Italians contro Italiani? No, grazie.

Qualche settimana fa, il giorno dei referendum, contravvenendo alla regola aurea di non fare commenti troppo a caldo, ho scritto per Il Post una breve considerazione a urne aperte sul fatto che su molti blog e giornali on line si sperava di superare il quorum di più del 3%, in modo da rendere superfluo il voto degli italiani all'estero (sul quale c'era un rischio di ricorso). I commentatori, rigorosamente anonimi, si sono per lo più concentrati su una mia frase, interpretata come il segno del mio essere un radical chic, che poi è la contestazione universale nei blog (ne parleremo perché è interessante) e il flusso del dibattito è andato poi in quella direzione. In effetti il mio post si inseriva nella velata polemica che ormai da qualche anno, non tanti, si scatena ogni volta che si parla di italiani all'estero e che produce i commenti più piccati e risentiti sia da parte di chi accusa questi italiani di aver percorso la via più semplice (accusa che io reputo ottusa, soprattutto nella sua generalità), sia da parte di chi, all'estero, contraccusa quelli che si sono accontentati di rendite di posizione, misere, restando in Italia. In effetti qualcosa sta succedendo, un fenomeno si sta producendo, e a mio avviso sarà sempre più importante nel discorso sull'Italia del futuro. Seguirlo sarà interessante. Quello che non mi aspettavo era di finire a rappresentare, per qualcuno, una posizione forse un po' preconcetta e difensivista e simmetrica a quella di chi dice e ribadisce che è legittimato a parlare solo chi parte per disperazione (però non definisce il livello e il significato di questo criterio). La cosa è curiosa e divertente, perché io davvero non sono in nulla d'accordo con quest'ultima opinione, ma non riconosco per questo di essere ad essa simmetrico, anche se il mio post citato potrebbe in fondo essere letto in quella chiave. Sarebbe lungo ora spiegare perché questa simmetria non  c'è, e magari sarà argomento di un altro post, ma registro, precisando che mi hanno interessato molto gli articoli citati (i blog sono "Eddaje", "Il fatto quotidiano" e "Testi pensanti"), di essere in fondo caduto nella trappola dei guelfi e dei ghibellini. Touché.

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One thought on “Italians contro Italiani? No, grazie.

  1. Ciao Gianluca,

    a me il tuo post su il Post ha colpito perché "scocciato", evidentemente scritto a caldo: al di là del contentuo trasmette un'emozione, la quale ha contribuito a confermare quella sensazione della quale poi ho scritto.

    Detto questo, sappi che io non ti ho inteso simmetrico alla posizione di Dino Amenduni. Anzi, la tua è un'opinione ponderata e affatto polarizzata, che sottolinea come chi se ne va lo faccia "per percorsi e scelte, anche casuali, anche provvisori e reversibili (perché molti torneranno)" e resti comunque capace di "contribuire alla crescita complessiva della nazione": perfetto, direi!

    Se ti ho menzionato era per via della "scocciatura" di cui parlavo prima, per arricchire il post e perché anche i commenti erano molto rilevanti: in uno si parla addirittura di "partito degli emigrati", espressione che forse capiterà di risentire nei prossimi tempi.

    Perché, al di là di tutto, il punto vero e importante è che "un fenomeno si sta producendo" e "sarà sempre più importante nel discorso sull'Italia del futuro. Seguirlo sarà interessante."

    Saluti,

    Matteo di Eddaje!

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