di italiani all'estero e che produce i commenti più piccati e risentiti sia da parte di chi accusa questi italiani di aver percorso la via più semplice (accusa che io reputo ottusa, soprattutto nella sua generalità), sia da parte di chi, all'estero, contraccusa quelli che si sono accontentati di rendite di posizione, misere, restando in Italia. In effetti qualcosa sta succedendo, un fenomeno si sta producendo, e a mio avviso sarà sempre più importante nel discorso sull'Italia del futuro. Seguirlo sarà interessante. Quello che non mi aspettavo era di finire a rappresentare, per qualcuno, una posizione forse un po' preconcetta e difensivista e simmetrica a quella di chi dice e ribadisce che è legittimato a parlare solo chi parte per disperazione (però non definisce il livello e il significato di questo criterio). La cosa è curiosa e divertente, perché io davvero non sono in nulla d'accordo con quest'ultima opinione, ma non riconosco per questo di essere ad essa simmetrico, anche se il mio post citato potrebbe in fondo essere letto in quella chiave. Sarebbe lungo ora spiegare perché questa simmetria non  c'è, e magari sarà argomento di un altro post, ma registro, precisando che mi hanno interessato molto gli articoli citati (i blog sono "Eddaje", "Il fatto quotidiano" e "Testi pensanti"), di essere in fondo caduto nella trappola dei guelfi e dei ghibellini. Touché.

Questa storia degli stipendi dei parlamentari

Sì, è vero, i parlamentari godono di alcuni privilegi divenuti inaccettabili, come ad esempio il vitalizio, ed è vero, dovrebbero mostrarsi capaci di sacrificare anche loro qualcosa del loro status. Trovo però inutile e completamente fuorviante questo dibattito montante, su giornali, blog, social networks, pagine facebook, a proposito della riduzione dello stipendio dei parlamentari. Così come trovo ambigua l'espressione "i costi della politica", adattata alle situazioni più diverse: i finananziamenti dei partiti, il circolo affari-politica, gli stipendi, le province, etc.
Ora, per quanto riguarda i parlamentari, quello che dovremmo aspettarci è che siano persone competenti, che sappiano il fatto loro, che conoscano la società e sappiano interpretarla, che abbiano una visione d'insieme e del bene comune, e che siano ben pagati per questo (e non che si dica: siccome sono incompetenti, li paghiamo il 20% in meno).
La funzione dei partiti dovrebbe essere proprio quella di selezionare questo ceto politico, capace di dirigere e di fare scelte. Una funzione che i partiti non esercitano più, ma che è urgente che essi riassumano, perché senza i partiti e senza questa selezione, il paese è, come è, bloccato. Qualcuno lo nota, che la vera rivoluzione sarebbe fare del prossimo parlamento un luogo di competenze e di vera rappresentatività, ma questo dovrebbero appunto farlo gli attuali partiti. Ed è questo quello che bisognerebbe pretendere. Non sono quasi mai d'accordo con quanto scrive Facci, ma condivido in pieno alcuni passaggi del suo pezzo di oggi sul legame conservativo che stringe i partiti alla società. Aggiungo che quello che ci attenderebbe oggi, come compito storico, sarebbe la contemporanea e repentina smilitarizzazione di tutte le corporazioni, quelle vere, che sono molte, e quelle presunte, che sono ancora di più e che ci fanno credere di avere un vantaggio da difendere, anche quando non ce l'abbiamo. Solo questa smilitarizzazione può far ripartire l'Italia, la crescita, i diritti, le opportunità. Ma a chi interessa veramente una rivoluzione di questo tipo? Chi nel paese, nella società, vuole davvero sostenere una rivoluzione copernicana (e costituente) che metta tra parentesi i privilegi di ognuno, spesso miserabili, e riorganizzare tutto, la politica, l'economia, l'università, il fisco, lo stato, il parcheggio, il condominio? Ecco perché questa tiritera sugli stipendi, presentata come il raggiungimento della giustizia e il risamento dell'etica pubblica, come chissà quale svolta,  mi pare al contrario l'ennesimo segno di una società di conservatori, che nel generale disinteresse del bene comune e nell'impotenza politica di gruppi, ceti, individui (imputabile a se stessi), si accontenta di chiedere che 500 parlamentari guadagnino meno, pur di non chiedere loro quel reale cambiamento del paese, al quale nessuno è davvero interessato
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A proposito

Tremonti dà del cretino a Brunetta che spiega la manovra uscendo dal seminato e che non si accorge di sbagliare completamente la comunicazione, dando enfasi a punti deboli, ma marginali. Un sottosegretario conferma l'affermazione di Tremonti. Uno svogliato Sacconi commenta: "Ma io neppure lo seguo".


La scena naturalmente è divertente e non ha nulla di politico (e speriamo che non si cominci a commentarla nei soliti toni noiosi di governo spaccato, ministri allo sbando, etc.). Anzi quasi evoca una classe di liceali, o una scenetta da piazza di paese. Se ci fosse la granita al caffé, o il barocco di Noto sullo sfondo o il cupolone, o un Gastone Moschin nel gruppo, saremmo di sicuro nella commedia più riuscita.
Sentire però Tremonti che dà del cretino al povero Brunetta in questo contesto un po' leggero (e un po' disperante anche) mi ha anche fatto venire in mente, forse come associazione di idee con "commedia" o forse con "è un cretino", la lunga serie di canzoncine, più anni '80 a dire il vero, che hanno accompagnato la comunicazione politica del capo del governo di cui Tremonti e Brunetta sono autorevoli esponenti.
Questa è la canzone ufficiale della candidatura di Berlusconi al Nobel per la Pace (perché è stato candidato al Nobel). "L'Abruzzo si risveglia incredulo" è il verso più memorabile.

Esiste poi un video poco noto e meno ufficiale, "Silvio forever"che sembra richiamare gli stilemi delle sigle dei cartoni degli anni '80,  cantato un po' alla Cristina d'Avena. "Nobile e giusto, tu ci piaci per questo" è senza dubbio il verso più riuscito:

Naturalmente c'è poi il video ufficiale del PDL della campagna elettorale delle ultime politiche, stranoto. Vale forse solo la pena di ricordare un verso, in cui si evoca la "forza di chi è puro di mente":

Per concludere con un'altra nota produzione artistica legata a quel governo in cui Tremonti dà del cretino a un collega, si può evocare la poesia di Sandro Bondi a Berlusconi, con quella chiusa dantesca memorabile:

Vita assaporata.
Vita preceduta.
Vita inseguita.
Vita amata.
Vita vitale.
Vita ritrovata.
Vita splendente.
Vita disvelata.
Vita nova

Frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora

"E' inutile fare con più, ciò che può essere fatto con meno". E' un principio aristotelico, chiamato Rasoio di Ockham perché fu applicato intensivamente a tutti i campi del sapere dal filosofo medievale Guglielmo di Ockham, con l'intenzione di eliminare ipotesi aggiuntive e inutili per la spiegazione dei fenomeni, semplificando e riducendo i livelli di una data teoria, rendendola più efficace e preferibile a una teoria di pari livello esplicativo ma meno semplice. E in fondo è il principio che andrebbe applicato, a detta di tutti, anche all'organizzazione dello stato. E il livello amministrativo della province è stato da tempo individuato come quel "di più, che può essere fatto con meno". Si tratta proprio di un livello "aggiuntivo", rispetto al funzionamento della "macchina" dello stato, perché ha compiti facilmente assorbibili da altri livelli, che sono invece ineliminabili, come comuni e regioni, perché non aggiunge forse neppure un plus di democrazia e di rappresentatività e perché, nel suo complesso, è un livello amministrativo che presenta dei costi importantissimi. Una classica "entità" alla quale Ockham applicherebbe il suo rasoio, seguito a ruota (e a voce) da quasi tutti i partiti, che però con le province foraggiano legioni di consiglieri, giunte, presidenti, clientele di tutti i tipi. Non per nulla ieri in parlamento hanno affossato la proposta dell'IDV di abolire le province sia la Lega (che quanto a foraggiamento sui livelli amministrativi locali non è seconda e nessuno), sia il PDL, che dell'abolizione aveva fatto invece un cavallo di battaglia elettorale, sia il PD, il partito che si dice riformista per definizione, che da anni accusava il PDL di essersi rimangiato quella promessa elettorale. E dire che esiste una variante del rasoio che a tradurla letteralmente sembrava fatta apposta per le province: "Entia non sunt multiplicanda preter necessitatem" (Gli enti non vanno moltiplicati al di là del necessario). Forse un po' di logica ockhamista ai riformatori non farebbe male.